Photo by 1966666 is licensed under CC BY-NC-SA
Puoi leggerlo in 3 min.

In 3 sorsi – L’invasione americana del 2003 e la deposizione di Saddam Hussein determinarono una svolta negativa per l’Iraq, che tutt’ora vive una condizione di instabilità. Come si è arrivati alla situazione odierna nella Repubblica d’Iraq?

1. LA NASCITA DEL PARTITO BA’TH IN IRAQ

Come la Siria anche l’Iraq durante gli anni Sessanta vide l’ascesa del partito Ba’th dopo la deposizione della monarchia Hashemita. Nel 1958 venne stabilita la Repubblica degli Ufficiali Liberi, che durò fino al 1968, quando ci fu il coup d’état che portò al potere il Ba’th.
La sua ideologia si richiamava al nazionalismo arabo, promuovendo lo sviluppo sotto l’egida di un Paese unito tanto voluto dalla leadership del partito unico. Oltre all’orgoglio nazionale, la linea del Ba’th includeva il pan-socialismo e il pan-arabismo, contornati da un approccio laico e da una politica economica socialista.
Il colpo di Stato del 17 Luglio 1968 rimosse il Presidente Abd al-Rahman Arif. Il putsch venne portato avanti da pochi veterani e ufficiali cospiratori, alla cui testa c’era l’alto ufficiale, Ahmad Hassan al-Bakr, fiancheggiato da Saddam Hussein. Bakr divenne Presidente, mentre Saddam mantenne il suo incarico di vicesegretario generale. Nonostante il suo non fosse un incarico da leader, fin dal primo momento il suo atteggiamento fu così convincente e sicuro di sé che venne percepito come adatto al potere politico. Nel 1975 siglò gli accordi di Algeri con lo Shah, mentre già nel 1972 aveva nazionalizzato il petrolio e firmato il patto di amicizia con l’URSS. Hussein ammirava Stalin e quando undici anni dopo salì al potere portò avanti un’epurazione pubblica di oltre 60 membri storici del partito Ba’th al Governo, sostenendo che tale tattica avrebbe garantito longevità al regime. Condusse una spietata campagna di metodica pulizia interna al partito con arresti ed esecuzioni, ma la sua ascesa al potere era più formale e istituzionale, dato che de facto occupava un ruolo centrale nella scena politica irachena già da dieci anni.

Embed from Getty Images

Fig. 1 – Saddam Hussein ad Amman, 11 novembre 1987

2. L’EVOLUZIONE DEL PARTITO BA’TH

La coercizione divenne prassi e il cosiddetto Mukhabarat State diventò una realtà sempre più opprimente anche in Iraq. Tra gli anni Ottanta e Novanta Hussein si macchiò delle più grandi atrocità contro le comunità curde e sciite in concomitanza alla guerra Iran-Iraq (1980-1988) e alla prima Guerra del Golfo (1990-1991).
Nonostante la brutalità e l’oppressione politica, accompagnate al culto della personalità, Saddam portò l’Iraq a un certo livello di benessere, diminuendo di molto le disuguaglianza economiche. In primis tra le sue priorità c’era l’istruzione, che venne resa gratuita assieme alla sanità e alla sicurezza sociale.
Nel 2003 un’alleanza a guida statunitense decise di invadere l’Iraq e Saddam venne imprigionato e giustiziato alla fine del 2006. Tra il 2003 e il 2005 le forze internazionali a guida americana distrussero le Istituzioni nel processo di de-ba’thizzazione, in cui vennero messi al bando gli ex-membri del partito Ba’th, evacuando l’intellighentia dal Paese. Allo stesso modo vennero sciolte le forze di sicurezza irachene (ISF), imposto il liberalismo economico e insediato un Consiglio di Governo (ICG) con ruolo consultivo senza nessun potere effettivo, composto di persone distanti dal partito Ba’th e d’accordo con la presenza americana sul suolo iracheno. Infine venne istituzionalizzato il settarianismo: all’interno dell’ICG furono distribuiti seggi sulla base dell’etnia e della religione.

Embed from Getty Images

Fig. 2 – Le truppe americane entrano a Baghdad durante l’operazione Iraqi Freedom il 9 aprile 2003

3. IL RISVEGLIO DI ANBAR E IL RITIRO DELLE TRUPPE STATUNITENSI

L’invasione americana del 2003 e il processo di de-ba’thizzazione portarono a una fulminea distruzione delle Istituzioni, tra queste l’esercito. Fu dunque abbastanza automatico, anche se se curioso, l’inizio di una collaborazione tra le ex forze militari e le frange islamiste. Infatti l’imposizione del fallimento ba’thista fece sì che la società civile sunnita, da sempre privilegiata sotto Saddam, si trovasse di punto in bianco ostracizzata. Al contrario, le comunità sciite, perseguitate brutalmente da Hussein, vennero fatte avanzare politicamente e socialmente, scatenando numerosi attriti. Il culmine di tale tensione vide – tra caos, vendette e disperazione – lo scoppio della guerra civile tra il 2005 e il 2007, dove la delusione degli ex-militari ba’thisti trovò sintesi strategica nel salafismo jihadista trainato da al-Qa’ida in Iraq.
Nell’autunno del 2006 un gruppo di sheik sunniti di Ramadi cominciò a respingere al-Qaeda e decise di cooperare con le forze statunitensi. Il movimento prese il nome di Risveglio in Anbar o Figli dell’Iraq e trasformò la provincia da una roccaforte di ribelli a una regione in cui le forze statunitensi potevano condurre operazioni efficaci. La popolazione locale si unì in gran numero alle forze di sicurezza irachene e statunitensi. Insieme sgomberarono Ramadi e gran parte della valle dell’Eufrate, negando l’accesso ad al-Qa’ida in una delle sue basi più rilevanti in Iraq. Negli anni che seguirono, il risveglio di Anbar divenne per alcuni un punto di svolta nella guerra in Iraq e un modello per sconfiggere ribelli e terroristi, mentre per altri l’illusione di una vittoria.
Le basi per il ritiro delle truppe nel 2011 erano state poste in primis da Bush. Nel 2008, mentre si avvicinava la fine del suo mandato, Bush negoziò due accordi con l’Iraq nel tentativo di costruire un piano che prevedeva un impegno duraturo da parte degli USA. Tra questi  il SOFA che prevedeva esplicitamente che tutte le forze statunitensi si sarebbero “ritirate da tutto il territorio iracheno entro il 31 dicembre 2011”. Il  presidente Obama, dovette ovviamente rispettare l’accordo, ma la sua campagna elettorale, contro la guerra, portò ad un ridimensionamento delle truppe subito dopo la sua entrata in carica. Tuttavia una piccola forza residua di 5.000 truppe rimase fino a fine 2011.

Giulia Macario

Print Friendly, PDF & Email
Giulia Macario

Sono nata in Italia, attualmente vivo ad Amman dove ho lavorato come come ricercatrice e tirocinante presso “Arab Institute for Security Studies” (ACSIS) mentre ora studio arabo. Ho conseguito da poco il Master in Middle Eastern Studies (MIMES) offerto dall’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali a Milano con una tesi (felicissima) intitolata “WMD, al-Qa’ida and the Hashemite Kingdom of Jordan: response to Violent Extremism” dove ho analizzato la Giordania come caso studio nella difesa attuata contro l’estremismo violento, sia dal punto di vista strategico militare che dal punto di vista della contro-narrativa e prevenzione. Precedentemente ho conseguito la laurea in Studi Internazionali all’ Università di Trento con una tesi (sempre felicissima) intitolata “I media nella galassia jihadista: Analisi e comparazione dei magazines di al-Qa ‘ida e delle Stato Islamico” volta a sottolineare le differenze ideologiche e le tattiche di comunicazione utilizzate dalle due organizzazioni. Mi interesso principalmente di movimenti salafiti-jihadisti, islam politico con una particolare attenzione alla prevenzione e alla lotta contro l’estremismo violento e il terrorismo.

Comments are closed.