La vecchia regione dello Sham.
Puoi leggerlo in 3 min.

In questi giorni si parla in lungo e in largo del conflitto siriano. Negli ultimi due anni il conflitto ha calcato la scena varie volte, altre è stato trascurato, a seconda del livello di attività della guerra civile. Ma per alcuni Paesi, soprattutto quelli vicini come il Libano e Israele, il calderone siriano è alle porte di casa tutti i giorni.

 

TRIPOLI E SIDONE: DUE DAMASCO DIVERSE – Il conflitto siriano sta erodendo il fragile equilibrio libanese. Il governo di Beirut ha opportunamente dichiarato la propria neutralità e ha cercato di misurare bene dichiarazioni e operazioni politiche per evitare di trascinare il Paese in una guerra civile dai risvolti incerti, ma dalle conseguenze tutt’altro che indolori. Il supporto di Hezbollah agli alawiti di Assad ha risvegliato le rivalità sopite, acuite anche dal valore assoluto delle perdite economiche che la crisi siriana sta causando al Libano. I commerci sono bloccati da Israele a sud, mentre a ovest la Siria non funge più da Paese-ponte per le merci provenienti dal Mediterraneo e dal Libano stesso e dirette all’hinterland. Le perdite sono compensate parzialmente da alcune richieste di beni di consumo che Beirut vende oltre il confine siriano, ma poca cosa in confronto al danno economico che causa una regione in guerra.

 

In questo contesto, Tripoli e Sidone sono lo specchio di un Paese sempre più insofferente alla prolungata crisi siriana, eppure ogni giorno più vicino a venirvi trascinato irrimediabilmente. Gli attentati e gli scontri di Tripoli, città a maggioranza sunnita che ospita un’importante minoranza alawita, fanno da contraltare al crescente estremismo sunnita in un altro territorio a maggioranza sciita (Sidone). A dispetto della dimensione tribale della contesa, però, quello che preoccupa i sunniti, sostenitori tiepidi dell’Esercito Siriano Libero, è la possibilità di deriva dell’intera regione verso la supremazia sciita, cui invece sembra mirare chiaramente Hezbollah sostenendo Assad e stringendo rapporti con Teheran. I sunniti libanesi hanno quindi accolto positivamente la possibilità di un intervento occidentale, soprattutto dopo la recente avanzata delle forze governative siriane che per qualche tempo ha fatto temere che fosse giunto l’epilogo della vicenda, con la vittoria finale di Assad. Se quest’ultimo trionfasse, infatti, i sunniti libanesi si troverebbero confinati in una sacca nel Libano del nord, in un pericoloso mondo sciita. Per contro, se fossero i ribelli a vincere, sarebbe il popolo di Nasrallah a trovarsi virtualmente troppo lontano da Teheran e pressato da due Paesi a guida sunnita e dal formidabile nemico di sempre, Israele.

Entrambi gli schieramenti libanesi, polarizzati dal conflitto siriano, cominciano a considerare la guerra civile oltre il confine come un problema esistenziale per se stessi. Tale percezione è estremamente pericolosa in un Paese le cui ferite interne di scontri passati non si sono ancora rimarginate.

 

military exercise  in the Golan Heights
Soldati israeliani in addestramento sulle alture del Golan.

GERUSALEMME ASPETTA, MA E’ PRONTA – Da quando il conflitto interno siriano è esploso, Israele ha mantenuto un atteggiamento cauto e orientato alla sola garanzia delle proprie integrità e sicurezza. Nel corso del tempo l’atteggiamento di Gerusalemme si è dovuto evolvere. La rivolta siriana, così come quella egiziana, era guardata con interesse positivo da una parte significativa (ma non maggioritaria) della politica israeliana, nella speranza che una reale svolta democratica potesse portare attori nuovi e più propensi ad accettare, anche se non ufficialmente, l’esistenza di Israele e il suo piano di crescita nella regione; magari, anche a farvi affari. Le cose sono andate molto diversamente: a un anno di distanza Gerusalemme non fa ancora ufficialmente il tifo per nessuno, ma ha assunto una postura decisamente più aggressiva e intransigente sia sul confine libanese che su quello siriano. Le azioni di forza di quest’anno, in particolare i raid aerei, mostrano una certa insofferenza al prolungarsi della crisi, ma soprattutto alla difficoltà nell’identificare un vero nemico verso il quale rivolgere la propria forza. Da una parte il confine libanese, al di là delle scaramucce degli ultimi tempi, ha continuato a tacere. Dall’altra, i tentativi di Hezbollah di approvvigionarsi di quanto possibile in Siria, soprattutto sistemi d’arma sofisticati, non fanno dormire sonni tranquilli allo Stato di Israele.

 

Il timore di Gerusalemme è che, se non si interverrà in tempo (si può anche leggere: decidere il vincitore a tavolino), chiunque avrà la meglio in Siria possa diventare un nemico di Israele. In particolare, in caso di vittoria sciita e rafforzamento di Hezbollah, considerando anche il coinvolgimento iraniano nel conflitto, ci si troverebbe di fronte a un asse sciita corposo, agguerrito e decisamente pericoloso. In caso di vittoria sunnita, invece, Israele potrebbe trovarsi faccia a faccia, nel Golan, con una nuova ondata di jihadismo da parte di estremisti ispirati ad Al-Qaeda, i cui gruppi satellite sono attivissimi sul fronte dei ribelli e sono in costante crescita. Si teme quindi che il sud della Siria possa ospitare una nuova entità territoriale “canaglia”, una specie di serpe in seno.

 

Va detto che la maggior parte di questi gruppi vengono finanziati e supportati dall’Arabia Saudita in chiave anti-iraniana, e questo fa relativamente comodo a Gerusalemme, ma una volta cessate le ostilità nulla garantisce che questi stessi gruppi non decidano di rivolgere la loro attenzione a un altro avversario: Israele appunto. In questa prospettiva, per Israele l’intervento statunitense è insufficiente e tardivo, però a lungo sperato. Le minacce di Assad di ritorsioni in caso di attacco americano (peraltro subito rientrate) hanno preoccupato Gerusalemme, ma non troppo. Assad è considerato un attore sanguinario, eppure razionale: è molto improbabile che un attacco a Israele avvenga davvero. Tuttavia, memori del tiro mancino già giocato una volta da Damasco nel 1973 (guerra dello Yom Kippur), gli israeliani hanno cominciato la mobilitazione della riserva, messo in allarme l’aeronautica e rischierato al completo la difesa antiaerea.

 

Marco Giulio Barone
m.barone@ilcaffegeopolitico.it

Print Friendly, PDF & Email

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci qui il tuo commento
Inserisci il tuo nome