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In 3 SorsiI risultati delle elezioni europee hanno rivelato che non ci sarà la temuta rivoluzione messa in atto dalle forze sovraniste, anche se il panorama politico appare in evoluzione e sarà necessaria una nuova maggioranza per raggiungere la quota  minima di 376 europarlamentari. Italia e Francia rappresentano le eccezioni principali ad un sistema che rimane generalmente nell’alveo europeista.

1. RIVOLUZIONE IN EUROPA?

Le elezioni europee che si sono svolte tra giovedì 23 e domenica 26 maggio hanno restituito un quadro in evoluzione dei rapporti di forza tra i gruppi parlamentari che occupano il Parlamento di Bruxelles. Tale evoluzione, tuttavia, rimane per il momento nell’alveo delle forze politiche più “tradizionali” e dall’orientamento maggiormente filo-europeista. Due, infatti, sono i dati fondamentali da cui partire per analizzare l’esito della tornata elettorale. Il primo: per la formazione di una maggioranza parlamentare bisognerà seguire un sentiero abbastanza stretto. La consueta coalizione PPE (Partito Popolare Europeo) – S&D (Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici) questa volta non basterà più per raggiungere la maggioranza di 376 seggi (in totale sono 751) dal momento che la somma dei due gruppi ammonta a 329 (rispettivamente 182 e 147 seggi). Sarà dunque necessario l’apporto del gruppo dei Verdi, che è cresciuto in maniera significativa fino a 67 seggi, e/o di quello del terzo gruppo per consistenza numerica, quello dei liberali dell’ALDE (Alleanza dei Liberali e dei Democratici), che hanno ottenuto un discreto riscontro con 110 seggi. Il secondo: la tanto annunciata “spallata” da parte dei movimenti “euro-scettici” e sovranisti non è avvenuta. L’Alleanza Europea dei Popoli e delle Nazioni guidata da Matteo Salvini si è fermata a 71 seggi, mentre l’ex gruppo EFDD (sostenitori della Democrazia Diretta), è sceso a quota 44 comprendendo solo gli eletti del Movimento Cinque  Stelle e del Brexit Party di Nigel Farage.

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Fig. 1 – Marine Le Pen è arrivata prima in Francia superando di poco il movimento guidato da Macron

2. LE PERFORMANCE NAZIONALI

In quasi tutti i 28 Stati Membri (sì, perché ha partecipato anche il Regno Unito) hanno prevalso i partiti europeisti. Germania e Spagna sono i casi più importanti, con la CDU da una parte e i Socialisti di Sánchez dall’altra che ha confermato e rafforzato il primo posto ottenuto alle elezioni politiche di un mese fa. Le eccezioni più grandi sono arrivate dalla Francia e dall’Italia. Nel primo caso, il Rassemblement National di Marine Le Pen si è confermato partito di maggioranza relativa con 22 seggi contro i 21 di La République En Marche del Presidente Macron: un dato interessante ma che non è sostanzialmente diverso da quello registrato alle elezioni Presidenziali del 2017, in cui Macron ebbe facilmente la meglio per gli effetti del secondo turno. Nel caso dell’Italia, si è invece registrato un vero e proprio “terremoto” politico: la Lega ha ottenuto 28 seggi a fronte di 18 del Partito Democratico e di 14 del Movimento Cinque Stelle. In Ungheria, il partito Fidesz del primo ministro Orbán ha superato il 50%, ma per il momento la sua “pattuglia” di europarlamentari è schierata nel PPE. Tuttavia, anche se gli euroscettici ungheresi dovessero passare nel gruppo che fa capo a Salvini, i numeri sarebbero ancora molto lontani dalla capacità di incidere sulla maggioranza parlamentare. E in Regno Unito? Le elezioni “inaspettate” hanno visto la severa punizione non solo dei Tories, che in tre anni non sono riusciti a condurre in porto la Brexit, ma anche dei Laburisti, a vantaggio del redivivo Nigel Farage che con il suo nuovo Brexit Party che ha ottenuto 29 dei 73 seggi in palio. Una vittoria destinata a rimanere effimera, dato che la Gran Bretagna dovrebbe lasciare l’UE entro il prossimo 31 ottobre, con i seggi vacanti che verrano redistribuiti proporzionalmente tra gli altri Paesi.

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Fig. 2 – Matteo Salvini ha fatto il “pieno” di voti con il 34% di preferenze per la Lega

3. E ORA?

La partita del Parlamento Europeo sembra abbastanza preclusa ai sovranisti, non solo per quanto riguarda la maggioranza in seno all’assemblea ma anche per le nomine cruciali che dovranno avvenire nei prossimi mesi del Presidente della Commissione e dei Commissari Europei. È presumibile che l’Italia voglia incidere maggiormente in virtù del successo elettorale della Lega, ma non dimentichiamoci che la nomina dei Commissari dovrà essere posta al vaglio del Parlamento. È dunque assai improbabile che la Lega, fautrice di una revisione sostanziale del Fiscal Compact e di un ammorbidimento della disciplina di bilancio, ottenga l’elezione di un commissario “di peso” su dossier come gli Affari Economici e Monetari o il Bilancio. Più probabile è che il partito di Salvini possa giocare la partita su altri dossier importanti come l’Agricoltura. Ovviamente senza dimenticare il ruolo del M5S, che è ancora alleato al Governo e pretenderà verosimilmente di avere un ruolo nell’indicazione del Commissario italiano. Saranno sicuramente mesi interessanti, con la nuova Commissione che dovrà entrare in vigore il 1 novembre 2019.  

Davide Tentori

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Davide Tentori

Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Esperto di Politiche Commerciali. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa