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In 3 sorsi Nell’ultimo decennio una serie di scoperte energetiche ha reso il Mediterraneo orientale una regione di straordinaria importanza. Un progetto in particolare punta a rivoluzionare i legami tra Israele, Cipro, Grecia, Italia, ma proprio Roma sembra ora tirarsi indietro.

1. CAMBIAMENTI LEVANTINI

Nel corso dell’ultimo decennio si sono susseguite una serie di scoperte energetiche nel bacino del Mediterraneo, le quali potrebbero portare a notevoli cambiamenti regionali. In particolare, il progetto Eastmed, lungo circa 2mila chilometri e definito di interesse comune dall’Unione Europea, prospetta il movimento di 10-20 bcm di gas dai giacimenti israelo-ciprioti fino a Italia e Bulgaria, tramite i gasdotti Poseidon e IGB. Benché se ne discuta dal 2011, solo a dicembre 2018 Israele, Cipro e Grecia hanno intrapreso i primi passi concreti per avviare il progetto, cogliendo l’occasione per rafforzare legami e cooperazione in molteplici ambiti.

Fig. 1 – Il percorso di Eastmed

2 . IL CONTESTO STRATEGICO

Sono tuttavia numerosi gli attori coinvolti nella questione, a intensità variabili:

  • Israele, al quale i propri giacimenti offrono indipendenza energetica; un ruolo da esportatore di gas nella regione; un rinnovato attivismo diplomatico in chiave anti-turca e anti-iraniana, collaborando con Cipro, Grecia ed Egitto;
  • Cipro, che vede nei giacimenti la possibilità di ricavare benefici economici e irrobustire il proprio ruolo nella regione, anche in chiave anti-turca;
  • Grecia, che diventa destinataria di Eastmed oltre che del TAP, confermandosi hub fondamentale del gas europeo per il sud del Vecchio Continente;
  • Egitto: sebbene autoesclusosi, il Paese potrebbe inserirsi nel progetto in un secondo momento;
  • Russia: Mosca continua a fare la parte del leone nel mercato europeo del gas, risorsa che le assicura una notevole leva negoziale sui Paesi clienti. Eastmed rischierebbe di diminuire l’influenza russa sull’Europa, indebolendo anche i rapporti fra Mosca, Roma e Atene;
  • Turchia: in una escalation continua di provocazioni, minacce e sconfinamenti nelle acque cipriote, Erdogan è fortemente contrario al progetto;
  • Stati Uniti: Washington sostiene il progetto, in ottica anti-russa, per moderare i colpi di testa e l’aggressivo attivismo turco, nonché per rafforzare la stabilità e lo sviluppo della regione;
  • Bruxelles: l’Unione Europea ha da subito sostenuto il progetto, valutandone positivamente l’impatto sulla regione e sulla sicurezza energetica continentale.
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Fig. 2 – Il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte

3 . E L’ITALIA?

Il grande assente sembra essere l’Italia: Roma è cruciale per la realizzazione del progetto, essendo sempre stata inclusa. Ad aprile 2017 l’allora Ministro per lo Sviluppo Economico Carlo Calenda definiva Eastmed «fondamentale asse di sviluppo della strategia energetica complessiva del Mediterraneo». Persino il vicepremier Matteo Salvini ne ha riconosciuto l’importanza, e lo scorso novembre era stata raggiunta un’intesa da formalizzare entro tre mesi. Poi, le novità: il 20 marzo Cipro, Grecia e Israele si riuniscono a Gerusalemme insieme al Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo, per ribadire la rilevanza di Eastmed; manca Roma, e il 14 aprile il Primo Ministro Giuseppe Conte afferma: «In questo momento non siamo disponibili a consentire l’approdo di un’infrastruttura […] a Otranto». A parte le preoccupazioni ambientali, a giustificare la chiusura al progetto da parte della fazione di Governo rappresentata dal Movimento 5 Stelle è l’idea che l’Italia abbia già un approvvigionamento energetico abbastanza differenziato, e quindi sicuro. Non della stessa idea i partner internazionali, i quali ritengono che la posizione italiana si basi su necessità elettorali.
Tuttavia da un punto di vista strategico bisognerebbe considerare che l’Unione Europea è attorniata da un numero molto elevato di crisi in corso: il conflitto ucraino; le tensioni balcaniche; la situazione turca; i conflitti in Siria, Iraq, Afghanistan, Yemen, Nigeria, Libia, Sahel, Egitto; la Tunisia con le sempre presenti tensioni sociali e il terrorismo; l’Algeria che, qualora la transizione del potere non venisse ben gestita, potrebbe esplodere; cambiamenti climatici e scarsità di risorse come l’acqua, questioni che, se mal gestite, aggraverebbero numerosi problemi regionali; la sempre più alta tensione fra Iran, Stati Uniti, Israele, Hezbollah, Arabia Saudita: la dialettica fra Iran e USA è durissima anche per calcoli di potere/elettorali, tuttavia un incidente potrebbe risultare fatale.
Abbracciando questo “anello di fuoco” che circonda l’Unione, si noti come l’Italia riceva la gran parte del proprio gas da Russia, Libia, Qatar e Algeria: tutti Paesi a rischio.
In quest’ottica, quindi, forse sarebbe utile valutare la strategia della più ampia differenziazione possibile di fornitori di gas.

Paolo Corbetta

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