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In 3 sorsiDue Presidenti, due rivoluzioni e un solo risultato: il Venezuela nel caos e stremato dalla povertà. Le strategie delle parti a confronto.

1. L’OPPOSIZIONE STRAPPA (E SI STRAPPA?)

Se volessimo semplificare il confronto tra Guaidó e Maduro potremmo paragonarlo a un estenuante giro ciclistico. In quest’ottica la strategia di Guaidó è composta di strappi improvvisi, sprint che vogliono essere decisivi, ma che, spesso, falliscono e appaiono contro-producenti.
Il rischio che sta correndo Guaidó, torniamo sul terreno politico, è quello di vedere la lenta disintegrazione del proprio fronte. Storicamente l’opposizione venezuelana a Chávez e Maduro ha presentato un grande limite: la disunione. Per anni, tanti partiti, più o meno grandi e più o meno influenti, hanno arrancato dietro il carisma di Chávez. Diversi leader si sono susseguiti, pensiamo a Henrique Capriles e Leopoldo López, e ci sono stati tentativi di unire le forze sotto un’unica bandiera, come quello della Mesa de Unidad Democrática (MUD), poi Frente Amplio por Venezuela. Nei momenti cruciali, però, l’opposizione non è stata capace di dare la spallata al regime. Al contrario, ha subito lo strapotere dell’esecutivo, pur avendo, finalmente, recuperato il controllo del legislativo. Certo, ha dovuto fare i conti con un panorama giudiziario sfavorevole e un’evidente asimmetria militare, ma è mancata spesso di solidità e strategia politica comune.
Dopo anni di difficoltà, l’opposizione venezuelana si è riunita intorno alla figura del giovane Guaidó, in un momento di collasso totale del sistema economico e con il deciso appoggio degli Stati Uniti: probabilmente, il momento più giusto per tentare il tutto per tutto. Guaidó, che ha giurato nel gennaio del 2019, sembra ormai aver esaurito la forza propulsiva d’inizio anno e ha optato per l’effetto sorpresa.
I fatti del 30 aprile non sono altro che un chiaro tentativo di mantenere viva l’attenzione e la fiamma della rivolta. Un tentativo fallito, come ammesso dallo stesso giovane ingegnere, dovuto a calcoli sbagliati, eccessivo ottimismo e, qualcuno afferma, eccessivo individualismo.

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Fig. 1 – Juan Guaidó circondato dai microfoni dei giornalisti, maggio 2019

2. MADURO: NERVIOS DE ACERO

Mentre l’opposizione strappa, con i gregari dispersi durante la tappa o direttamente fuori dalla corsa, Maduro si tiene al centro del gruppo. La sua è una strategia di pazienza, un esercizio di apparente calma e lucidità. Conosce il terreno sul quale si corre, avendo lui stesso contribuito a creare e mantenere la struttura della Repubblica bolivariana di Chávez, e può contare su gregari esperti e, almeno fino ad ora, sostanzialmente leali.
Con il livello della tensione che si alza progressivamente, Maduro non attacca frontalmente, ma aspetta, cerca di gestire le criticità modellandole a piacimento, neutralizzandole quando può, attaccando poi i responsabili attraverso la “sua” giustizia. Non abbocca alle provocazioni di Guaidó, che vuole portarlo al confronto individuale sperando nel pronto intervento statunitense – eppure non esita a colpire i suoi gregari. Senza fretta, l’oficialismo aspetta che la fiamma dell’opposizione si spenga da sola, vittima delle sue stesse promesse infrante. Insomma, pare che basti rimanere nel gruppo, mantenere il ritmo, lasciare che l’opposizione strappi e si strappi, guardare le energie di Guaidó esaurirsi insieme al credito datogli dalla società civile a lui vicina. Attendere, in fin dei conti, che l’opposizione torni a rompersi ed essere orfana di un leader. Nervi d’acciaio, è questo l’ordine di Maduro.  

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Fig. 2 – Maduro parla alla folla, aprile 2019

3. IL RUOLO DEGLI STATI UNITI E LA CREPA NEL MURO DELL’OFICIALISMO

In seguito al fallimento del 30 aprile, Guaidó si trova di fronte a domande urgenti. Ora che è stata dimostrata la lealtà delle Forze Armate al regime oficialista, qual è il passo successivo? E qual è il ruolo degli Stati Uniti? Guaidó non ha mai nascosto di essere profondamente grato per l’appoggio di Washington e di fronte alle insistenti voci di un intervento diretto degli Stati Uniti in Venezuela ha sempre posto l’accento sulla necessità che questo venga prima discusso e approvato dall’assemblea legislativa venezuelana.
Dall’altra parte, Pompeo e Bolton (con il sostegno di Marco Rubio), alzano progressivamente i toni nei confronti del Governo di Maduro, posizione, questa, che ha portato il Presidente Trump a chiedere calma e a frenare le ambizioni di intervento militare.
Sebbene la rivolta del 30 aprile abbia portato a una sconfitta netta e bruciante per le forze dell’opposizione, non tutto sembra essere filato liscio dalle parti del Palacio de Miraflores. Se da un lato non c’è stata l’invasione delle strade auspicata da Guaidó, Leopoldo López è sfuggito agli arresti domiciliari. Com’è successo? Secondo le ricostruzioni, il generale Manuel Ricardo Christopher Figuera, al comando della temuta agenzia di intelligence SEBIN, sarebbe arrivato in sostegno delle forze di opposizione. Figuera avrebbe aiutato direttamente nelle operazioni di liberazione di López, voltando così le spalle al Governo di Caracas. Avrebbe incontrato elementi dell’opposizione per pianificare e coordinare il piano di liberazione e avrebbe reso esplicita, attraverso una lettera, la sua posizione critica nei confronti dell’esecutivo di Maduro. L’oficialismo non ha tardato nel sollevarlo dalle sue responsabilità alla guida del SEBIN e definirlo come traditore e codardo. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno sollevato le sanzioni economiche imposte in precedenza sul generale e in questo momento, pare che l’ex capo dell’intelligence bolivariana si trovi fuori dal controllo delle Forze Armate venezuelane.
La defezione di Figuera mette a dura prova i nervi d’acciaio tanto sbandierati dal Presidente. Se un uomo così importante per gli equilibri tra esecutivo e forze di sicurezza ha tradito il regime, è probabile che altri ci stiano pensando. I fatti del 30 aprile hanno reso evidente una crepa nel muro dell’erede di Chávez. Maduro, ovviamente, si mostra sicuro della lealtà dei militari. Tuttavia, le domande rimangono: quanto è grande questa crepa? Quanto ha intaccato l’intera struttura?

Elena Poddighe

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Elena Poddighe

Nata a Sassari nel 1993, ho diviso il mio percorso universitario tra l’Italia, la Francia e il Belgio. Sono laureata in Scienze Politiche, indirizzo Relazioni Internazionali, e specializzata in Relazioni Internazionali, indirizzo Diplomazia e Risoluzione dei Conflitti. Studio con particolare attenzione il continente americano, da Nord a Sud, ma seguo l’ordine di un caro professore: “Tutto ciò che succede nel mondo vi deve interessare!” Dopo l’esperienza Erasmus ho preso sul serio l’idea che tutto il territorio europeo potesse essere casa mia, così mi sposto costantemente da un punto all’altro, scoprendo pregi e difetti di questa nostra bellissima Europa. Non so preparare il caffè e non lo bevo, ma so cucinare e soprattutto mangiare le lasagne!