Puoi leggerlo in 3 min.

In 3 sorsiSettimane difficilissime per il Venezuela, dove Guaidó ha tentato di dare una spallata al Governo di Maduro, fallendo. Un’analisi degli ultimi fatti e del caos attuale.

1. LA RIVOLTA RIMANDATA E IL CAOS

All’alba del 30 aprile, ora venezuelana, Juan Guaidó registrava e pubblicava un video sul proprio account Twitter dai dintorni della base militare aerea de La Carlota, nella zona est della capitale venezuelana. Un messaggio diretto alla popolazione e un appello all’esercito: scendete in piazza, unitevi alla nostra causa, è il momento della spallata definitiva a Maduro. Un video come tanti altri, se non fosse stato per alcuni militari e una figura politica particolarmente importante alle sue spalle. Dritto e fermo, girato a tre quarti, i pugni chiusi, con sguardo fiero e diretto verso la telecamera, senza proferire parola, Leopoldo López annunciava in questo modo la sua liberazione dagli arresti domiciliari. Una notizia inattesa, che nella strategia comunicativa di Guaidó avrebbe dovuto galvanizzare le file degli oppositori. López è stato, infatti, uno dei principali capi dell’opposizione a Chávez e Maduro in Parlamento, in prigione e dagli arresti domiciliari. Nel video Guaidó non lo nomina e non fa nessun cenno all’operazione che ha portato alla sua liberazione. La presenza del mentore politico del Presidente dell’Asamblea Nacional è simbolica e il concetto è chiaro: López è libero e al fianco del leader, Guaidó.
Doveva iniziare così, dunque, l’Operación Libertad: la liberazione di López, la discesa in strada di migliaia di persone e la tanto sospirata unione dell’esercito alle manifestazioni. Guaidó si era detto sicuro del fatto che Maduro, oramai, avesse perso il vitale appoggio dell’esercito e nelle ultime settimane aveva messo le Forze Armate al centro dei suoi appelli, facendo leva sulla loro condizione di uomini e donne del popolo, vittime e testimoni di una condizione economica devastante per le famiglie venezuelane.
La spallata, tuttavia, non c’è stata. Sono arrivati, invece, gli scontri tra l’esercito fedele a Maduro e i manifestanti pro-Guaidó.

Embed from Getty Images

Fig. 1 – Juan Guaidó e Leopoldo López durante gli eventi del 30 aprile 2019

2. LA PARTITA INTERNAZIONALE E LO STRANO CASO DELLA FUGA DI MADURO

Juan Guaidó è libero e incolume grazie, soprattutto, al sostegno dell’Amministrazione Trump. La posizione di Washington è stata chiara sin dal giuramento del giovane ingegnere: misure dirette alla persona di Guaidó porterebbero a un intervento deciso degli Stati Uniti. Una linea rossa non dettagliata ma comunque ben definita, e che Maduro non ha ancora provato a oltrepassare. Gli Stati Uniti giocano un ruolo fondamentale nella questione venezuelana: sostengono economicamente l’opposizione, danno rilievo internazionale alla figura di Guaidó con il loro appoggio convinto e sono, almeno per il momento, la sua assicurazione sulla vita e sulla libertà. Il problema venezuelano, però, ha da tempo lasciato i confini del Paese per assumere un peso specifico nel quadro della politica internazionale. Stati Uniti, Cina e Russia giocano una partita a parte, fatta di interessi economici, geopolitici e ideologici. Sullo sfondo, a seconda delle prospettive, Venezuela, Cuba e Colombia e l’intera regione latinoamericana.
Così, mentre Guaidó si impegnava nel galvanizzare la sua base con l’immagine fiera di López e l’annuncio di avere dalla sua l’esercito venezuelano, gli Stati Uniti facevano sapere, tramite il Segretario di Stato Mike Pompeo, che Maduro sarebbe stato sul punto di lasciare il Venezuela per rifugiarsi nell’alleata Cuba. Sempre secondo quanto comunicato da Pompeo, Maduro avrebbe desistito in seguito alle insistenze della Russia. Maduro e Mosca hanno categoricamente smentito.
La sera del 30 aprile, Maduro si è poi rivolto direttamente alla nazione dal Palacio de Miraflores, sede del Presidente della Repubblica, circondato dai propri consiglieri e ministri più stretti e da alte cariche dell’esercito. La sensazione, al netto delle informazioni di cui disponiamo oggi, è che la mossa di Pompeo e degli Stati Uniti sia stata un tentativo di screditare pubblicamente Maduro agli occhi dei venezuelani. Una spinta per la rivolta di Guaidó, naufragata dopo una giornata di scontri circoscritti e senza che si manifestasse effettivamente il tanto sbandierato sostegno militare alla causa dell’opposizione.

Embed from Getty Images

Fig. 2 – Juan Guaidó durante una conferenza stampa, maggio 2019

3. LA REAZIONE DI MADURO

Mentre Leopoldo López e famiglia si rifugiavano prima nell’ambasciata cilena, poi nell’ambasciata spagnola, e mentre alcuni militari che avevano appoggiato la rivolta del 30 aprile cercavano sostegno in quella brasiliana, il sistema giudiziario venezuelano si metteva in moto per investigare e detenere i partecipanti al colpo di Stato, così definito dallo stesso Maduro.
Una settimana dopo gli avvenimenti la giustizia venezuelana ha arrestato Edgar Zambrano. Non si tratta di una mossa qualsiasi, sia per il ruolo ricoperto da Zambrano sia per le modalità dell’arresto. Zambrano, deputato per il partito Acción Democrática che si auto-qualifica come social-democratico, è il Primo Vicepresidente dell’Asamblea Nacional e uno dei maggiori alleati di Guaidó tra le file dell’opposizione a Maduro. Secondo testimoni e secondo quanto riportato da lui stesso su Twitter mentre avveniva l’arresto, Zambrano sarebbe stato accerchiato dalle forze dell’agenzia di intelligence SEBIN mentre si trovava nella propria auto. Rifiutatosi di scendere dal veicolo, il deputato sarebbe stato prelevato e portato via quando era sempre dentro la macchina. Maduro, dunque, non ha ancora osato oltrepassare la linea rossa che protegge Guaidó, ma non si fa nessuno scrupolo nell’attaccare frontalmente i suoi alleati politici. Zambrano, che è un deputato e godrebbe dunque dell’immunità parlamentare, ha perso questo privilegio in seguito al voto dell’Asamblea Nacional Constituyente, l’organo che, nei fatti, ha sostituito l’Asamblea Nacional, oramai in mano all’opposizione dal 2015. Con lui, altri deputati che hanno partecipato alla rivolta del 30 aprile. Guaidó era stato privato dell’immunità parlamentare all’inizio di aprile, dopo essere stato interdetto dagli incarichi pubblici per 15 anni.
Nelle ultime ore, intanto, il Governo ha bloccato l’accesso all’Asamblea Nacional per i giornalisti. Le forze politiche possono continuare a lavorare dentro l’aula e l’unica comunicazione tra l’organo legislativo e la popolazione avviene, per il momento, attraverso le reti sociali.

Elena Poddighe

Print Friendly, PDF & Email
Elena Poddighe

Nata a Sassari nel 1993, ho diviso il mio percorso universitario tra l’Italia, la Francia e il Belgio. Sono laureata in Scienze Politiche, indirizzo Relazioni Internazionali, e specializzata in Relazioni Internazionali, indirizzo Diplomazia e Risoluzione dei Conflitti. Studio con particolare attenzione il continente americano, da Nord a Sud, ma seguo l’ordine di un caro professore: “Tutto ciò che succede nel mondo vi deve interessare!” Dopo l’esperienza Erasmus ho preso sul serio l’idea che tutto il territorio europeo potesse essere casa mia, così mi sposto costantemente da un punto all’altro, scoprendo pregi e difetti di questa nostra bellissima Europa. Non so preparare il caffè e non lo bevo, ma so cucinare e soprattutto mangiare le lasagne!