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In 3 sorsi – Attore, candidato outsider, ora Presidente dell’Ucraina. Con lo schiacciante 73% ottenuto al ballottaggio contro Poroshenko, Volodymyr Zelensky sembra aver raccolto un consenso trasversale nell’opinione pubblica ucraina. Tuttavia il suo mandato inizia sicuramente in salita, con molti nodi da risolvere: arretratezza economica, povertà diffusa, processo di integrazione euroatlantica e, ovviamente, il rapporto con Mosca.

1. LE PROMESSE

Durante la campagna elettorale, Volodymyr Zelensky si è contraddistinto per il quasi assente ricorso alla retorica nazionalista e militarista, ormai satura e largamente impiegata dai principali rivali. Promotore di un approccio alla Russia piuttosto moderato e cauto, l’ex-attore tuttavia non si è mostrato remissivo. In merito ai rapporti con Mosca, Zelensky si è detto fermo sostenitore del Processo di Minsk, in primis per «spegnere il fuoco e riportare a casa i nostri ragazzi» (riferendosi ai marinai arrestati nel Mar d’Azov). Sul Donbass, «un’enorme guerra di informazione», sostenuta dai media ucraini, favorirà la fine delle ostilità, mentre sulla Crimea l’obiettivo è chiaro: il ritorno della penisola a Kiev, condizionato da un cambiamento nella strategia di potere del Cremlino e, soprattutto, da un auspicato e deciso sostegno degli USA. Dichiarazioni essenzialmente elettorali, che dovranno scontrarsi con la realtà dei fatti. Il dialogo con Mosca e le proposte di risoluzione della tragica questione orientale hanno alimentato le numerose illazioni e critiche da parte dei suoi rivali, che lo hanno tacciato di essere filorusso e burattino di qualche ambiguo oligarca (ovvero Ihor Kolomojskij).

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Fig. 1 – Conferenza stampa di Zelensky dopo i primi exit poll che confermano la sua vittoria nel ballottaggio presidenziale, 21 aprile 2019

2. UN PAESE DEBOLE E DIVISO

La Russia sembra aver cautamente apprezzato il cambio di vertice a Kiev. L’abbandono del formulario bellico e la propensione a soluzioni pacifiche mostrano sicuramente un passo diverso. Tuttavia le distanze restano. Come afferma Konstantin Zatulin, vicepresidente della Commissione CSI della Duma russa, «l’Ucraina non è un soggetto, ma un oggetto della politica internazionale […] Tutte le decisioni di Kiev non sono state prese indipendentemente, ma su consiglio di Washington. Inoltre, l’Ucraina deve all’Occidente circa 85 miliardi di dollari di debito». La situazione economica è effettivamente disastrosa. Fiaccata dal conflitto, dalle sanzioni e da performance troppo deboli per assicurare crescita e benessere, l’economia ucraina deve ripartire e, soprattutto, superare le grandi differenze regionali che contraddistinguono il Paese, riflesse anche nella distribuzione del voto: un Ovest fortemente filo-occidentale e nazionalista; un Est filorusso ed ex-motore energetico dello Stato; un Centro che media tra le due regioni. Inoltre, Zelensky deve considerare la composizione della Verchovna Rada il Parlamento di Kiev, in cui il Blocco di Petro Poroshenko e il Fronte Popolare detengono la maggioranza e senza il cui consenso, secondo la Costituzione, il Presidente non può autonomamente promulgare leggi e misure. Proprio per questo il 20 maggio, giorno dell’insediamento, Zelensky ha sciolto il Parlamento e indetto elezioni anticipate, comunque previste in ottobre. Saranno queste il nuovo banco di prova dell’effetto Zelensky.

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Fig. 2 – Un sostenitore di Poroshenko contesta la candidatura di Zelensky accostando la sua sagoma a quella di Vladimir Putin, 29 marzo 2019. Per molti nazionalisti ucraini, il nuovo Presidente fa parte di una fantomatica “quinta colonna” al servizio di Mosca

3. IL PRIMO CONFRONTO CON MOSCA

Lo scetticismo descritto sopra sembra regnare sovrano. Se da un lato Jurij Gempel’, portavoce del Parlamento della Crimea, ha invitato il neo Presidente a visitare «la Crimea russa» in quanto «regione aperta a tutti», dall’altro la decisione di Vladimir Putin di agevolare l’ottenimento della cittadinanza russa per gli abitanti delle Repubbliche popolari del Donbass (in vigore dal 3 maggio) e, in futuro, per tutti gli ucraini, ha il netto sapore della provocazione volta a testare la consistenza della nuova controparte di Kiev. L’Ucraina, che non permette il possesso della doppia cittadinanza, ha lamentato l’ennesima ingerenza russa e Zelensky, da uomo di palcoscenico, ha schernito la proposta di Putin. Ad accrescere le distanze l’approvazione del disegno di legge che rafforza la lingua ucraina nell’amministrazione statale e nei media, eredità di Poroshenko criticata da Zelensky come potenzialmente divisiva. Non solo la politica, ma anche la cultura è il terreno di un confronto speranzoso, ma molto complicato.

Mattia Baldoni

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