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In 3 sorsi –  Sullo sfondo della partita geopolitica tra Iran e Arabia Saudita per il predominio in Medio Oriente, la coesione tra le Monarchie sunnite dell’area appare tuttora in crisi. In primo piano l’attivismo regionale di Riyadh e Abu Dhabi

1. LA POLITICA ESTERA DI MOHAMMED BIN SALMAN

 In pochi anni il giovane Mohammed bin Salman (MbS) è riuscito ad accentrare il controllo della politica interna, estera, delle forze armate e di intelligence dell’Arabia Saudita, ottenendo un’autorità senza precedenti nella Monarchia wahhabita. Nominato Ministro della Difesa nel 2015 e principe ereditario nel 2017, MbS ha subito manifestato la volontà di accentuare la contrapposizione regionale con l’Iran sciita. La rivalità con Teheran e la rivitalizzazione della leadership saudita nel mondo arabo si collocano sullo sfondo delle sue principali mosse globali: dal conflitto in Yemen, al supporto finanziario a Egitto, Bahrein e alle comunità sunnite in Libano, all’embargo del Qatar. La normalizzazione dei rapporti con Israele e il sostegno alle milizie islamiste contro il regime alawita di Assad in Siria possono interpretarsi nella stessa ottica.
Nella Penisola arabica la linea interventista di MbS ha evidenziato le divergenze con le altre Monarchie petrolifere riunite nel Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). A eccezione del Bahrein, in cui una minoranza sunnita è a capo di un Paese a prevalenza sciita, e in parte anche degli Emirati Arabi Uniti (EAU), il Kuwait, il Qatar e l’Oman hanno portato avanti politiche regionali non sempre allineate con le scelte dell’egemone Riyadh. L’attuale crisi del CCG è visibile nella gestione della frattura con il Qatar: all’interruzione delle relazioni diplomatiche da parte di Arabia Saudita, Bahrein ed EAU, che hanno imposto sanzioni a Doha accusandola di finanziare il terrorismo, si sono contrapposti i tentativi di mediazione di Kuwait e Oman.

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Fig. 1 – Il Principe ereditario saudita Mohammed bin Salman

2. ARABIA SAUDITA ED EMIRATI: UN’ALLEANZA IN EVOLUZIONE

All’interno del CCG, Riyadh ha generalmente potuto contare sull’appoggio degli EAU, che si sono a lungo adattati alla politica estera saudita. Nell’ultimo decennio però gli Emirati, forti dei propri successi in campo economico, finanziario e commerciale, hanno adottato un approccio di maggiore autonomia e intraprendenza, pur conservando il rapporto di alleanza con il potente vicino. Le leve principali del potere sono concentrate nelle mani dello sceicco Mohammed bin Zayed Al-Nahyan (MbZ), principe ereditario della famiglia regnante di Abu Dhabi e comandante delle forze armate. MbZ ha promosso una politica di espansione dell’influenza emiratina in Medio Oriente e nel Corno d’Africa e avviato una profonda riforma militare per modernizzare l’esercito. Nel contesto geopolitico regionale gli Emirati si sono schierati con i sauditi nel contrasto all’Iran e nella creazione di un’asse anti Fratellanza Musulmana per ristabilire gli equilibri locali prima delle cosiddette Primavere Arabe del 2011.

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Fig. 2 – Il Presidente degli Emirati Arabi Uniti Sheikh Khalifa bin Zayed al-Nahayan (al centro) partecipa alla preghiera Eid al-adha ad Abu Dhabi insieme al Principe ereditario di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed al-Nahayan (a sinistra) e Saif bin Mohammed al-Nahyan (a destra)

3. GLI SVILUPPI DELLA GUERRA  IN YEMEN

Nell’operazione Decisive Storm, lanciata nel marzo 2015 dalla coalizione a guida saudita per bloccare l’avanzata delle milizie sciite Houthi, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti giocano un ruolo centrale. A livello militare Riyadh si è concentrata sul Nord del Paese, con una massiccia campagna di bombardamenti aerei, mentre Abu Dhabi sul Sud, guidando le manovre di terra e contrastando le principali formazioni jihadiste dell’area, come Al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP). Gli EAU hanno liberato Aden e conquistato i principali porti yemeniti, il cui controllo, insieme a quello dei maggiori porti commerciali nel Corno d’Africa, assicura loro un importante vantaggio strategico. Nonostante l’interesse comune a neutralizzare gli Houthi, economicamente e logisticamente sostenuti dall’Iran, entrambe le Monarchie mirano a massimizzare il proprio perimetro di influenza nei futuri equilibri nazionali, come testimoniato dalla competizione geopolitica per l’isola di Socotra e la regione orientale di Mahra.
Malgrado i negoziati tenutisi alla fine del 2018 in Svezia, i combattimenti in Yemen continuano e lo scenario politico rimane frammentato. Il fallimento di uno dei cardini della politica estera di MbS ha contribuito a minare la coesione all’interno del GCC, rafforzando l’influenza di Teheran a livello regionale.

Violetta Orban

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Violetta Orban

Romana, classe 1987, sono laureata con lode in Relazioni Internazionali all’Università Roma Tre con una tesi dal titolo “Le transizioni politiche in Medio Oriente. Siria, Libano e Yemen in prospettiva comparata”. Nella stessa università ho conseguito con lode la laurea triennale in Scienze Politiche con una tesi su “Sistema internazionale e processi di democratizzazione in Medio Oriente: i casi di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti”. Appassionata di affari internazionali, ho ottenuto il diploma di Esperto in Cerimoniale e Protocollo nazionale ed internazionale dalla SIOI (Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale), in seguito al quale ho svolto un tirocinio presso l’Ufficio III del Cerimoniale Diplomatico della Repubblica del Ministero degli Affari Esteri. Nel 2013 ho seguito il Master in Istituzioni e Politiche Spaziali della SIOI che mi ha portato a lavorare nel settore aerospaziale, prima in Telespazio, con uno stage in area Strategy & Marketing, e attualmente in Space Engineering, dove sono Marketing & Communication Specialist.