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AnalisiForse la regione economica più dinamica al mondo, il Sud-est asiatico, vede realizzate una dopo l’altra enormi opere per la produzione e per il trasporto di energia. Ma i vantaggi geopolitici e economici di questi progetti energetici si scontrano con serie conseguenze socio-ambientali: sarà possibile raggiungere un compromesso?

IL PREZZO DELL’ENERGIA

Come abbiamo visto nel precedente articolo circa il panorama energetico nella regione ASEAN, la ricerca della sicurezza energetica è tra i principali obiettivi dei suoi Paesi membri. Nelle prossime decadi gli occhi saranno puntati sullo sfruttamento del gas naturale, risorsa abbondante nel Sud-est asiatico, considerata energia “pulita” in grado di soddisfare la crescente domanda. È un dato di fatto che il voler garantire un miglior livello di energia ai propri cittadini e alle proprie aziende sia sull’agenda di ogni Governo dell’area. Tuttavia, spesso questa narrativa è stata usata da regimi semi-autoritari a spese delle classi sociali più marginalizzate e dell’ambiente. In vari casi, (come per le mega-dighe Sarawak in Malesia e Nam Theun 2 in Laos) le élite governanti approvano progetti energetici di grande scala senza un vero e proprio studio preliminare delle conseguenze socio-ambientali, appaltando i lavori a compagnie nazionali o internazionali di preferenza. Nella regione geografica del Sud-est asiatico la situazione è quindi aggravata dalla presenza di Governi che scoraggiano la consultazione delle popolazioni locali e rifutano di adottare o rispettare politiche ambientali efficaci.

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Fig. 1 – Il cantiere della grande diga Nam Theun 2 in Laos nel giugno 2007. Entrata in funzione nel 2010, la mega-struttura energetica ha avuto un impatto molto pesante sulla vita degli abitanti delle zone limitrofe

IL CASO DEL GASDOTTO YADANA

Il gasdotto Yadana è stato il primo gasdotto transnazionale nel Sud-est asiatico. Tra i partner del progetto c’erano la multinazionale del petrolio francese Total, la compagnia nazionale del Myanmar, la Myanmar Oil and Gas Enterprise, la statunitense Unocal e la Petroleum Authority of Thailand (PTT). Il gasdotto è stato completato nel 1999, e attraversa la parte sud-orientale del Myanmar per poi continuare nella provincia thailandese di Kanchanaburi. Alla sua fine la compagnia nazionale energetica thailandese ha posto un impianto per convertire il gas in energia elettrica. Mentre i Governi thailandese e birmano hanno goduto dei benefici di questo progetto, le comunità prossime all’enorme costruzione ne hanno pagato il prezzo. Infatti il consumo pro capite di energia elettrica delle regioni attraversate dal gasdotto rimane ancora il più basso anche dopo vari anni dalla sua conclusione, come la birmana Tenasserime Division. Proprio qui, durante i lavori, l’Esercito birmano prese il possesso militare dell’area, e diede il via a una serie di offensive contro le minoranze etniche Karen e Mon, presentate come ribelli e nemiche del Governo centrale. Poi, senza una vera e propria valutazione dei rischi ambientali, le foreste circostanti sono state decimate, con un abbattimento illegale e non controllato. Nuove strade, campi militari e infrastrutture per proteggere il gasdotto si sono tradotte in lavoro forzato per la popolazione locale, nelle foreste di bamboo o nei campi di caucciù, per provvedere ai materiali di costruzione. Allo stesso tempo i militari birmani hanno esercitato una repressione delle comunità in loco tramite pratiche di violenze e abusi sessuali simili a quelle che sono tutt’ora adottate contro i Rohingya. Nonostante le proteste contro la repressione dei diritti umani e lo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali, la ricerca della sicurezza energetica da parte del Governo thailandese continua a favorire l’élite militare birmana. È importante ricordare che i giacimenti di combustibili fossili sono gestiti da società private nazionali e internazionali, le quali ottengono una concessione dal Governo centrale. L’export di gas naturale del Myanmar ha raggiunto il valore di circa 2,4 miliardi di dollari americani, provvedendo a più del 30% della valuta estera. L’export di gas, petrolio e altri minerali figura come la voce più importante del commercio internazionale birmano, con possibilità di crescita e di attrazione di nuovi investimenti esteri. In questo caso, la ricerca della sicurezza energetica si collega allo sfruttamento delle risorse naturali e ai conflitti civili.

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Fig. 2 – Due tecnici di Total al lavoro su un tratto del gasdotto Yasdana nel 2003. Secondo l’organizzazione “Burma Campaign UK”, il progetto ha fatto guadagnare al regime birmano – sanzionato a livello internazionale per le gravi violazioni dei diritti umani – tra i 200 e i 450 milioni di dollari all’anno

LA TRANS-ASEAN GAS PIPELINE (TAGP)

Il progetto Trans-ASEAN Gas Pipeline (TAGP) si presenta come un gasdotto inter-regionale unico al mondo: al suo completamento sarebbe in grado di portare energia a 10 Paesi sparsi su un territorio di 4,5 milioni di chilometri quadrati. Fino al 2008 l’ASEAN contava 10 gasdotti internazionali, del valore di 14,2 miliardi di dollari americani, per circa 4mila chilometri, progettando la costruzione di altri sei da rendere operativi entro il 2016. Il piano regionale Trans-ASEAN Gas Pipeline (TAGP) propone altre 7 connessioni, che collegheranno i centri principali della regione: Bangkok, Kuala Lumpur, Singapore, Batam, Jakarta e Surabaya in Indonesia e Manila nelle Filippine. I siti principali di estrazione saranno nel Mare delle Andamane, a sud del Myanmar, nel Golfo della Thailandia, nel Mar Cinese Meridionale e vicino alle Isole Natuna in Indonesia.
Tra le argomentazioni a favore del TAGP troviamo sicuramente la volontà di ridurre la dipendenza dal Medio Oriente per la fornitura sia di gas naturale che di petrolio. Un altro punto interessante è che la mobilitazione di miliardi di dollari in capitale per lo sviluppo di questa infrastruttura agirà da collante tra diversi Governi storicamente in conflitto (come Myanmar e Thailandia per la questione dei rifugiati, oppure Filippine e Vietnam per la questione territoriale del Mar Cinese Meridionale). La realizzazione del TAGP sarebbe un incentivo per la cooperazione con obiettivo la sicurezza energetica regionale.
Le criticità del mega-progetto sono varie. Tra le più temute ci sono quelle ambientali, dal momento che il Sud-est asiatico è una delle aree più colpite dai disastri ambientali al mondo. Innanzitutto, l’esplorazione, l’estrazione, la lavorazione e il trasporto di gas naturale comportano dei rischi. Le esplorazioni di giacimenti hanno bisogno di operazioni invasive sugli strati di roccia sedimentaria, come esplosioni controllate e prove sismiche indotte. Poi la costruzione di piattaforme per l’estrazione e di infrastrutture per il trasporto e l’accesso alle stesse spesso inducono allo “sgombero” dei terreni, aprendo la via al disboscamento illegale e ai cacciatori di frodo. Uno studio presentato dai ricercatori Waskow e Welch (2005), dimostra che per ogni chilometro di condotto petrolifero vengono sgomberati tra i mille e i 6mila ettari di foresta. Inoltre tra i prodotti secondari derivati dall’attività di estrazione troviamo frammenti di roccia e grandi quantità di acqua contaminata da zinco, mercurio e benzene, che la rendono molto simile al fango. Questi sotto-prodotti si hanno sia durante l’attività esplorativa che durante quella estrattiva, e in assenza di un impianto adeguato di trattamento dei fanghi si riversano in maniera incontrollata nell’oceano, ponendo una seria minaccia per la salute della biosfera marina.

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Fig 3 – L’allora premier di Singapore Goh Chok Tong, accompagnato dalla Presidente indonesiana Megawati Sukarnoputri, durante il discorso di inaugurazione del gasdotto Grissik-Batam-Singapore nell’agosto 2003. Il progetto si estende per 470 kilometri, dall’isola di Sumatra a Singapore, e rappresenta il primo step del Trans-ASEAN Gas Pipeline

UN COMPROMESSO PER IL FUTURO

L’ASEAN è determinata a diventare un punto di riferimento per i mercati energetici regionali. Con la scoperta di depositi di gas naturale e con l’efficientamento di produzione di energia elettrica, l’ASEAN acquista un’attrattiva maggiore nei confronti del proprio partner commerciale più importante, la Cina. Tuttavia sembra che una maggiore visibilità economica non vada di pari passo con il rispetto dei diritti umani e la salvaguardia dell’ambiente. Le conseguenze negative dei mega-progetti costruiti in nome della sicurezza energetica ASEAN sono diventate oggetto di vere e proprie campagne internazionali, capitanate da organizzazioni non governative locali e internazionali (es. International Rivers). La loro voce spera di smuovere i vertici dell’Associazione, richiedendo parametri più severi per i progetti trans-nazionali, la produzione di energia da fonti rinnovabili e il rispetto dell’ambiente.

Benedetta Mantoan

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