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AnalisiSembrava l’inizio di una nuova era di pace quando Kim e Trump si sono incontrati a Singapore nel luglio del 2018. Ma l’apparente idillio ha avuto vita breve e si è infranto contro il leitmotiv della denuclearizzazione. Kim Jong-un ora cerca nuove intese sul fronte opposto.

PROVE DI DIALOGO INFRUTTUOSE

Quando lo scorso febbraio il leader nordcoreano Kim Jong-un e il Presidente statunitense Donald Trump sono apparsi nuovamente davanti alle telecamere uniti da una gioviale stretta di mano, il mondo intero ha sperato che la conversazione sui temi caldi della denuclearizzazione nella penisola coreana e delle sanzioni contro la Corea del Nord portasse a dei risultati concreti, dopo la sostanziale infruttuosità del summit di Singapore nel giugno 2018. Tuttavia le aspettative sono state disattese. Trump ha in seguito rivelato che il maggiore attrito si è verificato sulle sanzioni, poiché Kim aveva preteso una totale eliminazione di queste ultime (il ministro degli Esteri nordcoreano Ri Yong-ho ha invece chiarito che la richiesta nordcoreana era meno ambiziosa e che riguardava solo una parte delle sanzioni), offrendo in cambio solo la chiusura dell’installazione nucleare di Yongbyon. La proposta nordcoreana è stata giudicata però insufficiente dagli Stati Uniti, che avevano chiesto la chiusura di altri siti nucleari oltre Yongbyon: solo a quel punto avrebbero acconsentito alla cancellazione delle sanzioni.
Il lavoro della diplomazia non è stato sufficiente per appianare la divergenza tra le due posizioni, pertanto Trump ha preferito rinunciare all’accordo, ammettendo che una totale denuclearizzazione della Corea del Nord nell’immediato futuro è abbastanza improbabile. Malgrado il fallimento del vertice, Trump ha usato parole cordiali verso Kim, e ugualmente ha fatto la stampa nordcoreana, tuttavia i due leader non si sono accordati per alcun nuovo incontro. Il Ministro degli Esteri nordcoreano, Ri Yong-ho, ha in seguito dichiarato che la posizione della Corea del Nord non cambierà, «anche se gli Stati Uniti proporranno ulteriori negoziati in futuro». Dunque, l’inaspettata armonia che aveva caratterizzato le ultime fasi dei rapporti tra i due leader sembrerebbe svanita, rapidamente, così come era sorta.

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Fig. 1 – Conferenza stampa del Presidente USA Donald Trump e del Segretario di Stato Mike Pompeo al termine del fallimentare vertice di Hanoi, 28 febbraio 2019

KIM VUOLE LA FINE DELLE SANZIONI

Sebbene la Corea del Nord sia a tutti gli effetti una potenza militare, la sua economia è estremamente debole e dipende dagli aiuti provenienti dalla Cina. L’ordine interno in Corea del Nord è garantito dall’uso sistematico dello strumento del “terrore”, nelle varie forme dello spionaggio della popolazione, della delazione generalizzata, della tortura e della propaganda. Per quanto questo sistema abbia funzionato discretamente fino ad ora, al netto di alcune illustri defezioni e fughe all’estero da parte di alti funzionari dello Stato, ma anche di cittadini comuni, Kim Jong-un sa che se vuole davvero rendere permanente il regime creato da suo nonno, non potrà contare a lungo solo sugli strumenti della dittatura.
Le sanzioni economiche che strangolano l’import (sopratutto di petrolio) e l’export (in particolare di tessile e di carbone) nordcoreano, seppur non siano state in grado di fermare i propositi di armamento nuclearizzato di un regime che vede in questa attività la propria sopravvivenza, hanno impoverito la popolazione. Ad oggi Pyongyang può contare su questi armamenti per garantire la sua difesa da potenze straniere. Ma un regime può crollare non solo per spinte esogene. 

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Fig. 2 – Kim Jong-un saluta fotografi e giornalisti prima di rientrare in patria dopo il suo viaggio in Vietnam, 2 marzo 2019

IL PRIMO INCONTRO TRA KIM E PUTIN

Per poter comprendere il motivo dell’incontro tra Kim Jong-un e Vladimir Putin è necessario tenere presente lo scenario domestico nordcoreano, ma anche l’attuale posizione della Russia nello scacchiere internazionale.
Il summit con Kim rappresenta un tassello del più ampio puzzle voluto da Putin diretto a far uscire la Russia dall’isolamento internazionale degli ultimi anni, a partire dalla crisi di Crimea del 2014. Entrando ufficialmente nella partita coreana, Putin intende affermare l’importanza della Russia per gli sforzi diplomatici necessari a realizzare la tanto auspicata denuclearizzazione della penisola. Come era stato anticipato dagli analisti alla vigilia del summit, l’intenzione della Russia era provare a rilanciare i famosi Colloqui a sei (Six-Party Talks) sulla denuclearizzazione coreana. Peskov, portavoce del Presidente Putin, ha infatti dichiarato che i colloqui a sei sono «il meccanismo internazionale più efficace» per portare avanti il dialogo con la Corea del Nord. La Russia insieme a Stati Uniti, Cina, Giappone e Corea del Sud ha preso parte ai negoziati aperti nel 2003 e chiusi nel 2009 con il ritiro della Corea del Nord dalle trattative. 
Ad ogni modo, i due leader non hanno parlato solo di denuclearizzazione, ma anche di cooperazione economica. Da tempo la Russia guarda alla penisola coreana non solo come a un allettante mercato sul quale far approdare il principale bene di cui è esportatore, il gas, ma anche come punto di arrivo di un ampio piano infrastrutturale che favorirebbe gli spostamenti di persone e merci. L’idea cara al presidente Putin vede la creazione di un collegamento tra la Trans-Siberiana e la linea ferroviaria inter-coreana che dovrebbe correre lungo la penisola coreana. Una ferrovia del valore di 35 miliardi di dollari in grado di connettere Seul e Pyongyang a Mosca. 
In questo scenario si inserisce l’interesse di Kim Jong-un volto a rafforzare la Shenzhen nordcoreana, una zona economica speciale creata negli ultimi anni e posizionata strategicamente per quanto riguarda il commercio internazionale. Si tratta di Rason, situata nell’estremo angolo nord-orientale del Paese. Rason si trova vicino al confine con la Russia e con la Cina. Geograficamente Rason possiede una posizione commerciale ideale. Esiste un collegamento ferroviario attraverso il confine russo: ed è così che Kim ha raggiunto la scorsa settimana in treno Vladivostok. Esiste anche un servizio di traghetti che in dodici ore arriva al porto russo e un porto per container abbastanza profondo da non congelarsi durante l’inverno. Non è escluso, quindi, che i due leader abbiano parlato anche di questo importante canale commerciale.

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Fig. 3 – Stretta di mano tra Kim e Putin a Vladivostok, 25 aprile 2019

LE NUOVE FRONTIERE DELLA DIPLOMAZIA NORDCOREANA

Nella partita a scacchi che Kim e Trump stanno giocando, il summit con Putin ha costituito certamente una mossa ben piazzata da Kim. Il leader nordcoreano sta provando ad aumentare il proprio potere negoziale verso gli USA, cercando appoggio dalla Russia per uscire dallo stallo delle trattative con gli Stati Uniti in merito alla questione della denuclearizzazione. Mentre lo scopo di Putin era ottenere l’attenzione mediatica necessaria a dimostrare quanto il Cremlino sia un attore centrale e indispensabile per qualsiasi soluzione che possa determinare un nuovo equilibrio in Asia orientale.
Gli Stati Uniti speravano di ottenere un buon successo diplomatico nelle relazioni con l’antico nemico nordcoreano. Un risultato di cui Trump, prossimo alla scadenza del suo mandato presidenziale, avrebbe enormemente beneficiato in vista della campagna elettorale per la sua rielezione. Se da un lato ha pesato la complessità del tema su cui le parti stavano negoziando, dall’altro l’Amministrazione Trump ha sicuramente preteso troppo dai negoziati, mentre avrebbe dovuto ascoltare con più attenzione le richieste nordcoreane. Anche in questo stile di conduzione delle trattative è riscontrabile una certa fretta di ottenere risultati da poter spendere politicamente in casa
Al momento sembra inverosimile che Trump e Kim riusciranno a incontrarsi nuovamente prima delle elezioni americane del novembre 2020. Dagli eventi degli ultimi giorni è tuttavia possibile dedurre che, se Kim non riuscirà a ottenere ciò che vuole dialogando con gli Stati Uniti, non si risparmierà dal cercare intese altrove. E lo farà bussando alla porta dei suoi potenti vicini oppure inscenando dimostrazioni di forza, come i recenti lanci di missili a corto raggio nel Mar del Giappone, volti a ricordare a Washington il proprio potenziale militare.

Manuel D’Elia

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Manuel D'Elia

Leccese, classe 1990. Dopo la laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli studi Roma Tre con tesi in diritto internazionale sul principio di autodeterminazione dei popoli, ho conseguito un Master in Studi Diplomatici presso la SIOI di Roma e frequentato la Scuola di Alta Formazione Politica della Fondazione Magna Carta. Appassionato di storia fin dall’infanzia, negli ultimi anni ho sviluppato un profondo interesse verso le relazioni internazionali e la geopolitica. Scrivo principalmente di Asia e Medio Oriente, con un occhio di riguardo alla politica estera dei maggiori attori internazionali del momento: Stati Uniti, Russia e Cina.