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RistrettoOre schizofreniche in Venezuela. Nelle ultime 36 è successo di tutto, dalla liberazione di Lopez (ex leader dell’opposizione poi ridotto al silenzio) alla mossa congiunta di Guaidò e Washington, forse creata per indebolire mediaticamente Maduro.

Il Presidente (quello legittimo secondo la Costituzione, Guaidó) intendeva approfittare delle crepe nell’inner circle del Presidente (quello illegittimo secondo la Costituzione, Maduro). Militari di altissimo rango, la stampella del regime, erano praticamente d’accordo con gli insorti. Nell’arco di qualche ora Guaidó si è presentato alla nazione con militari e Lopez al fianco e poi Pompeo e Bolton hanno detto al mondo intero che Maduro stava fuggendo verso Cuba, ma è stato fermato dalla Russia, e che in alcun modo questo è un colpo di stato essendo Guaidó riconosciuto dagli USA.

Il tentativo di Guaidó di presentare alla nazione un nuovo fronte di opposizione unito non è andato molto lontano. L’intenzione di Maduro di fuggire verso Cuba può essere un’arma a doppio taglio, oltre che non realistica. E’ rimbalzata ovunque e Maduro l’ha dovuta smentire; ciò lo rende forse più debole agli occhi dei Paesi occidentali. E in più, se ora tocca Guaidó c’è la minaccia di intervento USA; se non lo tocca, appare debole. Ma è troppo poco, se si vuole parlare di successo dell’operazione. D’altro canto, Lopez si è rifugiato nell’Ambasciata spagnola e il Brasile ha offerto asilo politico ai militari coinvolti nella mossa di ieri; non sembrano mosse di un’opposizione con la vittoria in pugno.

Inoltre, per quanto riguarda l’indebolimento mediatico, può valere anche il contrario, cioè Maduro può anche essersi rafforzato grazie a questa storia (almeno a livello interno) perché’ la grande insurrezione promessa da Guaidó non c’è stata.

Insomma, cosa è successo? Guaidó ha cercato di dare continuità politica (e mediatica) alla sua operazione. Ha tentato il tutto per tutto, ma non è andata evidentemente come sperato. Qualche militare mediterà pure il tradimento (si fa il nome del generale dell’aeronautica Figuera), ma di fatto non è successo nulla che autorizzi a pensare ad una discontinuità politica. Guaidó intendeva probabilmente provocare l’insurrezione, convincere la popolazione (sempre più affamata) a scendere in strada una volta per tutte. Non è avvenuto.

L’attore scomodo è Putin, fortemente interessato alla situazione caraibica in virtù dei 17 miliardi di dollari di prestiti elargiti e dell’importanza strategica del delta dell’Orinoco.  La Russia minaccia gli USA di non intervenire, ma è già sul campo con i suoi uomini.

Ma indipendentemente da chi vinca lo scontro, i problemi strutturali del Paese restano enormi e continueranno a pesare sul suo futuro per decenni. Anche con Guaidó al potere, Caracas sarebbe costretta a implementare dure riforme economiche per cercare di rimettere in sesto la situazione, con relativo corollario di instabilità e conflitti sociali. Il tutto in un contesto politico probabilmente polarizzato e segnato dalle eredità scomode del vecchio regime. Nei fatti il Venezuela è uno Stato fallito e lo resterà anche dopo la caduta di Maduro (violenta o pacifica che sia).

Mentre l’ex autista di Chávez celebra l’ennesima vittoria di un popolo oramai annientato, Mike Pompeo, più per frustrazione che per convincimento, minaccia un intervento militare. Sembra una questione muscolare, di geostrategia e di esercizio del potere politico. Probabilmente la conferma che al mondo le sorti della popolazione venezuelana non interessano più di tanto.

Elena Poddighe e Simone Pelizza

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