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In 3 sorsi – Mentre l’Europa, e in particolare l’Italia, si dibattono nel pantano della stagnazione economica, la crescita degli Stati Uniti non sembra conoscere rallentamento, e anzi, supera le già rosee aspettative. Questa è la chiave di lettura necessaria per interpretare l’ennesimo scontro tra Donald Trump e la Federal Reserve, entrambi con prospettive divergenti circa le misure da intraprendere per non far sì che la crescita non sprofondi in stagnazione, o addirittura recessione, nel prossimo futuro.

1. I DATI ECONOMICI PROMETTENTI

Due cifre: 196mila e 3,8. La prima rappresenta il numero di posti di lavoro creati nel mese di marzo 2019, la seconda il tasso di disoccupazione nello stesso periodo. Numeri notevoli, e soprattutto in ripresa rispetto al mese precedente. Infatti, in febbraio l’economia statunitense aveva aggiunto “solo” 20mila nuovi posti di lavoro (statistica successivamente innalzata a 33mila). Complessivamente, secondo i dati, gli Stati Uniti godono di un periodo di espansione quasi ininterrotto dal 2010: in questi 9 anni sono stati creati ben 21 milioni di nuovi posti di lavoro e il tasso di disoccupazione è calato dal 10% fino al 3,8% (un livello da pieno impiego). Positivo anche l’aumento dei salari del 3,2%, corrispondente all’incirca al doppio del tasso di inflazione per lo stesso periodo. Più di una volta gli indici di borsa hanno raggiunto livelli altissimi, collezionando diversi record.

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Fig. 1 – Donald Trump durante un rally

2. LE PROSPETTIVE PIÙ FOSCHE

D’altro canto l’inarrestabile crescita statunitense difficilmente potrà sostenersi ancora a lungo. Gli effetti delle controversie commerciali scatenate dall’Amministrazione si sono fatte sentire in quasi tutti Paesi sviluppati: la crescita della Cina e del Giappone ha subito un rallentamento, la produzione industriale in Germania ha sperimentato una brusca frenata nell’ultimo trimestre e, come è noto, l’economia italiana non gode di buona salute da diversi mesi. Assieme a questo clima di decrescita generale bisognerebbe affiancare inoltre il fatto che gli effetti della riforma fiscale voluta da Trump e dall’establishment repubblicano nel 2017 si stanno rapidamente esaurendo – senza contare che alcuni tagli, in particolare quelli riguardanti le imposte sul reddito, non sono neppure permanenti. In più il settore manifatturiero, caratterizzato da una vigorosa espansione negli ultimi due anni, ha conosciuto un rallentamento deciso: in febbraio e marzo sono stati creati 7mila posti di lavoro in totale contro una media di 22mila mensili nell’anno precedente (quindi 44mila nella stessa unità di tempo). Inoltre, sebbene le cifre siano state riviste al rialzo, la media di questo primo trimestre del 2019 rimane comunque inferiore a quella dello scorso trimestre di oltre 40mila unità.

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Fig. 2 – Jerome Powell, chairman della Federal Reserve

3. LO SCONTRO DI TRUMP CON LA FED

In ogni caso, indipendentemente dal tipo di prospettive, Donald Trump ha immediatamente puntato il dito contro la Federal Reserve di Jerome Powell (da lui stesso nominato), accusandola di aver contribuito a un consistente rallentamento della crescita attraverso l’aumento dei tassi di interesse. A suo dire, infatti, l’aumento dei salari e la crescita impetuosa non hanno portato a un aumento dell’inflazione: da qui l’inutilità, anzi, la nocività, dell’alzare ulteriormente i tassi di interesse (al momento compresi tra il 2% ed il 2,25%), operazione effettuata ben quattro volte nel 2018. Ansioso di voler incassare quanto prima i “dividendi” politici della crescita economica presso il suo elettorato, soprattutto in vista di una difficile rielezione nel 2020, il Presidente non ha risparmiato veementi rimproveri, né alleviato le pressioni su Powell. Le critiche di Trump, normalmente inusitate per un inquilino della Casa Bianca, hanno ottenuto un certo successo: infatti, la possibilità che un aumento dei tassi di interesse potesse portare a dei problemi nei mercati finanziari, sommato a pressioni provenienti da altri attori internazionali – nonché ai proclami a gran voce del Presidente – hanno fatto sì che la FED rinunciasse ad aumentare nuovamente i tassi nel 2019, stabilizzandosi sul 2,1%.

Vincenzo G. Romeo

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Vincenzo G. Romeo

Nato nel 1997, studio Scienze Politiche (Relazioni Internazionali) a Bologna. Accanito giocatore di RisiKo! e appassionato di videogiochi di strategia, ho sempre amato la storia – in particolare la storia antica -, fin da piccolo. Suono il violino e non disdegno qualche buona serie TV di tanto in tanto. La politica statunitense si somma ai miei già numerosi interessi e collaboro per un’altra pagina online, The American Post, in merito. Anche qui al Caffè mi occuperò della stessa, con un occhio di riguardo per le relazioni diplomatiche degli Stati Uniti.