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Analisi – Il Dragone incontra l’Europa. Tra commercio e politica estera il Vecchio Continente e la Cina cercano di trovare un nuovo equilibrio nella loro futura relazione.

ALLA RICERCA DI UN NUOVO EQUILIBRIO

Lo scorso 9 aprile Bruxelles è stata il teatro dell’atteso vertice tra l’UE e la Cina. Dopo la mancata sottoscrizione di una dichiarazione congiunta agli incontri del 2016 e 2017, il 21° summit UE-Cina si è aperto in un periodo particolarmente denso di eventi strategici e di implicazioni politico-economiche nella relazione tra Pechino e Bruxelles.
La partita in gioco è alta. Tra cooperazione e investimenti, passando per il delicato tema della cybersecurity e dei sempre più massicci trasferimenti tecnologici, il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e il Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk hanno incontrato il premier cinese Li Keqiang per discutere delle questioni «più urgenti nelle relazioni bilaterali riguardo, ad esempio, l’agenda commerciale e di investimento, nel quadro dei negoziati per un accordo generale e un accordo sulle indicazioni geografiche».
Dopo negoziati «difficili», ma «proficui», come prontamente osservato da Tusk a margine del vertice, le due parti hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta di 7 pagine, nella quale viene «riaffermata la forza del partenariato strategico UE-Cina» e l’impegno a «rispettare il diritto internazionale e le norme internazionali che regolano le relazioni internazionali con al centro l’ONU e i suoi tre pilastri di pace e sicurezza, sviluppo e diritti umani». Insomma, ancora una volta i due giganti economici euro-asiatico hanno ribadito il supporto alla causa del multilateralismo, sottolineando l’impegno per una riforma dell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), mentre Pechino ha accettato di «intensificare le discussioni con l’obiettivo di rafforzare le regole internazionali sui sussidi industriali».
Reciprocità e apertura, queste le parole chiave che dovranno fare da guida alla futura collaborazione tra Pechino e Bruxelles, in particolare per quanto riguarda gli investimenti diretti esteri (IDE) di Pechino nel Vecchio Continente. Sebbene secondo uno studio del think tank tedesco Mercator Institute for China Studies gli IDE cinesi in Europa nel 2018 siano diminuiti del 40% rispetto al 2017 e del 50% rispetto al 2016, essi ammontano comunque a un quarto di tutti gli investimenti in entrata in Europa. Durante i negoziati si è deciso di completare entro la fine dell’anno tutti quei processi che dovranno portare all’adozione di un Accordo complessivo sugli investimenti UE-Cina nel 2020, che, come si legge, dovrà garantire «un migliore accesso al mercato, con l’eliminazione di requisiti e pratiche discriminatorie che colpiscono gli investitori stranieri e la creazione di un quadro equilibrato di protezione degli investimenti».
Molto più generiche invece le dichiarazioni sul tema della cybersecurity e della costruzione della nuova rete 5G, tema particolarmente sensibile per gli USA di Trump. I due partner infatti si sono limitati a evidenziare che il diritto internazionale è valido ed essenziale per mantenere un cyberspazio stabile e che non ci dovrebbe essere «nessun trasferimento forzato di tecnologia».

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Fig. 1 – Jean-Claude Juncker, Li Keqiang e Donald Tusk durante la conferenza stampa finale del summit UE-Cina

NON SOLO COMMERCIO: DIALOGO EURO-CINESE TRA POLITICA ESTERA E DIRITTI UMANI

Oltre a economia e commercio si è parlato anche di questioni inerenti la governance globale e le nuove sfide internazionali. Dopo aver riaffermato il proprio sostegno alla One-China policy, leitmotiv presente in quasi ogni accordo o dichiarazione siglata da Pechino, le due delegazioni hanno discusso di molte aree di crisi a livello internazionale. In aperto contrasto con la volontà di Washington, le parti hanno confermato il loro impegno all’attuazione dell’accordo sul nucleare iraniano (PACG), sottolineando anche la necessità di trovare soluzioni pacifiche e concertate alla questione nordcoreana, alla crisi in Venezuela e a quella ucraina, dove hanno chiesto la piena applicazione degli accordi di Minsk.
Le due parti hanno anche evidenziato l’importanza della lotta al cambiamento climatico e della difesa della biodiversità, sottolineando come sia di urgente importanza concretare gli impegni presi con gli accordi di Parigi. Il vertice è stato inoltre occasione per parlare a quattr’occhi con Pechino dell’importanza del rispetto dei diritti umani, uno dei capisaldi della politica estera europea e dell’assetto valoriale del Vecchio Continente. Sebbene entrambe le parti abbiano riaffermato che i diritti umani sono «universali, indivisibili, interdipendenti e interconnessi», alla questione non è stata dedicata più che qualche riga sul documento finale. Non c’è dubbio che nelle intenzioni delle Istituzioni europee ci fosse la delicata vicenda dello Xinjiang e dei campi di rieducazione, ma, ad ogni modo, come sottolineato dal quotidiano cinese The Global Times, è normale per la Cina «rigettare questo argomento da una dichiarazione congiunta». Insomma, non c’è dubbio che per quanto riguarda una discussione dettagliata sul tema dei diritti umani, la strada è ancora lunga.

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Fig. 2 – Manifestazione di protesta contro la repressione cinese nello Xinjiang. Molte organizzazioni umanitarie accusano Pechino di aver costruito campi di prigionia per i dissidenti uiguri

PECHINO: UN PARTNER E UN RIVALE

Indiscutibilmente alla base del summit euro-cinese c’era la forte volontà di Bruxelles di trovare un approccio europeo «più realistico, più assertivo, più variegato» verso Pechino. La Cina è oramai uno scaltro giocatore sullo scacchiere internazionale e l’UE si trova spesso confusa nel delineare una linea comune. Dopo il mal di pancia per la decisione dell’Italia di sottoscrivere un memorandum di intesa per la Nuova via della seta, Bruxelles ha definito la Cina come un partner, ma anche come un «rivale sistemico» e un «competitor economico». Anche l’Altro Rappresentate UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini ha ricordato che in mancanza di una totale unità nessuno è realmente in grado di conseguire i propri obiettivi con la Cina.
Da tempo ormai le Istituzioni europee hanno espresso preoccupazione sull’influenza che i massicci investimenti cinesi possono avere sulle scelte politiche di molti Stati membri, in particolar modo in Europa meridionale e orientale. È il caso, ad esempio di Grecia e Ungheria, che nel 2016 hanno impedito all’Unione Europea di appoggiare la decisione del tribunale dell’Aia contro l’espansione territoriale della Repubblica popolare nel Mar cinese meridionale.

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Fig. 3 – Il premier Li Keqiang in visita al cantiere del ponte sulla penisola croata di Peljesac, 11 aprile 2019. Il ponte, largamente finanziato dall’UE, sta per essere costruito da una compagnia cinese, segno ulteriore del crescente interesse di Pechino verso i Balcani

L’Europa sembra inquieta anche per l’avvicinamento di Pechino ai Balcani. Dopo aver lasciato Bruxelles, tra l’11 e il 12 aprile il premier cinese è stato infatti ospite al forum che riunisce 16 Paesi dell’Europa centrale e dei Balcani (di cui 11 Stati membri dell’UE) e la Cina, il cosiddetto Club 16+1. All’incontro ha partecipato anche la Grecia, che, con sempre maggiore insistenza, sta accarezzando l’idea di aderire al forum e di beneficiare anch’essa degli investimenti di Pechino. Infatti, sebbene l’Europa abbia una netta supremazia sulla regione, molti Stati balcanici si stanno indebitando con le banche cinesi. È il caso del Montenegro, ad esempio, dove il Governo ha contratto un debito di 800 milioni di euro per la costruzione di un’autostrada. Come ha sottolineato il Commissario europeo per la Politica di vicinato e i Negoziati per l’allargamento Johannes Hahn, «questi investimenti cinesi non arrivano a caso. […] I prestiti di Pechino rischiano di compromettere l’obiettivo di migliorare la stabilità e lo sviluppo economico dei Balcani».
Alle accuse di una volontà cinese di creare discordia all’interno del blocco europeo ha risposto il premier Li Keqiang, che in un editoriale sul quotidiano tedesco Handelsblatt ha ricordato che la Cina «appoggia con forza il processo di integrazione europea nella speranza di un’Europa unita e prospera».
Ma per alcuni la domanda resta: che la Cina stia davvero attuando una politica di divide et impera nel Vecchio Continente?

Rocco Forgione

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Rocco Forgione
Classe 1992, campano di origine ma cittadino del mondo. Da sempre innamorato delle lingue e della politica internazionale, nel 2015 conseguo la laurea triennale in Lingue e Mediazione Linguistico-Culturale presso l’Università degli Studi di Roma Tre, con una tesi sul nazionalismo cinese durante gli anni di Deng Xiaoping e Jiang Zemin. Il primo incontro con il “paese di mezzo” avviene nel 2016 quando mi reco a Shanghai per svolgere un tirocinio nel campo del marketing. Di ritorno in patria, mi iscrivo alla laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università di Torino con un programma di double degree che mi permette di trascorrere il secondo anno accademico presso la Zhejiang University in Cina.
Quando non bevo caffè…o tè (rigorosamente cinese), mi piace molto leggere e praticare sport.

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