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In 3 Sorsi – La Cina ha lanciato nel 2018 la sua nuova agenzia per la cooperazione internazionale, puntando a semplificare il sistema di investimenti cinesi per lo sviluppo. Se le risorse stanziate sono a livello dei principali donatori internazionali, serviranno dei miglioramenti nella trasparenza ed efficienza dell’aiuto allo sviluppo cinese.

1. UN NUOVO ATTORE PROTAGONISTA SULLA SCENA INTERNAZIONALE

Provate a pensare a un Paese che in poco meno di 25 anni passa da un tasso di povertà estrema del 66% a uno di poco più dello 0,5%, un Paese che migliora il livello di alfabetizzazione della popolazione di circa il 30%, diminuisce la mortalità infantile di oltre l’80% e aumenta l’aspettativa di vita di più di 10 anni, sempre nello spazio di una generazione (fonte World Bank). Pensate poi a un Paese che tra il 1990 e il 2010 riceve 38 miliardi di dollari in aiuto allo sviluppo e che nel solo 2014 stanzia oltre 8 miliardi di dollari per finanziamenti agli Stati poveri, aprendo poi nel 2018 la sua agenzia ufficiale per la cooperazione allo sviluppo, la China International Development Cooperation Agency (CIDCA). Sembra una favola, ma è la strabiliante realtà degli ultimi 30 anni della Cina, un Paese formalmente ancora annoverato tra i quelli in via di sviluppo, ma che in realtà si appresta a spodestare gli Stati occidentali, anche nel campo della cooperazione internazionale e degli investimenti diretti allo sviluppo, specialmente in Africa.

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Fig. 1 – Il Presidente cinese Xi Jinping durante un recente incontro con il Presidente di Gibuti

Basti pensare che, nel settembre scorso, durante il forum di cooperazione Cina-Africa, Pechino si è impegnata a investire 60 miliardi di dollari nel continente africano durante i prossimi 3 anni. Di questi, circa 5 miliardi l’anno arriveranno nella forma più direttamente ascrivibile a interventi di cooperazione, quindi prestiti a interesse zero o agevolati e sovvenzioni. Questa cifra pone la Cina al terzo posto tra i principali donatori in Africa, dopo gli Stati Uniti (12 miliardi) e la Commissione Europea (11 miliardi) e ben al di sopra di attori storici nel continente quali il Regno Unito, la Francia, il Giappone e la Germania.

2. IL MANDATO AMBIGUO DELLA NUOVA AGENZIA PER LA COOPERAZIONE

La Cina è diventata negli anni uno dei principali finanziatori di progetti infrastrutturali, dopo l’apertura della Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) e il lancio della One Belt One Road Initiative, sfruttando sapientemente questi investimenti per rafforzare la propria influenza geopolitica. La creazione della nuova agenzia mira ad ampliare lo spazio d’azione cinese oltre le infrastrutture e al continuo rafforzamento del soft power cinese, specialmente in Africa. Fino ad ora le operazioni cinesi nell’ambito della cooperazione sono state di difficile lettura, perse in un sistema burocratico complesso e articolato. La nuova agenzia mira a semplificare l’azione cinese, ma porterà inevitabilmente uno scrutinio maggiore dei suoi e richieste di maggiore trasparenza, se la Cina vorrà adeguarsi agli standard degli altri principali donatori internazionali, cosa che a oggi pare improbabile.
Dalle prime indicazioni sembra infatti che la nuova agenzia svolgerà principalmente un ruolo di coordinamento strategico e di rappresentanza diplomatica internazionale, mentre i singoli ministeri manterranno il controllo sulla progettazione finanziaria. Un altro chiaro segnale che è arrivato dal direttore dell’agenzia, Wang Xiaotao, è che la Cina non ha alcuna intenzione di rinunciare al suo status di Paese in via di sviluppo e che quindi le operazioni dell’agenzia saranno orientate a una cooperazione Sud-Sud (ovvero tra Paesi appartenenti al cosiddetto “Sud” del mondo”), non sottoposta alle stringenti regole OCSE sulla cooperazione internazionale.

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Fig. 2 – Xi Jinping ha recentemente annunciato che gli investimenti in paesi terzi della Belt and Road Initiative saranno improntati alla trasparenza e alla sostenibilità

3. UNA RIFORMA A METÀ

Ecco quindi che, ad ora, il lancio dell’agenzia non sembra una vera e propria riforma, ma più che altro una riorganizzazione del robusto apparato burocratico centrale che permette un maggiore controllo e monitoraggio della cooperazione cinese, specialmente alla luce dei massicci investimenti della Nuova Via della Seta. Tuttavia, le critiche di organizzazioni indipendenti come AidData, che avevano accusato la cooperazione cinese di promuovere principalmente l’export e gli interessi nazionali cinesi, e non di favorire i Paesi destinatari (fine unico della cooperazione), sembrano ancora attuali.
Sarebbe però riduttivo limitare la portata dell’agenzia alle problematiche citate. Bisogna infatti riconoscere che un coinvolgimento cinese con un attore unico a rappresentare il Governo di Pechino nei consessi internazionali potrà essere di estremo beneficio nel rafforzare i legami con gli altri donatori internazionali e nello scambio di best practices, oltre a migliorare l’efficienza e l’impatto dei programmi di cooperazione. Non possiamo dunque etichettare la nuova agenzia come un’operazione di facciata, ma i passi da fare per una maggiore trasparenza degli investimenti cinesi per lo sviluppo rimangono tanti e non del tutto riconosciuti dal Governo cinese. A questo proposito, gli impegni presi dal Presidente Xi Jinping nell’ambito del Belt and Road Forum di questi giorni sono un punto di partenza incoraggiante.

Lorenzo De Santis

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