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Analisi – Il secondo Belt and Road Forum permetterà a un gran numero di capi di Stato e di Governo di confrontarsi con questo grandioso progetto, all’indomani del Forum di Boao e di un’intensa attività diplomatica tra i Paesi asiatici. Riusciranno le Nuove Vie della Seta a creare mercati e infrastrutture per uno sviluppo economico diffuso e condiviso o rappresentano solo un tentativo di Pechino di modificare gli equilibri geopolitici mondiali a proprio vantaggio? Dopo la firma del memorandum con Pechino, quale ruolo rivestirà l’Italia nell’iniziativa? E l’Europa?

IL FORUM DI BOAO

Alla vigilia dell’apertura del secondo Belt and Road Forum, che sarà ospitato a Pechino dal 25 al 27 aprile 2019, cerchiamo di analizzare il contesto in cui si inserisce la nuova progettualità chiamata, in cinese, Yīdài yīlù一 带 一 路, una cintura, una via, frutto degli sforzi di un Paese non più emergente, ma ormai in corsa per scalzare gli Stati Uniti dalla posizione di prima potenza mondiale, ruolo che l’Impero Celeste ha rivestito per molti secoli nel passato. Il forum si aprirà  poco dopo la conferenza annuale del Boao Forum for Asia (BFA), svoltosi ad Haikou, nella provincia di Hainan, al quale, per l’Italia, ha partecipato il Ministro delle Finanze Giovanni Tria, e in cui si è discusso di Futuro Condiviso, Azione Concertata e Sviluppo Comune. Il premier cinese Li Keqiang, sottolineando la speranza di una decisiva ripresa economica per il 2019, ha esaminato i molteplici problemi legati alle politiche monetarie, alla volatilità dei mercati, al ritorno del protezionismo, sottolineando l’importanza del Progetto BRI, in linea con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile, in un’ottica sinergica per un miglioramento della qualità della vita dei popoli di tutto il mondo.

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Fig. 1 – Il premier cinese Li Keqiang parla durante il Boao Forum del mese scorso nell’Hainan

LA RICETTA ASIATICA

L’incremento del commercio globale multilaterale viene veicolato come fondamentale anche dall’India e dall’ASEAN+3, che riunisce dieci Paesi del Sud-est asiatico (Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Singapore, Sultanato del Brunei, Thailandia e Vietnam) e le prime tre economie del Continente (Cina, Giappone e Corea del Sud). Certamente un’azione politica coordinata tra questi Paesi dovrebbe facilitare uno sviluppo tecnologicamente avanzato, al fine di proporre una nuova “ricetta asiatica”. In questa ottica il Boao Forum, creato nel 2001, cerca di avviare colloqui tra i Governi, le Istituzioni e le imprese e mira ad affrontare i problemi più pressanti per dare contestualmente una spinta verso l’innovazione, la sostenibilità e l’inclusività. La crescente vivacità dei Paesi asiatici traspare dai diversi accordi commerciali trans-regionali che oltrepassano il continente per coinvolgere gli Stati che si affacciano sul Pacifico, in un’ottica non solo meramente economica, ma attenta alle strategie geopolitiche.

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Fig. 2 – Il Ministro degli Esteri giapponese Taro Kono (sinistra) e quello cinese Wang Yi (destra) durante il vertice ASEAN di Singapore dell’anno scorso

STRATEGIE AMERICANE E RISPOSTE CINESI

Nonostante la decisione dell’Amministrazione Trump, nel gennaio del 2017, di abbandonare il Partenariato Trans-Pacifico (Trans-Pacific Partnership, TPP) l’accordo è rimasto vigente. Questi 11 Stati (Canada, Australia, Brunei, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam), che erano stati coinvolti dagli Stati Uniti in una strategia multilaterale, finalizzata a mantenere la supremazia americana nella governance globale, frenando le pretese geoeconomiche e geopolitiche della Cina, hanno sottoscritto il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP) nel marzo 2018, che ha garantito in poco più di 2 anni un aumento del 2% del PIL dei Paesi coinvolti. Il tentativo di emarginare la Cina, ma soprattutto l’intento di superare le criticità legate al cosiddetto noodle bowl, per il proliferare di accordi bilaterali che avevano in qualche modo frenato la crescita del commercio regionale, ha prodotto, sin dal summit dell’ASEAN a Bali nel novembre 2011, una fervida attività diplomatica, spesso grazie all’impulso di Pechino. Sin d’allora si è cominciato a lavorare per costruire un sistema regionale multilaterale che ha portato all’Accordo che coinvolge i Paesi ASEAN (Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Filippine, Singapore, Thailandia, Vietnam), la Cina, il Giappone, la Corea del Sud, l’India, l’Australia e la Nuova Zelanda in un Partenariato Economico Globale Regionale (RCEP, Regional Comprehensive Economic Partnership). La conseguente regolamentazione degli scambi e dei servizi, degli investimenti esteri, della proprietà intellettuale e dell’e-commerce dovrebbe determinare, secondo i dati ICE, un impatto pari a 286 miliardi di dollari USA.

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Fig. 3 – Visita del vicepremier cinese Liu He alla Casa Bianca, 4 aprile 2019

BRI E BENE PUBBLICO

Lo scopo di una simile attività multilaterale è volto a rendere i diversi ecosistemi aperti, equi, trasparenti e prevedibili, e quindi a realizzare “una comunità dal destino condiviso”, come dicono i cinesi. Lo strumento che la Cina intende utilizzare a questo scopo è la Belt & Road Initiative (BRI), considerata un vero e proprio “bene pubblico”, in un contesto di relazioni internazionali completamente nuove, che coinvolge 124 Paesi e 29 organizzazioni internazionali. In questa faraonica progettualità, avviata dall’Amministrazione cinese nel 2013, si cela la grande sfida all’egemonia statunitense, che si traduce nella volontà di implementare il piano “Made in China 2025” e di ottenere il predominio digitale, per il quale la Cina ha messo a bilancio una cifra che sfiora i 1.200 miliardi di dollari entro il 2035. Trump, d’altro canto, scatenando la guerra dei dazi ha cercato di “contenere” l’espansione cinese ed il nuovo modello di globalizzazione proposto con le vie della seta, che può minare alle fondamenta il predominio geopolitico americano.

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Fig. 4 – Operai al lavoro su uno dei progetti promossi dalla BRI in Sri Lanka

IL RUOLO DELL’EUROPA

In questo scontro tra Washington e Pechino emerge la necessità che anche l’Europa riveda il proprio ruolo nello scacchiere mondiale. Di fronte a quella che è stata definita la pervasività della penetrazione economica cinese ed in esito alle visite nel vecchio continente del Presidente cinese e all’adesione alla BRI di Italia e Lussemburgo, emerge l’urgenza di un approccio sistematico e condiviso da parte degli Stati UE, indispensabile per rendere effettive e imprescindibili il diritto e le regole del mercato multilaterale e del libero commercio. Il vertice UE-Cina svoltosi il 9 aprile a Bruxelles, che, tra l’altro, ha avviato una collaborazione che consentirà i collegamenti tra le vie della seta e le reti europee di infrastrutture sia fisiche che informatiche, ha messo in luce l’asimmetria dei rapporti tra i più o meno piccoli Paesi Europei e la Cina. Questo approcci, perché abbiano un peso a livello internazionale, postulano un ruolo pregnante dell’Unione Europea, capace di evitare la frammentazione e di allontanare lo spettro di un ritorno ad un’Europa divisa, destinata ad indebolirsi a livello internazionale, sprofondando nel ruolo di provincia di nuovi Imperi.

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Fig. 5 – Protesta a Roma contro la firma del recente memorandum di intesa italo-cinese e l’eccessiva vicinanza del Governo Conte a Pechino, 29 marzo 2019

LA POSIZIONE ITALIANA

Sulla base di questi presupposti, il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte si recherà al Belt & Road Forum per dare un apporto al progetto e iniziare a rendere operativa la firma del Memorandum of Understanding e dei protocolli di intesa. Lo scopo al quale mira è aumentare l’interscambio che già colloca l’Italia al quarto posto tra i Paesi europei per volume di traffici con la RPC, con un incremento delle importazioni ed un aumento dell’interscambio (ma anche del deficit commerciale) e dell’export pari a 13,2 MLD di Euro nel 2018 (secondo i dati Eurostat ). Una particolare sensibilità per il progetto delle vie della seta era già era stata manifestata dal Premier Gentiloni nel 2017, in occasione del primo B&R Forum, al quale però non era stato dato un riscontro effettivo. L’azione del nuovo Governo sembrerebbe avviata verso una maggiore concretezza, non scevra da molti timori, legati soprattutto ai problemi della mancata crescita italiana che da un lato potrebbe giovarsi dei finanziamenti offerti dalla controparte cinese ma, dall’altro, potrebbe rischiare di perdere il controllo di infrastrutture strategiche, come è stato ipotizzato, tra gli altri, dall’amministrazione americana. D’altro canto l’Italia ha rappresentato per secoli l’approdo, ma anche il crocevia di questa rete di strade, rotte, percorsi su cui, per secoli, è transitata la seta, le giade, i lapislazzuli, il tè, le spezie… insieme a uomini, idee, credi religiosi, conoscenze e scoperte. La sfida è oggi rinnovata affinché nella progettualità faraonica delle nuove Vie della Seta non si configurino pretese egemoniche dell’uno o dell’altro ma si realizzi realmente un progresso per tutti, che avvicini i popoli e le culture, portando comprensione e pace al fine di creare un mondo migliore. In questa prospettiva l’Italia, come Stato fondatore dell’UE, può dare sicuramente un grande contributo e giocare anche la carta di una salda ripresa economica.

Elisabetta Esposito Martino

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Elisabetta Esposito Martino

Sono nata nello scorso secolo, anzi millennio, nel 1961. Mi sono laureata in Scienze Politiche, Indirizzo Internazionale, presso La Sapienza con una tesi sul consolidamento della Repubblica Popolare cinese (1949 – 1957); ho conseguito il  Diploma in Lingua e Cultura Cinese presso l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente di Roma ed il Perfezionamento in Lingua Cinese presso l’ISMEO. Sono stata delegata italiana per l’International Youth culture and study tour presso la Tamkang University Taipei, e poi docente di discipline giuridiche ed economiche. Ho lavorato come consulente sinologa e svolto attività di ricerca. Ora lavoro in un ente di ricerca e continuo la mia formazione (MIP Business School del Politecnico di Milano e dalla SDA Bocconi School of Management, Griffith College di  Dublino, Francis King School of English di Londra, EC S.Julians di Malta). Ho pubblicato sull’”Osservatorio Costituzionale”, dell’associazione italiana dei costituzionalisti  (AIC) , su “Affari Internazionali” e su “Mondo Cinese”.
Dopo aver sfaccendato tra pappe e pannolini per quattro figli, da quando sono cresciuti ho ripreso alla grande la mia antica passione per la Cina, la geopolitica  e le istituzioni politiche e costituzionali. Suono la chitarra, preparo aromatici tè ma non mi sveglio senza… il caffè!