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In 3 SorsiL’11 aprile, dopo quattro mesi di proteste, un golpe in Sudan ha destituito al-Bashir. Il potere è passato ai militari, ma i protagonisti di #SudanUprising chiedono un Governo civile e l’allontanamento delle figure un tempo fedeli ad al-Bashir e ora pronte a guidare la transizione.

1. IL GOLPE IN SUDAN

Sono trascorsi solo quattro giorni dal colpo di Stato in Sudan che ha deposto al-Bashir, ma da allora gli eventi si sono succeduti molto rapidamente, con alcuni passaggi inattesi.
Per riepilogare i fatti in modo sintetico, giovedì 11 aprile l’esercito ha arrestato il Presidente – ora in un «luogo sicuro» – e ha comunicato con un annuncio ufficiale le proprie intenzioni. Escluso da subito il passaggio del potere a un Governo civile, come chiesto invece dai manifestanti, i militari guidati dal ministro della Difesa Ahmed Awad Ibn Auf hanno comunicato l’intenzione di avviare un periodo di transizione di due anni supervisionato da un Consiglio militare, con l’obiettivo di arrivare alle elezioni nel 2021. I primi provvedimenti sarebbero stati la proclamazione dello stato di emergenza per tre mesi, con la sospensione della Costituzione del 2005 e l’applicazione di una serie di misure eccezionali, come il coprifuoco in tutto il Paese e la chiusura dello spazio aereo.
I manifestanti di #SudanUprising, tuttavia, si sono opposti in modo deciso a questa roadmap, mantenendo convocati i sit-in davanti ai palazzi del potere. La determinazione dei sudanesi ha convinto il Consiglio militare della necessità di un primo cambio di rotta: venerdì 12 Ibn Auf è stato sostituito da Abdel-Fatah al-Buhran Abdel-Rahman, capo di stato maggiore dell’esercito, fedelissimo di al-Bashir e supervisore della missione sudanese in Yemen a fianco dell’Arabia Saudita.L’avvicendamento al vertice del Consiglio militare ha portato molti osservatori a pensare che fosse in atto un secondo golpe, ma probabilmente si è trattato solo di un nuovo assetto degli equilibri all’interno del gruppo che ha rimosso al-Bashir.

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Fig. 1 – Manifestazione del 15 aprile a Khartoum

2. GLI ULTIMI AGGIORNAMENTI

La conferma da parte del Consiglio militare di proseguire sulla via della transizione militare ha portato a nuove agitazioni a Khartoum, finché sabato 13 al-Burhan non ha accettato di incontrare l’Associazione dei professionisti sudanesi (SPA), il principale motore delle manifestazioni degli ultimi mesi. Le richieste principali dei gruppi di #SudanUprising erano ancora le stesse: un Governo civile e la rimozione degli uomini più vicini al Presidente – perché la sensazione, tuttora presente, è che fosse stato rimosso al-Bashir, ma non il suo sistema. Se in un primo momento il Consiglio militare è rimasto piuttosto rigido di fronte alle rivendicazioni della piazza, domenica 14 la situazione ha avuto un’accelerazione, con l’annuncio di una serie di provvedimenti importanti. In primo luogo è stata accettata la richiesta di un Governo civile, i cui membri saranno scelti dai partiti e dai principali attori delle proteste. Inoltre dall’esecutivo sarà escluso il National Congress Party di al-Bashir e alcuni degli uomini chiave del regime, tra i quali Ibn Auf, mentre saranno rilasciati i soldati e i poliziotti arrestati per aver espresso la propria solidarietà ai manifestanti. Il Consiglio ha chiesto ai sudanesi di tornare alla normalità, assicurando il diritto di manifestare e che la fornitura dei beni di prima necessità fino a giugno.

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Fig. 2 – Barricate davanti al quartier generale delle Forze Armate a Khartoum

3. LA PIAZZA IN ATTESA

A oggi la situazione è più tranquilla, ma i sit-in non sono ancora stati sciolti. Nella piazza e tra la diaspora sudanese ci sono tendenze contrastanti. Se da un lato c’è chi invita a una posizione più attendista e a una moderata apertura nei confronti delle promesse dei militari, dall’altro lato molti tra i manifestanti continuano a non fidarsi. Un elemento divisivo, per esempio, è la contestata nomina di Mohamed Hamdan, detto Hametti, a vice di al-Buhran nel Consiglio di transizione, promozione confermata durante l’incontro di domenica mattina con Steven Koutsis, incaricato d’affari statunitense a Khartoum. Hamdan è a capo delle Rapid Support Forces, milizia derivata dai janjaweed: in passato ha partecipato attivamente alle operazioni sudanesi in Darfur, mentre oggi si occupa del controllo dei confini e della gestione dei flussi migratori.
Nella notte tra domenica e lunedì le manifestazioni sono continuate, ma senza particolari incidenti. I militari, comprese alcune unità di Hametti, hanno tenuto sotto controllo i sit-in con un atteggiamento conciliante.

Beniamino Franceschini

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