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In 3 sorsi – La Siria è governata dal partito Ba’th sin dagli anni Settanta. Cos’è rimasto dell’organizzazione con Bashar al-Assad? E come si è arrivati alla situazione odierna nella Repubblica Araba di Siria?

1. LA NASCITA DEL PARTITO BA’TH

Nato l’11 settembre 1965, Bashar al-Assad è il secondo figlio dell’ex Presidente siriano Hafez al-Assad. Suo padre, Generale dell’esercito, salì al potere attraverso un colpo di Stato, assumendo il controllo della Siria nel 1970. All’età di 29 anni, Bashar al-Assad fu costretto a tornare a Damasco da Londra dopo che suo fratello maggiore Basil, inizialmente designato per la presidenza, morì in un incidente d’auto nel 1994. Quando anche Hafez al-Assad scomparve, il 10 giugno 2000, il figlio venne eletto Presidente con il 97% dei voti e venne nominato leader del partito Ba’th e comandante in capo dell’esercito. Nel suo discorso inaugurale, confermò il suo impegno per la liberalizzazione economica e le riforme politiche.
Molti oppositori del Presidente Assad sostengono che per imporre il suo dominio attraverso la fedeltà settaria egli abbia riservato ruoli elevati nella politica e nell’esercito alla minoranza religiosa alla quale appartiene: gli alawiti. La dinastia al-Assad appartiene alla minoranza shiita alawita, che in Siria proviene storicamente dalla regione di Latakia, situata a nord-ovest, al confine con la Turchia. È importante ricordare che la Siria è un Paese costituito da molte minoranze, che hanno giocato ruoli politici fondamentali nel corso dei decenni e continuano tutt’oggi a farlo. La maggioranza della popolazione è composta da musulmani sunniti (69%), localizzati nei centri urbani, che da sempre costituiscono il cuore delle identità islamiche e tribali comunque compatibili con un arabismo secolare. Nelle montagne e nelle zone desertiche, invece, ci sono gli insediamenti storici di molte minoranze arabofone, come appunto gli alawiti (12%), i drusi (3%), gli ismaeliti (1,5%) e una consistente percentuale di cristiani (14,5%).
L’ideologia ba’thista sosteneva che gli arabi formassero naturalmente un’unica nazione, separata artificialmente dall’imperialismo sul principio del divide et impera. La missione del partito Ba’th era dunque quella di risvegliare la Nazione Araba e guidarla verso l’unificazione. Nonostante il partito Ba’th riconoscesse l’islam come radice fondante della cultura araba, l’approccio partitico rimaneva secolare, in modo da accogliere gli aderenti a prescindere dalla religione. Il partito Ba’ath fondeva dunque il nazionalismo arabo con un populismo radicale e ostile all’ordine sociale del tempo, cercando una terza via tra capitalismo e comunismo. La capacità di andare oltre le fratture settarie che dividevano i siriani rese il partito il più rilevante e di successo nei movimenti radicali post-indipendenza.

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Fig. 1 – Da sinistra: il Presidente egiziano Sadat, il leader libico Gheddafi e il Presidente siriano Hafez al-Assad. Foto scattata durante la firma dell’accordo che istituiva la nascita della Federazione delle Repubbliche Arabe, aprile 1971

2. L’EVOLUZIONE DEL PARTITO BA’TH

Nel 1966 il partito Ba’th attuò un coup d’état interno, sopprimendo gli altri partititi. Tale avvenimento fu solo il preludio della cosiddetta “rivoluzione correttiva” del 1970, con la quale salì al poter Hafez al-Assad a seguito dei tumulti post Guerra dei Sei Giorni e Settembre Nero.
Tra le azioni politiche del partito da annoverare ci sono la riforma agraria, l’industrializzazione e la liberalizzazione economica. Certamente autoritario, il regime di Hafez al-Assad fu però relativamente stabile e aumentò l’istruzione pubblica, allargando l’accesso agli studi a molti più strati della popolazione.
La riforma agraria “socialista” faceva parte dei cavalli vincenti della propaganda di partito. Occorsero circa vent’anni per la sua realizzazione completa, con un esito di parziale successo: consisteva nella creazione di un settore agricolo guidato dallo sviluppo statale, da fattorie di Stato e da cooperative di contadini. Quando Hafez al-Assad salì al potere nel 1971 la riforma si trovava in un momento di stagnazione e per ravvivare la situazione egli riattivò il settore agricolo privato.
Nel modello ba’thista lo sviluppo del settore pubblico ha sempre avuto un ruolo primario capace di dominare anche l’industria, i commerci esteri e le infrastrutture: fu quindi lo Stato a guidare il processo di industrializzazione che nel 1970 rappresentava un punto centrale per l’economia. Per un periodo sostanziale l’impianto Ba’th godette di una proficua espansione economica, che tuttavia aveva molti alti e bassi. Nonostante gli sforzi il programma fallì nella creazione di un’economia autonoma in grado di autosostentarsi.
Nonostante la pressione economica, il processo di liberalizzazione fu mediato da un processo politico. Anche se da un lato l’interesse del regime era quello di mantenere un ruolo primario nell’economia, venne gradatamente lasciato spazio a i privati, ma si raggiunse un apice di corruzione e di dinamiche di favoritismi parecchio snervanti per la società civile.

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Fig. 2 – Un poster che ritrae il Presidente Bashar al-Assad nella città di Damasco

3. LA NASCITA DEL MALCONTENTO E LE RIVOLTE

Visto come possibile leader riformatore nello stato autocratico di Siria, Bashar, come il padre prima di lui, ereditò una società civile abituata a decadi di violenza politica, dove lo Stato permeava la vita dei cittadini impedendo l’opposizione tramite la capillare infiltrazione di forze di polizia e intelligence. Fin da subito Bashar attuò riforme per la liberalizzazione liquidando molti membri del partito Ba’th, ritenendo che esso fosse uno dei principali ostacoli per l’efficacia delle riforme.
Nel 2007 Bashar al-Assad vinse il referendum che lo riqualificava Presidente per il suo secondo mandato. Nonostante i buoni propositi, le riforme causarono disinvestimento nel settore pubblico, esponendo alla povertà una grossa fetta della popolazione. In questo contesto malcontento e movimenti clandestini di impegno civico e attivismo emersero in tutta la Siria, in particolare nelle periferie e nelle campagne dove i contadini soffrivano di più le conseguenze del collasso economico. Quando nel 2011 cominciarono le rivolte, eco delle Primavere arabe, la repressione fu la risposta del leader, con arresti e incarcerazioni di massa, arrivando a una escalation sempre più impegnativa in tutto il Paese nella quale milizie e disertori aprirono il varco per il grande caos che ha caratterizzato gli ultimi otto anni.

Giulia Macario

Immagine di copertina: bandiera siriana. Photo by Kaufdex is licensed under CC BY-NC-SA

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Giulia Macario

Sono nata in Italia, attualmente vivo ad Amman dove ho lavorato come come ricercatrice e tirocinante presso “Arab Institute for Security Studies” (ACSIS) mentre ora studio arabo. Ho conseguito da poco il Master in Middle Eastern Studies (MIMES) offerto dall’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali a Milano con una tesi (felicissima) intitolata “WMD, al-Qa’ida and the Hashemite Kingdom of Jordan: response to Violent Extremism” dove ho analizzato la Giordania come caso studio nella difesa attuata contro l’estremismo violento, sia dal punto di vista strategico militare che dal punto di vista della contro-narrativa e prevenzione. Precedentemente ho conseguito la laurea in Studi Internazionali all’ Università di Trento con una tesi (sempre felicissima) intitolata “I media nella galassia jihadista: Analisi e comparazione dei magazines di al-Qa ‘ida e delle Stato Islamico” volta a sottolineare le differenze ideologiche e le tattiche di comunicazione utilizzate dalle due organizzazioni. Mi interesso principalmente di movimenti salafiti-jihadisti, islam politico con una particolare attenzione alla prevenzione e alla lotta contro l’estremismo violento e il terrorismo.