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Analisi – Buhari si riconferma Presidente della Nigeria, prima economia africana e Paese in profonda crisi. Le sfide che lo attendono sono molteplici, sia a livello domestico che internazionale. Ma c’è una Nigeria high tech e cosmopolita che viaggia più veloce e con cui il Presidente rischia di perdere contatto.

IL TRIBALISMO INSANGUINA LE STRADE E I SOCIAL

La Nigeria è la prima economia in Africa, ma ha anche un tasso di disoccupazione del 23% e il 60% della popolazione non ha accesso alla precaria rete elettrica pubblica. Lo scorso 23 febbraio, dopo un rinvio di sette giorni, 84 milioni di aventi diritto hanno riconfermato Presidente Muhammadu Buhari, tra violenze che hanno causato decine di morti e feriti. Ma la Nigeria non è nuova a complicazioni nel processo elettorale, sia in termini di ritardi (già avvenuti nel 2011 e nel 2015) che di violenza.
In Nigeria esistono 5 grandi gruppi etnici, a fronte di un quadro complessivo di centinaia di gruppi e tribù minori. In certi Stati federali alcuni gruppi sono nettamente maggioritari. I capi tribali, spesso ricchi uomini d’affari che occupano seggi locali, possono veicolare fondi e consenso, dando origine al fenomeno del padrinismo e condizionando direttamente scelte di policy ai massimi livelli.
I Fulani, la tribù del Nord alla quale appartiene Buhari, sono uno dei gruppi più numerosi e politicamente influenti dell’Africa occidentale e del Sahel, ma relativamente minoritario in Nigeria (4%). Con gli Hausa (25%), da generazioni esercitano una forte influenza politica sotto l’egida dell’Islam conservatore. L’amministrazione coloniale inglese aveva infatti un saldo rapporto con gli Emiri fulani, che primeggiavano generando un risentimento mai più sopito.
Gli Yoruba (20%) sono perlopiù cristiani e musulmani urbanizzati e secolarizzati, maggioritari nella capitale Lagos. Cristiani sono anche gli Ijaw (10%), tribù dell’ex presidente Goodluck Jonathan, che occupano la zona del delta del Niger, fondamentale per il settore estrattivo che traina l’economia Paese. Importanti sono anche gli Igbo (17%), cristiani ed etnia dominante del Biafra, le cui istanze secessionistiche furono alla base della guerra civile del 1967, combattuta sia per ragioni tribali, che per l’importanza dei giacimenti petroliferi locali. I Kanuri (4%), che praticano l’islam in diverse declinazioni, si concentrano invece nel Nord-est e sono la componente etnica essenziale di Boko Haram.

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Fig.1 – Nigeriani cattolici protestano contro le violenze nella middle belt, accusando l’amministrazione Buhari di inerzia, 22 maggio 2018

Se i social danno spazio al dibattito politico, amplificano anche la propaganda tribale e le accuse reciproche, imperniate sull’idea che gli Hausa-Fulani farebbero di tutto per soggiogare gli altri gruppi, e sarebbero intenzionalmente morbidi tanto con Boko Haram, quanto nei riguardi delle violenze nella middle belt. Queste ultime sono perlopiù di matrice etnico-religiosa ed economica, e generalmente si verificano tra agricoltori cristiani e pastori fulani musulmani. Non mancano anche le fake news, che creano rabbia sociale e provocano spesso episodi di violenza. A giugno 2018, ad esempio, una serie di immagini false o decontestualizzate ha scatenato violenze tra cristiani berom e musulmani fulani nella middle belt, risultando in oltre cento morti – uno dei più gravi tra gli episodi recenti, ma tristemente non l’ultimo.

L’INOSSIDABILE BUHARI

76 anni, Buhari è in carica come Presidente dal 2015. In passato ha prestato servizio come ufficiale dell’esercito, ruolo che già nel 1966 l’aveva visto tra i protagonisti del colpo di Stato del generale Muhammed, e nel 1983 lo aveva portato ai vertici del Paese a seguito di un ennesimo golpe. La sua è una presenza costante nella politica nigeriana, tanto che “buharismo” è un termine di uso comune nel Paese, stante a indicare inflessibilità. Secondo i suoi detrattori, come Presidente avrebbe fallito nel tentativo di contenere la disoccupazione crescente e di diversificare l’economia del Paese, affrancandola dalla dipendenza dal settore petrolifero. In effetti l’economia nigeriana era in contrazione già dal 2014 a causa dell’abbassamento del costo del petrolio, ma anche di una minor riciclo delle entrate del settore petrolifero negli investimenti pubblici, tattica che l’ex presidente Jonathan impiegava per gonfiare il PIL.
Nonostante lo scontento coinvolgesse anche i vertici militari, dal peso ancora determinante, la conferma del secondo mandato sottolinea come la continuità sia un elemento importante per i nigeriani. Su questo perno Buhari ha orientato la retorica della sua campagna elettorale. Il Presidente è particolarmente popolare nelle regioni a nord e sud-ovest, dove si concentra anche il maggior numero di elettori. Oltre ai legami etnici la sua popolarità è dovuta a politiche fiscali redistributive orientate al supporto dei ceti meno abbienti, di programmi per facilitare l’investimento estero nell’agricoltura e nel settore estrattivo, e di incentivi fiscali per l’impiego.

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Fig. 2 – Un pubblico ufficiale controlla digitalmente l’identità dei votanti in un seggio elettorale di Lagos, 23 febbraio 2019

ABUJA NEL MONDO MULTIPOLARE

Durante le elezioni 2015 entrambi i candidati si sono avvalsi di consulenti politici provenienti da USA e UK. Allora la figura di Buhari “uomo del popolo” era stata costruita da ex consulenti d’immagine di Obama. Lo stesso Jonathan aveva accusato Obama di aver influenzato il dibattito domestico, inviando John Kerry a Lagos alla vigilia delle elezioni, 300 uomini per combattere Boko Haram, e un insolito videomessaggio che i più maliziosi hanno interpretato come un incoraggiamento a votare per Buhari. L’incontro tra Buhari e Trump a settembre 2017 ha consolidato l’impegno reciproco per contrastare terrorismo e pirateria, ma gli USA sono parsi distanti dal dibattito elettorale 2019, e il silenzio di John Bolton sulle elezioni in Nigeria suggerisce che Washington si sente in grado di perseguire la propria agenda a prescindere, limitandosi a ricordare che gli aiuti americani «non saranno più indiscriminati».
Nel frattempo Xi Jinping ha invitato Buhari a partecipare ai progetti Belt & Road e ad approfondire la cooperazione in campo agricolo, infrastrutturale e militare: confermando l’importanza strategica delle rotte marittime, nel 2018 la Marina cinese ha partecipato per la prima volta ad un’esercitazione della Marina nigeriana, e l’ambasciata cinese ad Abuja ha reiterato l’importanza di una collaborazione interforze nel Golfo di Guinea.
A dispetto delle tensioni, USA, Cina e Russia continuano a collaborare sui dossier più urgenti anche in Nigeria. Lo dimostra un’operazione congiunta del 22 ottobre scorso che ha messo in sicurezza 1 chilogrammo di uranio arricchito nel reattore sperimentale Nirr-1 a Kaduna, coinvolgendo anche Regno Unito e Norvegia.

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Fig. 3 – Stretta di mano tra Buhari e Trump nel Rose Garden della Casa Bianca durante una conferenza stampa congiunta, 30 aprile 2018

LA NIGERIA A DUE VELOCITÀ

A Lagos esiste un microcosmo: un mondo di incubator e di startup innovative, alimentate da generatori elettrici privati, che lavorano in cloud e mirano alla killer app in tutti i settori chiave dell’economia del futuro, in un’ottica africana pensata su misura per ampi spazi rurali con poche infrastrutture, caratteristica di diversi mercati emergenti anche al di fuori del continente. In questo aspetto Lagos esemplifica il panorama delle metropoli africane contemporanee. Come in Kenya o in Sud Africa, l’economia della Nigeria si avvia verso un corso sempre meno dipendente dalla politica domestica, in cui la gioventù urbana ripone poche speranze, preferendo organizzarsi autonomamente e lavorare sodo per rispondere alle necessità quotidiane con fintech, e-commerce, edutech, agritech, salute, trasporti e logistica, sull’onda del mondo che cambia.
Una grande sfida si impone a Buhari nei prossimi quattro anni, oltre a quelle di sicurezza, disoccupazione, povertà e implicazioni dei frammentati assetti istituzionali: recuperare la fiducia di un crescente numero di giovani brillanti, scoraggiati dalla corruzione e dal malgoverno, disconnessi dalla retorica domestica e sempre più cosmopoliti – quindi volatili, in un mondo afflitto da un crescente skill mismatch che avrà sempre più fame di cervelli.

Federico Zamparelli

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Federico Zamparelli

Udinese per nascita e affinità calcistica, genovese nel cuore, cittadino del mondo anche se fa un pochino cliché. Ho studiato Scienze Diplomatiche al SID di Gorizia (Università di Trieste) e proseguito con una magistrale in Global Studies, in un programma di doppia laurea con la LUISS di Roma e la China Foreign Affairs University di Pechino. Ora frequento un corso intensivo di lingua e cultura cinese alla Tsinghua University di Pechino, perché proprio non riesco a resistere al fascino del “regno di mezzo”. Parlo correntemente inglese e francese, le mie aree di maggior interesse sono l’Africa e l’Asia – in particolare la Cina – e nel Caffè metto la mia passione per l’economia, l’high tech e le politiche energetiche.

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