"Border Guards in Ceremonial Dress - Border-Closing Ceremony - Attari-Wagah India-Pakistan Border - Near Amritsar - Punjab - India" by Adam Jones, Ph.D. - Global Photo Archive is licensed under CC BY-SA
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Analisi – Le difficili relazioni tra India e Pakistan sono causate da una serie di problemi storici e politici scaturiti a partire dal 1947, come la disputa del Kashmir, la discriminazione dei musulmani indiani e i contrasti economici e geostrategici.

L’ORIGINE DEI CONTRASTI

Nell’analizzare le complicate relazioni indo-pakistane è necessario comprendere i contrasti all’origine del contendere. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, pressioni economiche e politiche spinsero la Gran Bretagna a concedere l’indipendenza nel 1947 a India e Pakistan. La divisione fu effettuata in base alla maggioranza religiosa all’interno dei singoli Regni, escluso il Regno principesco del Kashmir, che presentava una situazione peculiare, poiché area a maggioranza musulmana, e per questo rivendicata dal Pakistan, ma con un sovrano indù. Il “piano di partizione” dell’Indian Independence Act prevedeva che il Kashmir potesse scegliere se far parte dell’India o del Pakistan. Il maharaja del Kashmir, Hari Singh, scelse quindi di aderire all’India, facendo nascere il Jammu e Kashmir, la regione indiana con il maggior numero di musulmani. Questo evento provocò lo scoppio della prima guerra indo-pakistana (1947-48), risolta con la Risoluzione 47/1948 dell’ONU, che divise il Kashmir in due: al Pakistan l’Azad e il Gilgit e Baltistan; all’India il Jammu e Kashmir. La Risoluzione stabilì, inoltre, che la decisione finale dovesse spettare alla popolazione locale, ma le elezioni non si tennero mai e la regione rimase divisa in due fino alla guerra sino-indiana (1962), con cui la Cina occupò la parte est del Kashmir indiano, le odierne Aksai Chin e Shaksgam. La disputa proseguì con la seconda guerra indo-pakistana (1965), durante la quale forze speciali pakistane s’infiltrarono nel Jammu e Kashmir con lo scopo di creare rivolte anti-indiane. Fece seguito, poi, la terza guerra indo-pakistana (1971), provocata dalle rivolte indipendentistiche bengalesi nel Pakistan orientale. L’India, interessata a indebolire i rivali pakistani, supportò le rivendicazioni bengalesi. Il conflitto, concluso con la sconfitta pakistana, portò all’indipendenza del Bangladesh e alla firma dell’accordo di Simla (1972), che stabilì la creazione della Line of Control (LoC), la linea di confine che divise il Kashmir pakistano e quello indiano. Un nuovo conflitto scoppiò nel 1999, la “guerra di Kargil”, poiché truppe pakistane e ribelli kashmiri occuparono il distretto di Kargil nel Jammu e Kashmir. Tra il 2001 e il 2016 vi sono stati quattro violenti attentati, tre nel Jammu e Kashmir e uno a New Delhi, di cui l’India ha accusato il gruppo jihadista Jaish-e-Mohammed (JeM), con base in Pakistan e sospettato di legami con l’intelligence di Islamabad. Ad alimentare le frustrazioni della popolazione del Jammu e Kashmir, protagonista di violente proteste anti-indiane tra 2017 e 2018, sono state le scelte di New Delhi di imporre rigorose misure di sicurezza, coprifuoco, arresti mirati di militanti e attivisti, interruzioni dell’energia elettrica e controllo di Internet.

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Fig. 1 – Mappa dell’area contesa del Kashmir

L’IMPORTANZA DEL KASHMIR

I contrasti indo-pakistani per il Kashmir sono legati a numerosi fattori. Tra i più importanti vi è sicuramente quello connesso alle risorse idriche. Il Governo di New Delhi intende revisionare gli accordi per lo sfruttamento degli affluenti dell’Indo previsti dall’Indus Water Threaty (Iwt), che riconosce all’India l’utilizzo dei fiumi orientali e al Pakistan quello dei fiumi occidentali. La tensione indo-pakistana è cresciuta con l’avvio di numerosi progetti indiani per lo sfruttamento dell’energia idroelettrica, la costruzione di dighe e la diminuzione del flusso idrico verso il Pakistan. I progetti indiani su fiumi condivisi, come la costruzione della diga sul fiume Marusadar, la costruzione dell’impianto idroelettrico sul fiume Lower Kalnai e la costruzione della diga di Kishanganga, andrebbero a minacciare l’autonomia idrica del Pakistan. I contrasti sono forti anche per ciò che riguarda il fiume Indo, che attraversa il Kashmir indiano prima di entrare in Pakistan, risorsa idrica fondamentale per l’industria del cotone pakistana e per il consumo domestico di 237 milioni di persone che vivono lungo le sue sponde. La regione, inoltre, è basilare sia per ciò che concerne le acque glaciali, utili per la fornitura di acqua ed elettricità, sia per la presenza di importanti giacimenti di minerali nel suo sottosuolo. Infine, rilevanti sono le motivazioni geostrategiche. All’India il controllo dell’intero Kashmir permetterebbe di avere un corridoio di collegamento con l’Asia centrale e renderebbe più difficili le relazioni tra Pakistan e Cina. La Cina, infatti, è il principale fornitore di armi del Pakistan e ha nel Paese importanti interessi legati alla Belt and Road Initiative (BRI).

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Fig. 2 – Proteste anti-India contro la costruzione da parte di New Delhi di una diga che ridurrebbe il flusso idrico verso il Pakistan

LE VICENDE ATTUALI

La causa scatenante delle recenti tensioni è stato l’attentato suicida compiuto il 14 febbraio a Pulwama contro un autobus che trasportava le forze paramilitari indiane – il bilancio è stato di 44 poliziotti morti. Il solito Jaish-e-Mohammad (JeM) ha rivendicato la responsabilità dell’attacco. L’India accusa il Pakistan di fornire armi, denaro, addestramento e rifugi sicuri ai terroristi, per destabilizzare la regione. Il Governo di New Delhi ha, quindi, reagito all’attacco oltrepassando la LoC e bombardando un presunto campo addestramento di JeM a Balakot, in Pakistan. L’aviazione pakistana, da parte sua, ha abbattuto un aereo indiano e ha catturato un pilota dell’IAF, rilasciato dopo pochi giorni. Il premier pakistano Imran Khan ha accusato il primo ministro indiano Modi di alzare i toni dello scontro perché condizionato dal contesto politico interno, per aumentare i consensi del proprio partito in vista dalle elezioni generali di maggio sfruttando l’indignazione cresciuta nel Paese.

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Fig. 3 – Il sito dell’attacco terroristico di Pulwama

QUALI CONSEGUENZE?

Un nuovo attacco terroristico nel Kashmir condurrebbe a una rapida escalation. Il rischio maggiore in caso di conflitto è legato al fatto che sia l’India che il Pakistan sono dotati di armi nucleari. Il Pakistan, inoltre, ha una politica di delega ai comandanti per l’approvazione del rilascio nucleare alle unità tattiche di livello inferiore, permettendo a singole unità la scelta di utilizzare l’arma nucleare. Al momento un conflitto tra i due Stati del subcontinente indiano sembra improbabile, ma l’India potrebbe decidere di formare una coalizione internazionale per imporre restrizioni sul commercio e gli investimenti al Pakistan, potenzialmente devastanti per un’economia già in forte difficoltà. È probabile che Islamabad subirà nelle prossime settimane forti pressioni diplomatiche, in particolare nella lotta al terrorismo, da parte di Stati Uniti, Cina e Russia, principali interessati, per motivazioni di sicurezza, economiche e geostrategiche, a rapporti pacifici e stabili tra India e Pakistan. Infine, da non trascurare, è l’impatto dei contrasti indo-pakistani sul processo di pace afghano. I negoziati in corso a Doha hanno a livello diplomatico rafforzato il Governo di Islamabad e indebolito quello di New Delhi. Questo perché la delegazione di leader talebani che sta trattando con l’inviato degli USA, Khalilzad, è guidata dal mullah Baradar, arrestato nel 2010 dall’ISI e rilasciato dalle Autorità pachistane su pressione degli Stati Uniti, proprio per partecipare agli incontri qatarini. Il processo di pace in corso a Doha è, quindi, una vittoria diplomatica e strategica per Islamabad e, al contrario, una sconfitta per New Delhi, che, con una politica di soft power, ha sempre cercato di isolare diplomaticamente il Pakistan e contrastare il riconoscimento dei talebani. Per l’India gli accordi con i talebani sarebbero una disfatta per la propria politica estera, con la nuova situazione afghana che andrebbe invece a favorire i rivali pakistani, con un potenziale aumento delle tensioni in Asia meridionale.

Daniele Garofalo 

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Daniele Garofalo

Sono nato a Salerno nel 1988. La storia, la geografia, la politica e i viaggi, sono da sempre le mie grandi passioni. Dopo aver conseguito la Laurea Magistrale in Scienza Storiche presso l’Università Federico II di Napoli, con una tesi in Storia delle Dottrine Politiche nel 2016,  mi specializzo nel 2017 in Geopolitica e Relazioni Internazionali con il corso di formazione del “Centro Studi Geopolitica.info” di Roma, patrocinato dal  CEMAS, la Società Geografica Italiana e il Link Lab della Link Campus University.  Sono ricercatore e analista indipendente di Geopolitica, Relazioni Internazionali e storia contemporanea. Collaboro con il “Centro Studi Geopolitica.info”, il Quotidiano online indipendente di Geopolitica e Politica estera “Notizie Geopolitiche.net” e da maggio 2018 collaboro con il Desk Asia del Caffè Geopolitico. Da gennaio 2019 per il Caffè Geopolitico mi occupo della rubrica miscela dark “Gli Occhi nel Jihad”. Ho collaborato con l’ASRIE, l’“Association of Studies, Research and Internationalization in Eurasia and Africa” alla rivista digitale Geopolitical Report Vol.3/2018 “Geopolitics of Eurasia: international relations, security issues, and economic projects”, con un analisi dal titolo “Belucistan, tensioni e guerre in una regione strategica”, al Geopolitical Report Vol. 4/2018 “Mediterranean Sea: Current Trends and Challenges” con un’analisi dal titolo “La questione Tuareg” e al Geopolitical Report Vol. 1/2019 “Belt and Road Initiative: Security Issues, Investment Opportunities and Geopolitics”, dal titolo “La Nuova Via della Seta e l’espansione nel Corno d’Africa”. Mi occupo principalmente della ricerca, studio e analisi dell’area mediorientale e nordafricana, dell’Asia Centromeridionale e del terrorismo islamista.