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Analisi – Xi Jinping sempre più vicino. Tra dubbi e polemiche Roma si prepara a firmare il memoriale di intesa sulla Nuova Via della Seta, mentre da Washington e Bruxelles si sollevano perplessità.

INTESA TRA ROMA E PECHINO SULLA VIA DELLA SETA

Attesa e fremito per l’arrivo del Presidente cinese Xi Jinping che dal 21 al 26 marzo sarà in visita ufficiale in Europa seguito da un folto “esercito” di businessmen ed imprenditori con la chiara intenzione di rafforzare i legami tra il Vecchio continente e Pechino. Le tappe del suo tour europeo saranno il Principato di Monaco, la Francia e soprattutto l’Italia, per cui c’è grande attesa sia a livello nazionale che internazionale. Come ha sottolineato il Ministro degli Esteri di Pechino Wang Yi: “la visita del Presidente Xi coincide con il 50° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Cina e Italia, un viaggio per consolidare l’amicizia e approfondire la cooperazione e per costruire complementarietà sul progetto della Via della Seta”.

Il leader cinese, che si muoverà tra Roma e Palermo, incontrerà il Presidente Mattarella, i Presidenti di Camera e Senato Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati, ma soprattutto, nella giornata del 23, incontrerà il Premier Conte per sottoscrivere il memoriale di intesa (Memorandum of Understanding) sulla Nuova Via della Seta. Ed è proprio il mega progetto cinese, meglio conosciuto con il suo nome internazionale di BRI (Belt and Road Initiative), il nodo spinoso della questione. Sebbene un memoriale di intesa sia già stato firmato da altri Paesi – quali Polonia, Romania e Grecia, tanto per citare alcuni partner europei – l’Italia sarà il primo Paese del G7 a sottoscriverlo formalmente. Una decisione mal digerita da Bruxelles a da Washington e che ha fatto emergere diversità di opinioni anche all’interno del Governo gialloverde.

Per Luigi Di Maio una più stretta collaborazione con Pechino porterà vantaggi economici per l’intera economia nazionale. Secondo il Vice-Premier pentastellato a vincere sarà il Made in Italy in quanto, come lui stesso ha affermato, permetterà di esportare “le nostre eccellenze in un mercato dove ancora non riusciamo ad arrivare”. Più scettico è al contrario l’altro Vice-Premier, Matteo Salvini. In un’intervista rilasciata qualche giorno fa a Rtl, Salvini ha chiarito che:” Il memorandum che il premier Conte firmerà con il presidente cinese è la cornice, poi il quadro è un’altra cosa e noi stiamo valutando riga per riga il contenuto dell’intesa: se si apre all’export per le aziende italiane va benissimo, gli unici vincoli riguardano la sicurezza, il controllo dei dati degli italiani e l’energia…Se i cinesi vogliono investire in ferrovie e porti ok, l’importante è che il controllo rimanga in mani italiane”.

Ad ogni modo, nonostante la divergenza di opinioni, nel pomeriggio del 19 marzo la Camera ha approvato con 282 voti a favore la mozione di maggioranza sulle comunicazioni del Premier Conte in relazione alla sottoscrizione del memorandum con Pechino. Respinte invece tutte le proposte presentate dalle opposizioni. Decisione questa ben accolta del Premier che ha prontamente evidenziato come il memorandum porterà “crescita ed equilibrio dell’export”, aggiungendo che “la Via della Seta è un infrastruttura, un al quale le nostre aziende leader nell’innovazione tecnologica potranno partecipare”.

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Fig. 1 – L’arrivo del Presidente Xi Jinping e della First Lady Peng Liyuan all’aeroporto di Fiumicino, 21 marzo 2019

LA VIA DELLA SETA TRA CRESCITA E PREOCCUPAZIONI

L’ambizioso progetto della BRI, che intende sì rievocare i fasti dell’antica via della seta ma soprattutto espandere l’influenza cinese sull’intera regione euroasiatica, è stato annunciato nel 2013 dal Presidente Xi e da allora è diventato il perno della politica estera cinese, tanto da essere stato persino iscritto nella costituzione. Il progetto, che come sappiamo consiste in una moltitudine di servizi e infrastrutture, si pone come obiettivo ultimo quello di rafforzare i collegamenti e gli scambi economico-commerciale su entrambe le sponde del continente euroasiatico, ovviamente senza dimenticare l’Africa.

La BRI si articolerà in sette principali corridoi, sei terresti (Cina-Indocina; Bangladesh-Cina-India-Myanmar; Cina-Pakistan; Cina-Asia Centrale e Occidentale; Nuova via Euroasiatica; Cina-Mongolia-Russia), uno marittimo e uno artico. Particolarmente rilevante per l’Italia, e ovviamente per la Cina, è la via marittima – importate ricordare a questo riguardo che circa il 60% dell’export cinese avviene via mare – nella quale i porti di Genova, Venezia e Trieste dovrebbero giocare un ruolo chiave come ponte d’ingresso in Europa. Tuttavia, non sono poche le preoccupazioni di chi crede che un eccessivo coinvolgimento cinese nei due porti nostrani possa portare benefici unicamente a Pechino, estromettendo imprese nazionali come nel caso del porto greco del Pireo.

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Fig. 2 – Il porto di Trieste, al centro del progetto della Nuova Via della Seta in Italia

Interessante notare come negli ultimi tempi la BRI abbia destato non poche preoccupazioni per i possibili risvolti strategici ed implicazioni sulla sovranità e autonomia di molti dei 76 Paesi che vi hanno aderito, specialmente in Africa ed Asia centrale. Tali paesi, che ricevono da banche ed imprese cinesi enormi quantità di denaro, presto o tardi si ritrovano invischiati in una sorta di trappola del debito. Una trappola del debito si verifica quando un Paese grande e finanziariamente dotato fa credito ad un paese economicamente più piccolo, il quale, incapace di ripagare i suoi debiti, è a sua volta costretto a cedere proprietà ed entrare nell’orbita di influenza del paese creditore.

Noto è l’esempio del porto di Hambantota, in Sri Lanka. Il Governo di Colombo, incapace di servire il debito che aveva contratto con Pechino, si è visto costretto a cedere in mani cinese il porto per i prossimi 99 anni.

Destino che a quanto pare sembra essere destinato anche ad altri Paesi. In un rapporto del think tank statunitense Center for Global Development (CGD) del marzo 2018, i Paesi coinvolti nella BRI che sono ad “alto rischio” di cadere nella trappola del debito sono non meno di otto: Gibuti, Mongolia, Kirghizistan, Tagikistan, Laos, Pakistan, Maldive e Montenegro. Naturalmente non è possibile paragonare l’economia del Belpaese a queste nazioni. Nondimeno, l’influenza e l’arguzia cinese non dovrebbero essere sottovalutati, specialmente in un contesto in cui mancano risposte comuni e concertate.

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Fig. 3 – Il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi e l’Alto rappresentate dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini durante un incontro a Bruxelles, 18 marzo 2019

I TIMORI DI WASHINGTON E BRUXELLES

Nonostante le rassicurazioni di Roma sulla solidità dei rapporti transatlantici, Washington ha da subito espresso senza mezzi termini la propria insoddisfazione per l’intesa italo-cinese. In uno scenario segnato da guerra dei dazi e rivalità digitali, gli Stati Uniti hanno più volte manifestato le proprie preoccupazioni sulle conseguenze che una maggiore collaborazione con la Cina può avere in termini di sicurezza nazionale (italiana e non) e ha caldamente – e a questo punto inutilmente– invitato il Governo italiano a non firmare. In un tweet il portavoce del National Security Council statunitense Garrett Marquis ha sottolineato l’inutilità del progetto per Roma, definendo l’ambizione cinese soltanto un vanity project.

Anche a Bruxelles molti hanno storto il naso. In un messaggio la Commissione europea ha definito la Cina come un “partner” con cui l’Europa ha obiettivi condivisi in alcuni settori, ma anche un “concorrente economico” e un “rivale sistemico che promuove modelli alternativi di governance”.

Al comunicato hanno fatto eco le parole di Federica Mogherini, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, che ha ricordato che “l’UE e i suoi Stati membri possono realizzare i loro obiettivi sulla Cina solo nella piena unità“. Il tema di un maggior coordinamento tra i Paesi europei in rapporto alla Cina sarà ulteriormente discusso nel prossimo Summit UE-Cina in programma ad aprile.

Rocco Forgione

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Rocco Forgione
Classe 1992, campano di origine ma cittadino del mondo. Da sempre innamorato delle lingue e della politica internazionale, nel 2015 conseguo la laurea triennale in Lingue e Mediazione Linguistico-Culturale presso l’Università degli Studi di Roma Tre, con una tesi sul nazionalismo cinese durante gli anni di Deng Xiaoping e Jiang Zemin. Il primo incontro con il “paese di mezzo” avviene nel 2016 quando mi reco a Shanghai per svolgere un tirocinio nel campo del marketing. Di ritorno in patria, mi iscrivo alla laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università di Torino con un programma di double degree che mi permette di trascorrere il secondo anno accademico presso la Zhejiang University in Cina.
Quando non bevo caffè…o tè (rigorosamente cinese), mi piace molto leggere e praticare sport.