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AnalisiLe recenti dichiarazioni del ministro degli Esteri turco Çavuşoğlu e del portavoce Aksoy sulla repressione attuata dal Governo cinese nello Xinjiang hanno irritato Pechino, ma non hanno finora spinto Ankara a prendere provvedimenti sulla questione. Pur conscio delle condizioni critiche degli uiguri, il Governo turco non vuole compromettere le relazioni commerciali con la Cina

I FATTI: LE DICHIARAZIONI DELLA TURCHIA

La Turchia torna a parlare della questione uigura. Il 25 febbraio, durante lo UN Human Rights Council a Ginevra, il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha espresso preoccupazione per le politiche adottate dal Governo cinese contro la minoranza etnica turco-musulmana degli uiguri nella regione autonoma dello Xinjiang. Il ministro Çavuşoğlu ha invitato la Cina a distinguere tra «terroristi e persone innocenti» e a rispettare la libertà di culto e l’identità culturale della popolazione uigura, ribandendo però il sostegno della Turchia alla lotta al terrorismo portata avanti da Pechino e alla One-China Policy’ Le dichiarazioni del ministro seguono le critiche espresse del portavoce del Ministero degli Esteri Hami Aksoy il 10 febbraio scorso. Aksoy aveva denunciato la politica di sistematica repressione da parte delle Autorità cinesi nei confronti di circa un milione di cittadini di etnia uigura, definendola «una vergogna per l’umanità». Oltre un milione di uiguri viene sottoposto a rigidi controlli e detenzioni arbitrarie in quelli che il Governo cinese definisce campi di rieducazione, ha affermato Aksoy, sottolineando la crudeltà di un vero e proprio indottrinamento forzato, che ha come scopo l’indebolimento e infine lo sradicamento dell’identità culturale, linguistica e religiosa uigura. Le accuse lanciate da Aksoy fanno eco alla notizia della presunta morte del musicista uiguro Abdhurehim Heyit, che sarebbe stato trattenuto in uno dei campi di rieducazione, in seguito all’arresto da parte delle Autorità cinesi. La notizia ha scatenato dure reazioni nell’opinione pubblica turca: il portavoce Aksoy ha definito la reintroduzione di campi di concentramento nel ventunesimo secolo inaccettabile, invitando anche il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres a prendere seri provvedimenti.

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Fig. 1 – Il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu

PECHINO RISPONDE ALLE ACCUSE, MA NON TREMA

Le reazioni da parte della Cina non si sono fate attendere. In risposta alle accuse di Aksoy, l’ambasciatore cinese in Turchia Deng Li ha pubblicato un comunicato sul sito dell’ambasciata cinese, definendo le dichiarazioni false e inaccettabili. China Radio International ha prontamente rilasciato un video di Heyit, datato 10 febbraio, in cui il musicista rassicura sulle proprie condizioni di salute e spiega i motivi della detenzione, attribuibili alla «violazione delle leggi cinesi». Sebbene le Autorità cinesi considerino il video una prova inconfutabile della buona salute di Heyit, l’autenticità del video è discutibile e ancora oggetto di verifica. Pechino non è nuova a polemiche sulla questione degli uiguri. Già ad agosto 2018 la Commissione delle Nazioni Unite per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali aveva denunciato pesanti violazioni dei diritti umani, in seguito alla pubblicazione di un report della ONG cinese Chinese Human Rights Defenders. Nonostante l’inchiesta aperta dall’ONU e la crescente (anche se insufficiente) attenzione a livello mediatico che la repressione nello Xinjiang sta ottenendo, Pechino continua a difendere la natura dei “centri” di addestramento come parte integrante della strategia di antiterrorismo e di lotta agli estremismi nella regione. A una linea di difesa retorica si aggiunge inoltre l’abilità della Cina nell’isolare lo Xinjiang dal mondo: poche le immagini, i video, le testimonianze che fuoriescono dai confini della regione, a fronte degli sforzi dell’intelligence cinese nel celare e nel controllare ogni movimento sospetto. «I progressi compiuti dalla Cina in materia di antiterrorismo non possono essere sminuiti da dichiarazioni fasulle che ignorano la realtà dei fatti», ha dichiarato il portavoce del ministro degli Esteri cinese Lu Kang, aggiungendo che «proprio la Turchia dovrebbe comprendere gli sforzi fatti, dato che deve affrontare simili minacce». Il Governo ha già provveduto a ridefinire le norme in vigore su base regionale per la difesa contro il terrorismo, fornendo una sorta di base legale alle attività condotte nei campi e lanciando una campagna propagandistica, la strike hard campaign, per offrire il modello Xinjiang nella lotta al terrorismo e agli estremismi. «La realizzazione appieno dei diritti umani è da sempre l’obiettivo di qualsiasi cittadino cinese, inclusi i gruppi etnici in Xinjiang», dice l’ambasciatore cinese in Turchia Deng Li, sottolineando che gli uiguri godono di stessi diritti e stesse responsabilità civiche.

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Fig. 2 – Manifestazione di protesta a Istanbul contro la repressione cinese nello Xinjiang (luglio 2018)

IL CAMBIO DI ROTTA NELLA POLITICA ESTERA TURCA VERSO GLI UIGURI

Non si tratta della prima volta che la Turchia muove pesanti critiche alla Cina sulla questione degli uiguri. Nel 2015, quando Pechino aveva imposto il divieto di celebrare il mese sacro del Ramadan, le strade di Istanbul erano diventate teatro di scontri e proteste di massa contro le decisioni del Governo di Pechino. Sempre nel 2015, il presidente turco Erdoğan aveva espresso malcontento per la situazione nello Xinjiang, indirizzandosi agli uiguri e chiamandoli «fratelli». Turchi e uiguri condividono infatti simili radici storiche, culturali e linguistiche. I legami si sono inoltre rafforzati sin dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, soprattutto in reazione al graduale processo di sinizzazione dello Xinjiang. Per molti rifugiati uiguri in fuga dalla loro terra, la Turchia è sempre stata la prima destinazione di asilo. Tuttavia negli ultimi due anni la linea adottata della presidenza Erdoğan è diventata più ambigua, lontana dalla ferma presa di posizione a favore dei fratelli uiguri e il numero di arresti e rimpatri di uiguri in fuga dallo Xinjiang è aumento dal 2016. Un cambio di rotta al quale, sul piano della politica estera, corrisponde un’intensificazione degli accordi commerciali tra i due Paesi.

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Fig. 3 – Il presidente turco Erdoğan con Xi Jinping durante il Belt and Road Forum di Pechino del 2017

LE ACCUSE DELLA TURCHIA NON HANNO UN’ECO

La decisione di rompere il silenzio sulla questione degli uiguri è in parte il frutto delle tensioni politiche interne al Paese. Il partito conservatore al Governo, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), deve affrontare le elezioni amministrative di fine marzo e crescenti ondate di proteste organizzate da gennaio dal partito ultranazionalista Great Unity Party (BBP). Ma le accuse mosse dalla Turchia rischiano, ancora una volta, di non portare a nessun risultato concreto e di arenarsi in una schermaglia di dichiarazioni pubbliche e comunicati stampa. «Il fatto che le accuse siano partite da un canale minore, quale un portavoce e un ministro, invece che dai vertici più alti del Governo, prova che la Turchia non ha intenzione di danneggiare i rapporti con la Cina», spiega Zan Tao, professore della Peking University in un’intervista al Global Times. Certo, Erdoğan vorrebbe innalzare la Turchia al ruolo di guida dei Paesi a maggioranza musulmana, ma il silenzio di questi mesi sulla repressione contro gli uiguri porta a credere che i rapporti commerciali con la Cina e gli accordi all’interno della famigerata Belt and Road Initiative (BRI), abbiano un peso maggiore nell’agenda politica estera turca. Intanto, subito dopo il discorso tenuto a Ginevra, il ministro Çavuşoğlu ha già incontrato l’ambasciatore cinese Deng Li ad Ankara per discutere dei recenti sviluppi nelle relazioni sino-turche e dei futuri progetti per la nuova Via della Seta.

Sofia Biasin

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Sofia Biasin

Nata e cresciuta in provincia di Vicenza, mi sono laureata in Scienze Internazionali presso l’Università di Torino, dopo aver trascorso un periodo di studi a Pechino. Ho collaborato con diversi giornali e ho avuto l’opportunità di lavorare nel mondo dei think tanks e delle ONG cinesi. Mi interessano principalmente l’Oriente e la Cina, in particolare i temi della sicurezza e dello sviluppo sostenibile. Caffeinomane a livelli allarmanti, amo viaggiare con la mia inseparabile macchina fotografica e importunare le persone.