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Il disastro della Mavi Marmara è stato valutato da molti analisti come un messaggio volutamente provocato da Israele nei confronti della Turchia. Un’analisi dell’operazione e delle motivazioni israeliane mostra invece semplicemente una combinazione di pessima pianificazione e grande ingenuità. Non appare necessario ipotizzare strategie particolari in un evento che si mostra semplicemente figlio di una colpevole incompetenza tattica.   L’intervento dei commandos israeliani sulla Mavi Marmara è stato in effetti caratterizzato da una serie di errori e leggerezze tattiche che hanno portato a una situazione ove lo scontro a fuoco risultava non evitabile.   INTELLIGENCE ASSENTE – Il comando israeliano era convinto che gli equipaggi e i passeggeri sulle navi del convoglio fossero in gran parte addormentati; sarebbe dunque stato possibile abbordarle senza opposizione e contare sull’effetto sorpresa per prenderne il controllo. Tuttavia le intenzioni israeliane erano state pubblicizzate da tempo e ci si aspettava una tale mossa; questo ha permesso agli occupanti della Mavi Marmara di prepararsi all’arrivo dei commandos.   ERRATA VALUTAZIONE DELL’AVVERSARIO – I commandos erano convinti di affrontare una situazione simile a quella vissuta in occasione dell’abbordaggio della Francop, dove il semplice arrivo dei militari aveva provocato la resa dell’equipaggio. Ci si attendeva quindi nessuna o minima resistenza e passeggeri non aggressivi; per questo motivo i commandos erano stati dotati di fucili armati a pallini di gomma invece delle armi d’ordinanza, con solo le pistole come dotazione di guerra. La determinazione – forse il fanatismo se si valutano le dichiarazioni dei genitori di alcuni morti ai quali i figli avevano confessato il desiderio di martirio – dei passeggeri non è stato però intimorito dalle armi finte.   PIANO TATTICO INADEGUATO – L’inserzione tramite elicottero presenta l’inconveniente tattico di non permettere il recupero immediato dei militari se l’operazione incontra difficoltà impreviste; inoltre permette di inviare solo pochi soldati alla volta. Se i passeggeri fossero stati effettivamente addormentati tale modus operandi sarebbe stato sufficiente, ma nella situazione affrontata questo ha permesso che i soldati venissero sopraffatti a uno a uno mentre scendevano, senza avere possibilità di fuga.  
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MANCATO USO DI CONTROMISURE ELETTRONICHE – Non aspettandosi uno scontro a fuoco, il comando israeliano non ha pensato di impiegare alcun sistema di isolamento elettronico della flottiglia (radar, radio, video), permettendo quindi a immagini indipendenti di raggiungere il resto del mondo e peggiorando perciò la ricaduta mediatica.   LOCAZIONE RISCHIOSA – La decisione di operare in acque internazionali, sconsigliata dal Ministero degli Esteri israeliano per evitare ripercussioni diplomatiche, ha tolto ulteriori giustificazioni a Israele. Anche in questo caso la valutazione poco critica della situazione ha invitato a operare senza valutarne l’amplificazione mediatica in caso di errore.   Il risultato di questa serie di errori e leggerezze è stata una situazione inaspettata dove i soldati, colpevolmente male equipaggiati e senza via di uscita, si sono sentiti costretti a sparare per salvarsi la vita. La tragicità e la responsabilità dell’evento non sembrano dunque da cercare nella condotta dei soldati sul campo, quanto nell’inadeguata pianificazione dell’azione.   L’intera questione ripropone il problema dell’aspetto mediatico del blocco di Gaza, già visto in occasione dell’Operazione Cast Lead. Israele tende a reagire alle minacce esterne in maniera diretta, spesso senza considerare i rischi diplomatici di certe scelte. In questo caso fermare la flottiglia diretta nella Striscia è stato valutato necessario per evitare l’arrivo di materiale da costruzione (che Hamas avrebbe potuto confiscare per costruire ripari) e per evitare la perdita di faccia di un blocco che alla prova dei fatti si dimostra inesistente. Tuttavia gli eventi sulla Mavi Marmara hanno mostrato come il raggiungimento degli obiettivi pratici possa avere effetti disastrosi se non si tiene conto dei rischi coinvolti nelle varie opzioni a disposizioni.  
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Lorenzo Nannetti

Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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