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AnalisiIl 15 marzo del 2019 milioni di giovani in tutto il mondo hanno deciso di mobilitarsi a  sostegno della battaglia in difesa del clima. Contemporaneamente, in Nuova Zelanda, un estremista australiano ha attaccato la comunità musulmana nella città di Christchurch. Apparentemente i due eventi sembrano lontani tra loro, ma da sempre la Nuova Zelanda è considerata un laboratorio naturale dal punto di vista dei cambiamenti ambientali causati dall’uomo e della convivenza tra diverse etnie.

SOVRANISTI CONTRO GLOBALISTI

Che voi siate a favore o meno al fenomeno della globalizzazione, che siate scettici sui cambiamenti climatici, quanto accaduto il 15 marzo, che ci crediate o no, è la dimostrazione che siamo difronte a un unico grande evento.
Milioni di giovani in tutto il mondo sono scesi in piazza per manifestare per la sopravvivenza del nostro pianeta, l’unico a disposizione per poter continuare a vivere. Tra i ragazzi del “Friday for Future” quelli di Christchurch, nonostante le scuole fossero appositamente chiuse, non hanno potuto manifestare.
Non c’è dato sapere se Brenton Tarrant, il terrorista australiano, fosse consapevole di questa inquietante coincidenza. Ma quella mattina ha scelto e pianificato di attaccare una intera comunità in una città il cui nome stesso tradisce l’intento dei suoi fondatori. In un folle papello intriso di odio, il fondamentalista bianco ha scritto le sue motivazioni in poche righe: «Per dimostrare agli invasori che le nostre terre non saranno mai le loro. Che saranno nostre finché esisterà l’uomo bianco».
Le «nostre terre», afferma lo straniero che compie una strage in un Paese diverso dal suo. Certo i britannici hanno una consapevolezza di appartenenza con la terra di origine molto forte. Che tua sia australiano, canadese o neozelandese, ti riconosci spesso in una comune radice britannica. Ovviamente va ricordato che gli australiani discendono da una popolazione deportata in una colonia penale, mentre i neozelandesi da coloni, a maggioranza scozzese, che in quelle terre ritrovarono lo stesso clima e i paesaggi adatti all’allevamento degli ovini. Ma la Nuova Zelanda e l’Australia non erano terre disabitate, gli aborigeni australiani e i maori neozelandesi potrebbe parlarci di un’altra storia, sopratutto sul tema delle «nostre terre».

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Fig. 1 – Gli abitanti di Christchurch depongono fiori e messaggi di solidarietà per le vittime degli attentati del 15 marzo

AOTEAROA, UN LABORATORIO EVOLUZIONISTICO

Quando i primi europei giunsero sulle coste della Nuova Zelanda, verso la fine del XVII secolo, trovarono le due grandi isole abitate da una società di agricoltori organizzata in un sistema di tipo tribale. Nel’immaginario dei primi europei  Aotearoa – il nome dato all’Isola del Nord dalla popolazione autoctona – appariva come un paradiso terrestre, formato da una vegetazione rigogliosa, un terreno fertile e la completa assenza di predatori. Per gli studiosi dell’epoca la popolazione Maori, anche per via del suo isolamento, divenne il prototipo dell’uomo primitivo in armonia con la natura. Ovviamente niente di più falso. Quello che non sapevano era che la popolazione aveva iniziato ad abitare quelle terre solo otto secoli prima del loro arrivo. Fino a quel momento l’isola era stata isolata dal resto del mondo e abitata solo da uccelli, rettili e mammiferi marini. In poco meno di cinque secoli dal loro arrivo più di trenta specie animali erano state sterminate perché cacciate sia dall’uomo che dai mammiferi da esso importati (ratti e cani). Altri invece si estinsero per i cambiamenti climatici e dell’habitat sempre causati dall’uomo in cerca di nuovi terreni per l’insediamento e l’agricoltura. Un animale simbolo di questa estinzione di massa fu il moa, cacciato per la sua carne, le pelli, le piume e per le sue uova. Mentre i predatori dell’isola – come l’Aquila di Haast – scomparvero insieme all’estinzione delle loro prede.
In pratica quello che l’uomo bianco si trovò davanti era un paesaggio completamente antropizzato dal suo corrispettivo polinesiano. Anche l’insediamento europeo non fu da meno, le foreste vennero nuovamente bruciate per fare posto all’allevamento di ovini, alle piantagioni di kiwi (originario della Cina) e alla coltivazione di piante importate dall’Europa.
Dal punto di vista antropologico la Nuova Zelanda, data anche la vicinanza temporale tra i due grandi insediamenti umani sull’isola, ci mostra che impatto ha avuto l’uomo sull’ambiente, la sua potenza nel modificarlo anche dal punto di vista climatico. Allo stesso tempo la colonizzazione successiva da parte degli europei portò una forte modifica nella società maori (da un sistema tribale a uno monarchico, da insediamenti aperti a uno fortificato).
In nessun altro luogo al mondo è possibile osservare, con dati tangibili, questo fenomeno. In Nuova Zelanda, e non solo, la propaganda xenofoba trova poco riscontro nelle testimonianze storiche. 

Fig. 2 – Ricostruzione della caccia al moa da parte dei primi abitanti dell’isola del Nord. Canterbury Museum di Christchurch | Foto di Emiliano Barletta

UN’ISOLA FELICE

Negli ultimi anni le elezioni politiche nella maggior parte dei Paesi occidentali è stata caratterizzata da un attacco verso i cosiddetti immigrati economici, sopratutto da parte della destra più conservatrice e xenofoba.
In Italia spesso, a giustificazione di certi atteggiamenti, usiamo come scusante la crisi del lavoro, quella demografica e le calamità naturali. Ma quanto accaduto in Nuova Zelanda dimostra che le motivazioni sono false e spesso usate solo per parlare alla pancia delle persone.
Christchurch nel 2011 venne colpita da un violento terremoto che provocò 185 morti e un migliaio di feriti. Ma un ingente investimento e un ambizioso progetto di rinascita hanno permesso alla città di ricostruire e tornare alla normalità, anche se le tracce del terremoto sono ancora visibili nel centro storico. Inoltre la Nuova Zelanda è uno dei Paesi – alla pari dell’Australia – con delle politiche d’immigrazione tra le più rigide al mondo. Proprio per questo più del 60% della popolazione è favorevole a rifugiati e immigrati. La comunità islamica è in prevalenza formata da persone provenienti da Paesi del Commonwealth (India, Pakistan, Bangladesh e Figi) e da profughi dell’Afghanistan.
Infine, la classe politica neozelandese – fatta eccezione di piccoli gruppi dichiaratamente xenofobi – non ha mai basato le campagne elettorali sulla paura e l’odio verso il diverso. Anzi, la società neozelandese ha fatto della diversità culturale e etnica il suo elemento fondativo. La Nazionale di rugby, da questo punto di vista, ne è la più chiara dimostrazione ogni volta che esegue la sua danza rituale. Due lingue, due etnie, due culture per un solo Paese.

Fig. 3 – La Cattedrale di Christchurch prima della parziale distruzione del terremoto del 2011 | Foto di Emiliano Barletta (2009)

ANACRONISMI STORICI E RISCHIO ESTINZIONE

Quindi perché un’australiano, un suprematista bianco, ha deciso di uccidere 50 persone, donne, uomini, anziani e bambini – una delle vittime aveva solo 3 anni –  senza ragione alcuna?
Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di una risposta ad anni di attaccati terroristici di matrice islamica, prima al-Qaida e poi l’ISIS, ma ciò è smentito dai nomi scritti sul caricatore dell’assassino: non un solo nome di vittime del terrorismo era tra le tante scritte riportate, mentre erano invece esaltati estremisti violenti come Luca Traini e Alexandre Bissonnette. Da questo punto di vista sia gli integralisti islamici che i suprematisti bianchi sono mossi dalle stesse motivazioni anacronistiche e inaccettabili nel XXI secolo, sopratutto alla luce del rischio di una possibile estinzione di massa provocata dai cambiamenti climatici. Sia chiaro, non si vuole negare l’importanza delle singole identità culturali, ma allo stesso è impensabile, in una crisi climatica ormai alle porte, che ogni Paese possa chiudersi in un isolazionismo xenofobo. Non è un caso che partiti apertamente sovranisti siano anche negazionisti nei confronti dell’emergenza climatica. Ormai è chiaro, la lotta al cambiamento climatico e quella al terrorismo xenofobo sono due facce della stessa medaglia.
La Nuova Zelanda, da questo punto di vista, ci dà l’ennesima lezione.

Emiliano Barletta

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