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Nei giorni scorsi si è diffusa la notizia di una possibile bancarotta dello stato ungherese. La reazione dei mercati finanziari è stata drammatica, l’indice della Borsa di Budapest (BUX) è crollato e il fiorino ha perso il 4,8%  contro l’euro tra giovedì e venerdì della scorsa settimana.

Data la massiccia presenza di istituti di credito occidentali nel paese, molte famiglie ungheresi hanno acceso negli scorsi anni mutui in euro, sterline e franchi svizzeri. Mutui che ora, per via della pesante svalutazione subita dal fiorino, saranno più difficili da ripagare. A creare questa situazione sono state le dichiarazioni di due esponenti del nuovo governo di centrodestra. Il vicepresidente del partito di governo Fidesz, Lajos Kósa, ha dichiarato venerdì che il paese è in condizione critica e che c’è solo una piccola possibilità di evitare l’insorgere di una situazione simile a quella della Grecia. Cercando di stemperare queste dichiarazioni il portavoce del primo ministro Viktor Orbán, Péter Szijjártó, ha affermato che sarebbe assurdo pensare che un commento fatto da un politico abbia tanta influenza da portare ad un crollo dell’indice di borsa o nel tasso di cambio, aggiungendo però che il paragone con la Grecia non era esagerato.

Ma l'Ungheria è veramente sull'orlo del tracollo finanziario? Si tratta davvero di una nuova Grecia? In realtà no, anzi. Dall'autunno del 2008 l'Ungheria ha accesso ad una linea di credito del Fondo Monetario Internazionale, a condizione di un monitoraggio mensile. Monitoraggio che ha obbligato il precedente governo a tenere i conti pubblici in ordine negli ultimi due anni. Il nuovo governo aveva promesso tagli alle tasse durante la campagna elettorale, che non potranno essere effettuati per via della difficile situazione economica interna e internazionale. E così, per giustificarsi agli occhi degli elettori e buttare sul precedente governo la colpa del mancato abbassamento delle tasse, i due ingenui politici hanno provocato la tempesta dei mercati finanziari sul loro paese.

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I CONTI DELL'UNGHERIA E LA RIFORMA FISCALE – La situazione economica ungherese è ben diversa da quella greca. Nel 2009, il paese ha registrato un deficit di bilancio pari al 4% del PIL, e un debito pubblico del 78,2% sempre rispetto al prodotto interno lordo. La Grecia ha un deficit pari al 13,6% del PIL e un debito del 116,8%. Dal punto di vista contabile, addirittura, l'Ungheria ha un surplus di bilancio: ha 4 miliardi di dollari di debiti da ripagare entro ottobre, ma ha circa 5 miliardi di dollari di crediti non spesi nei confronti del Fondo Monetario Internazionale, oltre che riserve di valuta estera per 41 miliardi di dollari. Secondo la banca centrale, il deficit di bilancio non verrà ripianato entro fine anno, ma non c'è alcun motivo di temere il peggio: le aspettative sono per un rapporto deficit-pil del 4,5% a fine 2010. Jean-Claude Juncker, premier lussemburghese a capo dei ministri delle finanze dell'eurogruppo, ha affermato che “non c'è alcun motivo di preoccupazione” per quanto riguarda la situazione ungherese.

I conti sono dunque a posto, e questo ha permesso all'attuale partito di governo Fidesz, durante la campagna elettorale, di promettere il taglio delle tasse. La riforma fiscale, basata sul passaggio da una tassazione basata su coefficienti di reddito ad una basata su coefficienti familiari (sul modello di quella francese), dovrebbe vedere l'introduzione di un'unica aliquota uguale per tutti compresa tra il 15 e il 20 per cento e l'abolizione di almeno dodici degli attuali 52 diversi tipi d'imposta. I lavoratori, secondo le intenzioni del governo, dovrebbero pagare il 5-10 per cento in meno di tasse rispetto ad oggi, e l'aliquota contributiva sarebbe calcolata su base familiare e non più individuale, con agevolazioni in base al numero dei figli.

GLI ERRORI DEI POLITICI E QUELLI DEGLI INVESTITORI – Una volta vinte le elezioni, il nuovo partito di governo Fidesz si è trovato a fronteggiare una situazione economica che non permette, almeno nel breve periodo, alcun tipo di taglio fiscale. Inoltre, durante la campagna elettorale il nuovo primo ministro, Viktor Orbán, aveva promesso di rinegoziare con il Fondo monetario internazionale e la Commissione europea gli obiettivi di bilancio. L'idea di Orbán era di mettere in secondo piano la stabilizzazione delle finanze pubbliche privilegiando la crescita economica. Orbán non aveva però alcun potere contrattuale nei confronti dei suoi interlocutori, e ne ha ancor meno ora, dopo che il fiorino è crollato e la fiducia dei mercati nei confronti dell'Ungheria è diminuita radicalmente.

È quindi probabile che, nel momento in cui il governo si è reso conto che era impossibile rispettare le promesse della campagna elettorale, alcuni esponenti del partito Fidesz abbiano sentito l'esigenza di scaricare le responsabilità del mancato rispetto degli impegni sulla situazione economica ereditata dal precedente governo. È d'altronde emblematico dell'instabilità dei mercati finanziari che siano bastate due dichiarazioni di esponenti di secondo piano del partito di governo senza alcuna responsabilità sulla politica economica a provocare il crollo del fiorino e del Bux, a fronte di una situazione finanziaria che vede i “fondamentali” ungheresi in linea con altri paesi europei, e certamente non ai livelli della Grecia.

Stefano Ungaro*

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