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In 3 sorsiNegli ultimi mesi ci sono stati progressi nelle trattative per trovare un patto che ponga quantomeno una tregua alla “guerra commerciale”. Nulla però è scontato e ci sono tanti temi “caldi” (e il deficit commerciale lo è più che mai).

1. DOVE ERAVAMO RIMASTI

Dopo un 2018 di dazi e contro-dazi, questi ultimi mesi sembrano indicare una de-escalation nella “guerra commerciale” fra USA e Cina. Al G20 di Buenos Aires di dicembre, le due potenze si sono accordate per una “tregua”, impegnandosi a non imporre nuove tariffe per i tre mesi successivi, mantenendo però quelle esistenti ai medesimi livelli. Finora gli USA hanno imposto dazi su beni cinesi per un valore di 250 miliardi di dollari, mentre le sanzioni di Pechino ammontano a 110 miliardi, con la minaccia però di contromisure di tipo qualitativo, ad esempio ulteriori restrizioni sulle imprese statunitensi nel fare affari in Cina – senza dimenticare, poi, che il mercato cinese è già tradizionalmente molto meno accessibile. Nel periodo seguente i negoziatori statunitensi e cinesi hanno continuato a dialogare per giungere a un patto che – quantomeno nelle ambizioni di Trump – ridefinisse i rapporti commerciali tra le due nazioni. Incombeva però nel frattempo la data del primo marzo 2019, in cui Washington prevedeva di fissare un ulteriore giro di dazi pari a 267 miliardi. E invece Trump a fine febbraio ha deciso rimandare l’eventuale mossa, dichiarandosi soddisfatto dell’andamento dei negoziati e avvertendo che un accordo era molto vicino. Alcuni media hanno inizialmente affermato che la data da tenere d’occhio sarebbe il 27 marzo, quando Trump e Xi potrebbero incontrarsi per un summit alla residenza di Mar-a-Lago e siglare il nuovo patto, ma ora sembra invece che non si concluderà nulla prima di aprile.

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Fig 1. Delegazione statunitense e cinese in un incontro alla Casa Bianca il 21 febbraio

2. I TEMI IN DISCUSSIONE

I temi su cui Trump contesta la Cina sono numerosi e piuttosto noti, su tutti quello del deficit commerciale (la differenza fra ciò che gli USA importano ed esportano con la Cina è pari a 375 miliardi). A questo proposito, affinché un accordo possa andare in porto la Cina dovrà aumentare i propri acquisti di beni statunitensi, in particolare nel settore agricolo. Questo è per Washington di grande importanza, anche per accontentare l’elettorato rurale, colpito dai contro-dazi cinesi degli ultimi mesi. Si discute inoltre per rafforzare la tutela dei diritti di proprietà intellettuale: gli USA richiedono che la Cina sospenda la pratica di costringere le imprese statunitensi a trasferire la loro tecnologia e know-how prima di poter operare sul mercato cinese. Inoltre ci si aspetta che Pechino si impegni a ridurre i sussidi alle sue industrie di Stato e a mantenere stabile la propria moneta, evitando le consuete svalutazioni competitive (la Cina è stata spesso accusata di essere currency manipulator). A vantaggio della Cina, i due Paesi si impegneranno a non imporre nuove tariffe, e si discute riguardo alla possibile diminuzione di quelle attuali. La questione più controversa è la creazione di un meccanismo di enforcement, ovvero una serie di disposizioni che costringano i contraenti a rispettare i loro impegni. È un punto essenziale per l’Amministrazione: in questo modo, se la Cina non rispettasse il patto, gli USA avrebbero la facoltà di colpirla con dazi, ma dal canto suo Pechino vuole adeguate rassicurazioni per evitare che Washington effettui rappresaglie in maniera arbitraria. In ogni caso, Trump e Xi hanno investito energie e capitale politico per portare avanti questi negoziati, e sarebbe molto costoso per loro e per le due economie fare marcia indietro. Tuttavia i punti in discussione sono così tanti e complessi che è difficile fare previsioni, come mostra il fatto che ancora non si è definita una data per il summit decisivo. Anzi, le due parti stanno già evidenziando la possibilità che le trattative non vadano a buon fine (anche se sono dichiarazioni normali nel “gioco diplomatico”). Se anche si trovasse un’intesa, c’è poi il rischio che l’accordo finale sia troppo limitato e che abbia scarse conseguenze sui rapporti economici tra le due potenze.

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Fig. 2 – Al centro, Robert Lighthizer, US Trade Representative che sta guidando i negoziati con la Cina

3. LA BILANCIA COMMERCIALE NON È TUTTO

Fino a qui sembrerà che gli USA stiano chiedendo molto e offrendo poco. Questo è in parte vero, ma non bisogna dimenticare che la Cina è tradizionalmente un mercato molto più chiuso, dove lo Stato è sempre intervenuto per favorire la produzione nazionale, con pratiche a vario titolo distorsive della concorrenza internazionale. Sono queste le ragioni per cui Trump ha sempre insistito sul tema del fair trade. Attenzione però, se anche la Cina attenuasse queste sue pratiche (cosa per nulla scontata), non è detto che i flussi commerciali si muoverebbero in maniera molto diversa. E qui veniamo al tema del celebre deficit commerciale, che, avvertono spesso gli economisti, non è un indicatore economico così rilevante quanto Trump lo fa sembrare. Se anche Washington ha un profondo passivo commerciale, non necessariamente ci sta perdendo. Questo è infatti per lo più dovuto alle dinamiche del mercato: in estrema sintesi, il dollaro è una moneta forte, che quindi favorisce l’import e penalizza l’export statunitense, gli USA sono un Paese ricco e come tale hanno anche un’alta domanda di importazioni. La recente notizia che gli USA hanno raggiunto un disavanzo record non deve perciò sorprendere: i massicci tagli alle tasse del 2018 hanno accresciuto il reddito disponibile dei cittadini statunitensi, facendo anche aumentare i loro acquisti dall’estero. Dal lato opposto, Pechino sembra avere proposto un piano di acquisti di beni e servizi statunitensi, per azzerare il proprio surplus entro il 2024 e favorire così una soluzione alla disputa. Il piano è stato però visto con scettismo, non solo perché difficilmente realizzabile, ma anche perché potrebbe produrre risultati indesiderabili: logicamente, se Pechino importerà di più dagli USA, vorrà importare meno da altri Paesi, magari imponendo dazi sulle loro merci. Inoltre, non è detto che l’economia USA riesca a soddisfare del tutto questa nuova domanda dall’estero, la quale, peraltro, farebbe sì aumentare il PIL, ma porterebbe anche a un rafforzamento del dollaro. In conclusione, l’idea di aumentare le importazioni statunitensi verso la Cina può essere meglio di una guerra commerciale, che causerebbe turbolenze sui mercati mondiali, ma non sarebbe comunque un’opzione semplice e indolore.

Antonio Pilati

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