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In 3 sorsi – Il secolo attuale passerà alla storia come il secolo delle guerre tecnologiche. Se prima la partita si giocava sul campo dell’economia, oggi chi governa i dati e le tecnologie più sofisticate può infatti muovere i fili degli equilibri geopolitici mondiali. È il caso della tecnologia 5G promossa dalla Cina che sta destando non poche preoccupazioni nei Paesi occidentali, Italia inclusa.

1. UN COLOSSO IN CRESCITA

Gran parte delle reti di telecomunicazione e del 5G, l’internet del futuro, sono gestite da una delle più grandi aziende cinesi, la Huawei. Leader mondiale del settore, l’azienda di Shenzhen ha avuto negli ultimi anni una crescita esponenziale del proprio fatturato, registrando nel 2017 ricavi per oltre 92 miliardi di dollari. Inoltre, con 20 miliardi di dollari investiti in ricerca e sviluppo (R&D), Huawei sta dichiaratamente sfidando gli altri maggiori player del settore, in primis americani. È infatti nota la guerra tra Washington e Pechino sulla sicurezza della tecnologia cinese: quest’ultima è infatti oggetto delle accuse americane sulla trasparenza dei dati gestiti, che sarebbero direttamente trasmessi al Governo cinese (tutte le aziende cinesi, anche quelle private, hanno un rappresentante del Governo nel proprio board).

Fig. 1 – Operai al lavoro su un antenna di proprietà della Huawei

2. L’ECCEZIONE ITALIANA 

La Huawei è riuscita a entrare, grazie ai propri prodotti e a cospicui investimenti, in molti Paesi occidentali. Questo,però, non è bastato ad alcuni Paesi europei per accettare incondizionatamente la presenza cinese nei propri mercati. E infatti Germania, Regno Unito e Francia hanno chiesto espressamente delle garanzie circa le modalità di gestione dei dati e le varie falle riscontrate sulle reti gestite da Huawei. L’Italia invece rappresenta un’eccezione in ambito europeo. Il Governo di Roma ha infatti “aperto i porti” alla Huawei senza troppe difficoltà. E sulla questione della sicurezza dei dati gestiti dal provider, ha avanzato timide proposte che prevedono solo una sorta di “bollino” di certificazione sull’affidabilità dei prodotti Huawei in termini di qualità e (cyber)sicurezza. Questi tentativi di limitare l’influenza cinese sul nostro mercato non hanno avuto ancora un seguito, con il beneplacito di Huawei che, attraverso le parole di Thomas Miao, CEO di Huawei Italia,considera il mercato italiano «friendly, aperto e trasparente».  

Fig. 2 – Ren Zhengfei, fondatore e Presidente di Huawei. L’azienda di Zhengfei è considerata dagli Stati Uniti come una minaccia alla sicurezza nazionale

3. INVESTIMENTI E RISCHI

D’altronde l’Italia non offre solo spazio alla vendita degli smartphone Huawei, fiore all’occhiello dell’azienda, ma sta diventando terreno fertile per gli investimenti cinesi in differenti settori. Se prima la Huawei era protagonista con le sponsorizzazioni calcistiche, grazie al contratto firmato nel 2013 con il Milan, ora vuole essere presente anche in uno dei settori chiave dell’economia italiana: il fashion. La Huawei, già in Italia con due importanti centri di ricerca, uno a Segrate sulla tecnologia 5G e l’altro in Sardegna per lo sviluppo delle smart cities, sta infatti progettando a Milano un nuovo centro di R&D focalizzato sul design e sul fashion, elementi distintivi del Made in Italy. E se il fashion è la nuova frontiera, le telecomunicazioni rimangono il principale asset di sviluppo dell’azienda: col supporto dell’altro colosso tecnologico cinese ZTE, specializzato in dispositivi e sistemi di telecomunicazioni, Huawei ha infatti investito oltre 150 milioni di euro in due ambiziosi progetti italiani. Il primo, noto come BariMatera5G, ha l’obiettivo di coprire il 75% delle reti Internet delle due città con il 5G in 4 anni, mentre il secondo progetto, 5GMilano, intende fornire la tecnologia promossa dall’azienda cinese all’intero capoluogo lombardo.
Questi progetti pongono certamente l’azienda cinese in una posizione di comodo rispetto a quanto sta succedendo negli altri Paesi occidentali. È lecito chiedersi a questo punto se l’Italia, a fronte dei possibili ricavi economici, è disposta a soprassedere sui discutibili standard di sicurezza delle tecnologie cinesi, tanto criticati dagli altri membri dell’Unione Europea.

Isabel Pepe

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Isabel Pepe

Sono nata in un piccolo paesino della Basilicata. Dopo la maturità scientifica mi sono trasferita a Venezia per studiare lingua cinese alla Ca’ Foscari e specializzarmi in Relazioni Internazionali Comparate. Quest’ultimo percorso di studi e il lavoro di tesi magistrale, “La geostrategia marittima della Repubblica Popolare Cinese: dalla Via della Seta al Filo di Perle”, mi hanno spinta a trasferirmi a Roma per coltivare questi due interessi. Ho frequentato un Master in Geopolitica e Sicurezza Globale, e dopo aver frequentato dei corsi sull’Energia, sono approdata alla Business School del Sole 24 ore per un Master in Management dell’Energia e dell’Ambiente. Quando non mi occupo di questi temi, cerco di coltivare le mie passioni tra cui ci sono libri e vini.