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In 3 sorsi – Sebbene si sia sparsa la voce che la diplomazia statunitense  abbia scelto il Vietnam per organizzare il vertice tra Kim Jong-un e Donald Trump proprio per dimostrare al dittatore nordcoreano come un Paese, ancora formalmente comunista, si sia potuto sviluppare economicamente in pochi anni, ancora una volta la nazione del Sudest asiatico si è rivelata fonte di delusioni per gli Stati Uniti; a differenza del vertice di Singapore, infatti, stavolta i due leader non sono neppure riusciti a produrre una dichiarazione congiunta.

1. LE ASPETTATIVE

Dopo aver rotto il ghiaccio a Singapore nel giugno del 2018, Donald Trump aveva espresso interesse nell’incontrare nuovamente il dittatore coreano Kim Jong-un, per poter effettivamente proseguire il processo di denuclearizzazione della penisola coreana. Come riassunto in un precedente articolo, alle vaghe dichiarazioni d’intenti di Kim Jong-un espresse a Singapore non aveva fatto seguito alcun tipo di misura sostanziale; l’aspettativa più realistica per il summit in Vietnam era dunque uno “equo” scambio tra rimozione di sanzioni economiche e concessioni sulla denuclearizzazione – alla quale, secondo Pyongyang, sarebbe dovuta equamente corrispondere una riduzione dell’impegno militare statunitense in Corea del Sud.

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Fig. 1 – Donald Trump arriva in Vietnam

2. COSA È SUCCESSO?

In vista del summit del 27-28 febbraio, Donald Trump e Kim si erano recati in Vietnam con mezzi di trasporto differenti: mentre il primo si era naturalmente servito dell’aereo, il secondo aveva intrapreso un lunghissimo viaggio di ben quattro giorni sul suo lussuoso treno blindato da Pyongyang ad Hanoi – il precedente viaggio in aereo di Kim a Singapore evidentemente non era stato sufficiente a fugare i timori che il dittatore nutre nei confronti dei velivoli. Dopo le consuete strette di mano e fotografie di rito, i due leader sembravano ad un passo dal produrre una nuova dichiarazione congiunta, quando improvvisamente si è deciso di non farne nulla. Durante la conferenza stampa statunitense, Donald Trump ha rivelato che il maggiore attrito si era verificato sulle sanzioni: infatti, Kim aveva preteso una totale eliminazione di queste ultime, offrendo in cambio solo una parziale “denuclearizzazione” (ovvero, la distruzione di alcuni centri per lo sviluppo di ordigni nucleari, come quello di Yongbyon), mentre Washington richiedeva la distruzione di ogni infrastruttura di questo genere; di fronte a questa inconciliabile divergenza, Trump ha preferito rinunciare ad un accordo, piuttosto che produrne uno insoddisfacente. Di fronte alla stampa internazionale, il Presidente ha anche ammesso che una denuclearizzazione totale della Corea del Nord nell’immediato futuro è abbastanza improbabile: “Capisco assolutamente la ragione per cui non vogliono rinunciare alle armi nucleari. Hanno investito molto tempo per il loro programma”. Inoltre, Trump ha ribadito di non avere fretta di trattare con il regime, “se nel frattempo Pyongyang si astiene da test ed esperimenti nucleari”.

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Fig. 2 – Donald Trump e Kim Jong-un ad Hanoi

3. CONSEGUENZE

Il rifiuto di portare avanti le trattative con Kim, sebbene questo denoti uno scarso lavoro di preparazione diplomatica da parte degli sherpa statunitensi e nordcoreani (in poche parole, entrambi i leader hanno “improvvisato”) e nonostante Donald Trump fosse alla ricerca di una vittoria politica da poter sfruttare nel 2020, non è stato necessariamente negativo per l’Amministrazione: tra gli altri, la sua scelta ha incassato l’approvazione di Joe Biden, ex Vicepresidente e probabile candidato alle primarie per il partito democratico. Biden è stato a sua volta criticato per la sua scelta. Per quanto concerne la Corea, per il momento Trump non ha menzionato la possibilità di un terzo summit; d’altro canto, non si è neppure dichiarato troppo pessimista sul futuro. La fiducia del Presidente nei confronti di Kim non è neppure venuta meno: interrogato da alcuni giornalisti sul caso di Otto Warmbier, cittadino statunitense arrestato in Corea del Nord e restituito agli Stati Uniti in stato vegetativo (e morto poco tempo dopo il suo rilascio), Trump ha affermato di credere alla versione di Kim, ovvero che il dittatore ignorava completamente le condizioni nelle quali era detenuto Warmbier, attirando su di sé una valanga di critiche che lo hanno costretto a una parziale marcia indietro. L’esito del summit non è deludente neppure per la Cina, che, nonostante sostenga pressoché interamente l’economia nordcoreana, non è riuscita ad impedire un continuo deterioramento dei rapporti con Pyongyang (il cui atteggiamento è giudicato da Pechino eccessivamente “sconsiderato”). La Cina teme che un accomodamento tra Trump e Kim possa definitivamente alienarle il regime nordcoreano; di conseguenza, per la Repubblica Popolare uno stallo tra le parti è la migliore opzione desiderabile – a patto che ovviamente la situazione non “sfugga” di mano a statunitensi o nordcoreani.

Vincenzo G. Romeo

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