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RistrettoChi si aspettava una svolta netta è rimasto deluso: le elezioni in Moldavia di ieri non hanno infatti avuto alcun vero vincitore, alimentando ulteriormente le tensioni tra le varie anime del Paese.

Al termine di un lungo scrutinio, il Partito Democratico del Premier Pavel Filip è stato sconfitto di misura dal Partito Socialista di Zinaida Greceanli (30 seggi contro 35), mentre la formazione anti-corruzione ACUM segue a distanza (26 seggi) con un risultato piuttosto deludente rispetto alle aspettative. Di fatto, europeisti e russofili quasi si equivalgono in Parlamento per numero di deputati, e ciò renderà estremamente difficile la formazione e il funzionamento di qualsiasi Governo, anche a causa dei pessimi rapporti esistenti tra ACUM e Democratici. Si conclude così la campagna elettorale più virulenta nella storia del Paese, segnata da accuse di brogli, minacce di violenza e sospette interferenze esterne. La Moldavia si ritrova al punto di partenza, bloccata a metà strada tra integrazione nell’UE e mantenimento dei legami storici con Mosca, tra riforme democratiche e status quo oligarchico. Se entro 45 giorni non si riuscirà a formare un Governo, il Presidente Dodon sarà costretto a sciogliere il Parlamento e a indire nuove elezioni, che probabilmente daranno un risultato non dissimile da quello odierno. Sempre che Socialisti e ACUM non decidano di prendere la strada della piazza contro Filip, con potenzialmente pericolosi.

Nel frattempo, il Paese resta poverissimo e i moldavi emigrano in sempre maggior numero all’estero, sia in Occidente che in Russia. Un risultato paradossale se si pensa al promettente accordo di associazione firmato da Chisinau con la UE nel 2014, che avrebbe dovuto rilanciare la sua economia e emancipare il Paese dalla sfera di influenza russa. Ma le promesse di rinnovamento non si sono realizzate, anche a causa di un grave scandalo bancario nel 2015, e Bruxelles sta perdendo la pazienza con il Governo Filip, accusato di corruzione e immobilismo politico-istituzionale. Intanto Mosca sostiene il Presidente Dodon e sfrutta la carta Transnistria per aumentare il suo peso politico a Chisinau. La partita sul futuro del Paese resta quindi aperta.

Simone Pelizza

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