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Analisi – Se l’eredità storico-culturale e le relazioni economico-militari rendono Russia e Bielorussia due Stati fortemente complementari, la guerra civile in corso in Ucraina porta Lukashenko a diffidare delle intenzioni del Cremlino. Ciononostante, Putin è pronto ad utilizzare tutte le carte a sua disposizione per non permettere a Minsk di uscire dalla sfera di influenza russa.

IL CASO CRIMEA E IL TIMORE DI DIVENIRE UNA NUOVA UCRAINA

Si è visto, nella prima parte dell’analisi, che le decisioni politiche ed economiche della Bielorussia sono fortemente condizionate da una dipendenza finanziaria, energetica e militare pressoché totale dal Cremlino: una dipendenza che, inevitabilmente, influenza anche il processo di integrazione dei due Paesi verso l’Unione Statale.

In tale contesto, la riluttanza di Lukashenko nel procedere verso il completamento dell’unione con la Russia acquisisce inevitabilmente un peso minore rispetto agli aiuti di Mosca, anche considerando l’affinità culturale esistente tra i due Paesi. Tuttavia, sebbene Putin mantenga comunque un forte controllo sul suo vicino, l’annessione della Crimea nel 2014 ha introdotto un grave elemento di crisi nelle stabili relazioni bilaterali con la Bielorussia, che si è rifiutata di riconoscere la modifica territoriale materializzatasi ai danni dell’Ucraina definendola un “cattivo precedente”. Il Governo di Minsk, infatti, non ha ancora riconosciuto de iure il nuovo status politico della Crimea, così come non riconosce come stati indipendenti l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud.

Il ruolo attivo giocato dalla Russia nella guerra civile ucraina, fortemente osteggiata da Lukashenko in quanto elemento destabilizzante per la sicurezza regionale dell’Europa orientale e potenziale minaccia all’indipendenza della stessa Bielorussia, ha dato il pretesto a Minsk per intensificare il dialogo con l’Occidente, riesumare un tiepido nazionalismo e adottare una diplomazia del pendolo con il Cremlino. Questa svolta ha condotto a diversi risultati: un evidente aumento della cooperazione con l’Unione Europea nell’ambito della Eastern Partnership(EaP), in un’ottica di diversificazione dell’economia nazionale (legata anche ai capitali provenienti dalla Cina); la rimozione dell’obbligo di ottenere un visto per soggiorni brevi a carico dei cittadini occidentali, che Mosca ha voluto contrastare ristabilendo unilateralmente i controlli doganali lungo la frontiera con la Bielorussia; il superamento delle contro-sanzioni tramite l’esportazione, verso la Russia, di prodotti europei etichettati come “Made in Belarus”; ed infine, nel gennaio 2019, la rimozione del tetto massimo di diplomatici americani ammessi sul territorio nazionale introdotto nel 2008.

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Fig. 1 – Lukashenko e il Presidente ucraino Poroshenko durante le commemorazioni per il trentunesimo anniversario del disastro nucleare di Chernobyl (aprile 2017)

LA TASSAZIONE PETROLIFERA COME ARMA CONTRO MINSK

Sebbene la Crimea rappresenti la causa principale del dissidio esistente tra Putin e Lukashenko, un ulteriore elemento di dissidio risulta dalla recente scelta del Governo russo di modificare la tassazione sulle esportazioni di petrolio a partire dal 2019, spostando il carico fiscale sulla produzione: questa decisione, che di fatto annulla il regime di duty-free export a vantaggio della Bielorussia, aumenterà notevolmente il costo delle importazioni per Minsk, causando un danno enorme alle casse di uno Stato che si regge sulla rivendita di materie prime (stimato intorno ai 400 milioni di dollari all’anno).

In un momento in cui Lukashenko tenta di svincolarsi dall’influenza del Cremlino dialogando con Bruxelles, Putin trova nel provvedimento fiscale appena introdotto un ottimo strumento di ricatto per mettere il suo omologo bielorusso con le spalle al muro, richiamandolo all’ordine e costringendolo a richiedere un aiuto finanziario da una posizione di debolezza. In effetti, il Presidente russo pare avere almeno due validi motivi per voler concretizzare l’unione statale in sospeso. In primo luogo, la necessità di impedire a qualsiasi costo che la Bielorussia finisca irrimediabilmente nell’orbita euro-atlantica, dando seguito a quanto successo in Ucraina: unendola alla Russia, Putin eliminerebbe definitivamente tale rischio, acquisendo il completo controllo sul territorio. In secondo luogo, il cosiddetto “problema del 2024”, ossia l’impedimento costituzionale rispetto ad un terzo mandato consecutivo (il quinto in assoluto) di Putin alla testa della Federazione. Invece di modificare la Costituzione, il leader di Russia Unita potrebbe dunque voler creare una nuova entità statale allargata per diventarne il primo Presidente, fagocitando così la Bielorussia fintanto che quest’ultima rimarrà ampiamente “russificata” e quindi poco resistente ad una simile soluzione unitaria.

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Fig. 2 – Un recente incontro informale di Lukashenko e Putin con il Presidente iraniano Rouhani e quello turco Erdogan

Seppur plausibili, e sebbene la crisi ucraina faccia sembrare compromesso il dialogo tra Russia e Bielorussia, entrambe le ragioni presentano tuttavia evidenti punti deboli. Innanzitutto, la cooperazione tra Minsk e l’UE non ha raggiunto livelli tali da far preoccupare eccessivamente il Cremlino, e non lo farà nel medio termine: ciò che manca davvero è la fiducia degli europei nei confronti di quello che resta pur sempre un regime autoritario che, reprimendo valori considerati imprescindibili dall’Occidente, verrebbe senza dubbio contrastato qualora Bruxelles volesse aprire le porte all’integrazione della Bielorussia. Inoltre, per un Presidente con una maggioranza parlamentare così solida come Putin, sarebbe più semplice, oltre che meno costoso, emendare la Costituzione: inglobare nuovi territori costringerebbe il Cremlino a dispiegare risorse economiche che attualmente non sono a disposizione, senza ottenere nemmeno grandi benefici in termini di consenso interno (come fu nel 2014).

I GIOCHI DIPLOMATICI DI LUKASHENKO CON L’OCCIDENTE NON FERMANO I NEGOZIATI CON PUTIN

A ben vedere, dunque, le trattative per la costituzione dell’unione statale potrebbero essere, per il momento, semplicemente di facciata: sottraendo al Governo buona parte degli introiti e pressandolo per una maggiore integrazione politica, Putin conta di esercitare tutto il peso diplomatico di Mosca per legare sempre più Minsk a sé, a maggior ragione dal momento che la successione di Lukashenko alla presidenza rappresenta un altro elemento di incertezza per il futuro della Bielorussia. Si tratta anche di rispondere all’ambigua diplomazia del suo Presidente, che dialoga abilmente con Russia e Occidente per mantenersi saldo al potere, strappare concessioni al Cremlino e presentare il proprio Paese come potenza neutrale, mediatrice e votata al multilateralismo. Da parte sua, essendo ampiamente dipendente dalla Russia, la Bielorussia non pare però avere alternative se non la fedeltà assoluta a Mosca.

Ovviamente, ciò non esclude che l’unione fra i due Paesi avverrà in futuro. Il fatto che, nel solo mese di dicembre, Putin e Lukashenko si siano incontrati ben tre volte, indica che gli intensi negoziati per la modifica dei rapporti bilaterali tra i due ex membri dell’URSS sono giunti ad una fase cruciale. Ciononostante è bene sottolineare che, qualora si creasse un’entità unitaria, non si dovrà scambiare l’eventuale applicazione di accordi stipulati negli anni Novanta con una manifestazione del neo-imperialismo russo: come detto, la popolazione bielorussa è fortemente russificata, ed esiste già un’ampia cooperazione militare ed economica che, per ovvie ragioni di potenza, sottopone Minsk a Mosca. Considerare la Bielorussia come Stato aggredito sulle orme dell’Ucraina sarebbe quindi erroneo.

Filippo Malinverno

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