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In 3 sorsi –La visita di papa Francesco negli Emirati sembra essere il simbolo di un impegno comune per la fratellanza e la pace mondiale. Ma le contraddizioni degli Emirati e i limiti della diplomazia pontificia potrebbero rappresentare delle criticità nel dialogo tra il Papa e il Grande Imam al-Tayyib.

1. ISLAM E PLURALISMO RELIGIOSO: ALLE ORIGINI DEL “MODELLO EMIRATINO”

Definiti da papa Francesco – nel videomessaggio diffuso alla vigilia della sua partenza per Abu Dhabi – una «terra che cerca di essere un modello di convivenza, di fratellanza umana e di incontro tra diverse civiltà e culture, dove molti trovano un posto sicuro per lavorare e vivere liberamente, nel rispetto delle diversità», gli Emirati Arabi Uniti rappresentano senza dubbio una realtà peculiare nel contesto della penisola arabica. Il mutuo rispetto tra le diverse fedi religiose, unito a una certa libertà di culto che nella vicina Arabia Saudita (storico alleato degli Emirati) è ancora oggi impensabile, fa parte del DNA del Paese fin dalla sua fondazione nei primi anni Settanta, per volontà del “padre della patria” Zayed bin Sultan Al Nahyan (1918-2004). A fortificare l’immagine degli Emirati come isola di tolleranza religiosa nel cuore dell’Islam ha poi contribuito, in anni più recenti, la crescente ostilità della classe dirigente del Paese verso la Fratellanza musulmana, la cui ideologia islamista aveva precedentemente messo radici nella regione attraverso il movimento Islah. All’indomani delle cosiddette “primavere arabe” del 2011, l’attitudine anti-islamista degli Emirati è stata ulteriormente rafforzata dalla creazione (fatto inedito per il Paese) di alcune importanti istituzioni volte a promuovere all’estero il “modello emiratino di convivenza religiosa come il Consiglio dei Saggi Musulmani, i cui membri hanno dialogato a porte chiuse con il pontefice nel pomeriggio del 4 febbraio scorso.

Fig. 1- Papa Francesco a Roma | Fonte Flickr
2. L’IMPEGNO COMUNE DELLA CHIESA CATTOLICA E DELL’ISLAM PER LA FRATELLANZA UMANA E LA PACE MONDIALE

Pochi minuti più tardi, l’incontro interreligioso svoltosi nel Founder’s Memorial di Abu Dhabi ha offerto la cornice alla storica firma del Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la convivenza comune, da parte di papa Francesco e del Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyib, considerato la più prestigiosa autorità religiosa dell’islam sunnita. Moltissimi gli spunti degni di nota del documento, che se in ambito cattolico prosegue una tradizione di dialogo interreligioso ormai pluridecennale, in ambito islamico appare a dir poco dirompente. Muovendo dalla volontà di «adottare la cultura del dialogo come via, la collaborazione comune come condotta, la conoscenza reciproca come metodo e criterio», il papa e il grande Imam concordano nel ritenere la famiglia «nucleo fondamentale della società e dell’umanità», e nel dire che «attaccare l’istituzione familiare, disprezzandola o dubitando dell’importanza del suo ruolo, rappresenta uno dei mali più pericolosi della nostra epoca». Dal riconoscimento della vita come dono di Dio derivano la condanna comune di «tutte le pratiche che minacciano la vita come i genocidi, gli atti terroristici, gli spostamenti forzati, il traffico di organi umani, l’aborto e l’eutanasia e le politiche che sostengono tutto questo», e la richiesta di non usare più «il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione». Altrettanto significativi il richiamo alla necessità di una «piena cittadinanza» in luogo della discriminazione legale delle minoranze, quello alla tutela del &elaquodiritto della donna all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici» e l’affermazione secondo cui «la libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione».

Fig. 2 – Una foto scattata il 28 aprile 2017 che ritrae l’incontro di papa Francesco e del Grande Imam al-Tayyib | Fonte Flickr
3. LE CONTRADDIZIONI DI UN PAESE E I LIMITI DELLA DIPLOMAZIA PONTIFICIA

A margine del viaggio del Papa negli Emirati Arabi Uniti non sono mancati rilievi critici nell’opinione pubblica in merito all’opportunità di accreditare (anche solo indirettamente) come modello una realtà comunque non priva di contraddizioni, sia per quanto riguarda la politica interna (sul piano religioso va ad esempio notato che, a dispetto della libertà di culto esistente negli Emirati, l’Islam gode giuridicamente di una posizione assolutamente privilegiata rispetto a tutte le altre fedi religiose), sia per ciò che attiene alla politica estera, che vede gli Emirati tra i principali responsabili (insieme all’Arabia Saudita) di una guerra – quella nel vicino Yemen – che sta assumendo sempre più i connotati di una catastrofe umanitaria. Va tuttavia ricordato che il Papa, alla vigilia della partenza, ha lanciato un importante appello alla comunità internazionale per la pace in Yemen. Sebbene il tema non sia stato ufficialmente toccato durante il viaggio (anche nella conferenza stampa sul volo di ritorno il Papa è stato molto attento a non esporsi in proposito), l’attenzione della diplomazia vaticana sul dossier è nota. A monte di queste considerazioni non si può fare a meno di notare come i viaggi papali negli ultimi decenni siano stati talvolta oggetto di strumentalizzazioni politiche o mediatiche da parte dalle classi dirigenti dei Paesi di volta in volta interessati. Come in tutti i casi precedenti, anche in questo sarà il tempo (una dimensione cui la diplomazia della Santa Sede è da sempre particolarmente attenta) a dire se è valsa la pena di correre il rischio.

Paolo Valvo

Immagine di copertina: la Gran Moschea dello Sceicco Zayed situata ad Abu Dhabi e considerata il luogo di culto più importante del Paese. Davide di Benedetto. Fonte Flickr

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Paolo Valvo

Anche se i capelli brizzolati possono trarre in inganno sono nato nel 1984, a Milano, dove tuttora risiedo. La parlata milanese non mi impedisce di rivendicare con un certo orgoglio le mie ascendenze sicule, soprattutto da quando ho sposato una siciliana doc. Milanista credente ma non praticante, lavoro all’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove da qualche anno mi occupo a tempo pieno di storia contemporanea e di diplomazia vaticana, tra Europa e America Latina. Al tema ho dedicato diversi saggi e due volumi, uno dei quali di prossima pubblicazione. Per deformazione professionale, non essendo dotato della fantasia di molti giornalisti (e di qualche storico), mi ostino a pensare che l’unico modo per farsi un’idea realistica del pontificato di papa Francesco e della politica della Santa Sede sia partire dai documenti. Nel tempo libero amo leggere, ascoltare jazz e rimanere per ore a guardare mia figlia sorridere.