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    Trump contro l’intelligence. O il contrario?

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    In 3 sorsi – Qualche giorno fa è stato pubblicato il “Worldwide Threat Assessment”, la summa di tutti i pareri delle agenzie di intelligence al servizio del Governo statunitense. Gran parte delle dichiarazioni contenute nel documento sono tuttavia in contraddizione con i tweet e le affermazioni di Donald Trump, che non ha tardato a redarguire i suoi stessi collaboratori. In questo articolo esamineremo dunque su quali argomenti e quanto profondamente le opinioni dell’intelligence si discostano da quelle del Presidente.

    1. ISIS

    Dopo aver ripetutamente dichiarato vittoria contro lo Stato Islamico, Donald Trump aveva improvvisamente disposto un ritiro generale delle forze statunitensi dalla Siria. Sebbene la decisione di Trump non contemplasse alcun periodo d’attesa prima dell’inizio del ritiro, alla fine il Presidente è stato persuaso a concedere almeno quattro mesi per ultimare la ritirata. In ogni caso il parere dell’intelligence non è esattamente “sovrapponibile” a quello del Presidente: infatti, afferma il documento, sebbene per il momento nuove conquiste territoriali non siano a portata dell’ISIS, il movimento conta ancora sul supporto di centinaia di combattenti in Siria, Iraq e nel resto del mondo, e non esiterà a colpire nuovamente gli Stati Uniti e i propri alleati. In generale il rapporto non fa altro che ridimensionare le dichiarazioni forse ottimistiche dell’Amministrazione, come quella del Segretario facente funzioni della Difesa, che ha enfaticamente dichiarato alla stampa che «il territorio dell’ISIS si è ridotto del 99,5% – e in capo a un paio di settimane lo sarà del 100%».

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    Fig. 1 – Un comandante delle Syrian Democratic Forces apre il fuoco su una 
    postazione dell’ISIS

    2. COREA DEL NORD

    Circa sei mesi fa Donald Trump aveva incontrato Kim Jong-un a Singapore, per discutere della denuclearizzazione della Corea del Nord e assicurare un futuro pacifico in Asia orientale. Al termine dell’incontro sia Trump che Kim Jong-un si erano detti «soddisfatti» dell’esito delle trattative e avevano ribadito i reciproci impegni per assicurare un futuro pacifico alla penisola coreana. Salutato dal tycoon come un punto di svolta nelle relazioni tra Stati Uniti e Corea del Nord, il summit in realtà non rappresenta un unicum storico: anche in passato i predecessori di Kim avevano giurato di smantellare le proprie infrastrutture nucleari, per poi ignorare in modo conclamato l’accordo appena stipulato. Già in agosto, infatti, rapporti dell’ONU e dell’intelligence USA avevano rivelato che le professioni di pace Pyongyang erano ben lontane dalla verità, smentendo le intenzioni di Kim e le speranze di Trump, che tuttavia aveva espresso ancora una certa fiducia nei confronti di Pyongyang, tanto da ordinare al Segretario di Stato Mike Pompeo di sondare il terreno per un secondo summit, che si terrà nel giro di poche settimane. Il recente rapporto non fa altro che ribadire le preoccupazioni sulla bontà delle intenzioni del regime coreano: «[…] continuiamo a ritenere improbabile che la Corea del Nord rinunci alla totalità delle proprie armi nucleari […] sebbene continui a negoziare una parziale denuclearizzazione – così da poter ottenere concessioni da parte degli USA e della comunità internazionale».

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    Fig. 2 – Trump e Kim Jong-un durante il summit a Singapore (giugno 2018)

    3. IRAN

    Uno dei capisaldi della politica mediorientale di Donald Trump è stato certamente il forte sostegno accordato a Israele, il che è ovviamente risultato in un atteggiamento molto meno tollerante del suo predecessore nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran. In particolare, Barack Obama era stato frequentemente attaccato in campagna elettorale dal tycoon per aver “regalato” un’enorme quantità di denaro al regime sciita attraverso il tanto contestato Iran Deal, con il quale si concedeva a Teheran la possibilità di sviluppare un programma nucleare a scopi civili. Dopo l’elezione, l’Iran ha continuato a essere il bersaglio degli strali di Donald Trump, il quale prima ha ribadito le accuse alla Repubblica islamica circa la violazione dell’accordo sul nucleare, poi ha unilateralmente deciso di farne uscire gli Stati Uniti. Sebbene il rapporto non assolva il comportamento iraniano, giudicato pericoloso per la sicurezza di Israele e in generale per la stabilità del Medio Oriente, non vi è contenuta nessuna conferma alle tesi del tycoon. Anzi, Dan Coats, Direttore dei servizi d’intelligence, ha chiaramente affermato che l’Iran stia continuando ad attenersi ai termini dell’accordo.

    Vincenzo G. Romeo

    Vins G. Romeo

    Nato nel 1997, studio Economia a Bologna. La politica americana si somma ai miei già numerosi interessi in politica internazionale, storia ed economia, in particolare dopo un fruttuoso scambio accademico alla University of California, Los Angeles.

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