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Analisi – Il 2019 della Georgia si apre con molti interrogativi e speranze per il futuro. Tbilisi vive ormai la pluridecennale travagliata relazione con Mosca oscillando tra il mantenimento dello status quo, le speranze di normalizzazione e il forte desiderio europeista e atlantista. Quali possibilità si prospettano per l’avvio di un dialogo serio e mirato alla risoluzione delle problematiche russo-georgiane?

QUI TBILISI

Sono molte le sfide che dovrà affrontare la Georgia in questo 2019. Il Paese dovrà proseguire nel suo percorso di riforma istituzionale e di rafforzamento del sistema democratico, muovendosi tra le forti aspirazioni pro-Europa e la necessità di normalizzare i rapporti con la Russia. A Salome Zurabishvili, Presidente neoeletta, l’arduo ruolo di mediatrice. La vittoria della candidata indipendente, sostenuta dal partito di Governo Sogno Georgiano del patron Bidzina Ivanishvili, sembra prospettare una posizione meno partigiana nel travagliato dialogo con Mosca, rispetto a quella dell’avversario Grigol Vashadze, sostenuto da Mikhail Saakashvili. Il momento, quindi, sembra piuttosto propizio, ma Zurabishvili ha subito placato i facili entusiasmi, dichiarando non ancora maturi i tempi per ricostruire una relazione diplomatica seria ed efficace, soprattutto senza aver verificato il supporto degli alleati strategici di Tbilisi (ovvero UE e NATO). Estremamente misurate anche le reazioni post-voto del Cremlino, che tramite il viceministro degli Esteri Karasin e il portavoce Peškov ha riconosciuto la vicinanza tra i due popoli, ma anche l’enorme distanza tra i rispettivi Governi. Il percorso di distensione tra i due Stati non è certo facilitato dalle ferme opposizioni dei leader di Abkhazia e Ossezia del Sud, le cui dichiarazioni propagandistiche inneggiano unicamente alla protezione di Mosca e al disconoscimento di qualsiasi legame con Tbilisi. Come sostenuto da Korneli Kakachia, direttore del Georgian Institute of Politics, la questione delle regioni separatiste è estremamente complessa e si districa su più livelli bilaterali: quelli regionali (Georgia-Abkhazia, Georgia-Ossezia del Sud, Georgia-Russia) e quello globale (Russia-Occidente). Per dimensioni e peso politico, Tbilisi potrebbe risolvere ben poco da sola, per cui è imprescindibile, secondo Kakachia, l’intermediazione di soggetti già in buoni rapporti con Mosca, che possano utilizzare la propria influenza politica al fine di sbloccare lo status quo. È evidente a tutti gli attori in campo come il ripristino dei rapporti sia il presupposto per qualsiasi progetto riguardante il futuro della Georgia, costantemente tesa tra aspirazioni euro-atlantiste ed eredità storiche irrisolte.

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Fig. 1 – La neo-presidente georgiana Salome Zurabishvili

SCAMBI COMMERCIALI: QUALCHE OPPORTUNITA’?

Con decreto governativo del 31 dicembre 2018, Tbilisi ha stabilito la creazione di una commissione, che dovrà affiancare la società svizzera Société Générale de Survaillance (SGS) nella sua opera di monitoraggio degli scambi commerciali al confine tra Georgia, Abkhazia e Ossezia del Sud. Questa decisione è legata sia a dinamiche nazionali che regionali. Come ogni anno, infatti, l’unico collegamento stradale aperto tra Georgia e Russia, il passo di Verchnyj Lars, subisce continue chiusure a causa del forte maltempo ed è caratterizzato dall’incessante traffico pesante e non. A risentirne è anche l’Armenia, fortemente dipendente dal Cremlino. Per via terrestre, infatti, la piccola Repubblica caucasica è collegata alla Russia soltanto tramite la Strada militare georgiana di epoca zarista, che unisce Tbilisi a Vladikavkaz. Ogni interruzione o malfunzionamento causa notevoli disservizi per la popolazione armena. Nonostante tutto un segnale positivo proviene dal primo ministro georgiano Mamuka Bachtadze, che ha ribadito il ruolo della Georgia come Paese di transito del gas russo verso Erevan. Pur rifornendosi quasi totalmente dal vicino Azerbaijan, Tbilisi non vuole cedere la sua posizione di crocevia energetico per la regione. In questo scenario complesso l’Armenia ha tutto l’interesse nel sollecitare ripetutamente i Governi russo e georgiano a trovare un accordo sul transito attraverso le regioni separatiste. L’affidamento di questo compito a un soggetto terzo e neutrale (SGS), come detto, potrebbe essere un fattore positivo per favorire la distensione tra le parti, ma sono molti altri gli ostacoli da superare. Su tutti il riconoscimento russo di Abcasia e Ossezia del Sud come Stati indipendenti de facto pesa moltissimo nella definizione dei rapporti bilaterali con la Georgia, che invece ritiene le due regioni occupate militarmente. Senza un punto d’incontro su questa problematica, ogni trattativa sembra indirizzata su un binario morto. Tuttavia la sfera economica potrebbe non essere il miglior punto di partenza per il dialogo. Sempre secondo Korneli Kakachia, sarebbe ingenuo concentrarsi sui rapporti commerciali con Mosca. Lo squilibrio tra le parti è tale da rendere facilmente il fattore economico uno strumento di soft power esercitabile sulla Georgia.

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Fig. 2 – Incontro tra Raul Khajimba, Presidente della repubblica separatista dell’Abkhazia, e Vladimir Putin a Sochi, 21 novembre 2018

«NOI NON SIAMO POST-SOVIETICI»

Chi investe in Georgia, intanto, è l’Europa. Per questo 2019, la Commissione UE ha stanziato 3,5 miliardi di euro per 18 progetti infrastrutturali nel Paese, in base agli accordi del Partenariato europeo. I trasporti sono la priorità su cui Tbilisi deve puntare e rinnovarsi. Tra questi da segnalare il maxiprogetto del porto di Anaklia, che i promotori definiscono simbolicamente «il più orientale d’Europa». Questa struttura è pianificata per essere il maggior porto internazionale del Mar Nero e il costo previsto si aggira sui $400 milioni, provenienti da vari investitori, in larga parte esteri. La rotta commerciale TRACECA (Transport Corridor Europe-Caucasus-Asia) conoscerebbe nuovo slancio, così come sono molte le prospettive che si aprono per il trasporto merci tra l’Europa e i Paesi dell’Asia centrale e dell’Estremo Oriente. La presenza di acque profonde consentirebbe, inoltre, di accogliere navi che altrimenti non avrebbero approdi a Est del Bosforo. Allo stesso tempo, questa peculiarità allarma particolarmente Mosca, perché potenzialmente consentirebbe alla Georgia di far attraccare importanti mezzi militari NATO. Il Cremlino tace, ma non gradisce affatto questa implementazione, che a sua volta è appoggiata da Pechino. La Cina, infatti, è diventata il terzo partner commerciale della Georgia, aumentando la propria presenza di 40 volte rispetto al 2002. Da sottolineare che la sola Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) cinese coprirà il 25% del costo totale del porto di Anaklia. Tbilisi ha anche acquistato 28 treni merci cinesi e ha accettato di collaborare con la Cina per lo sviluppo della propria rete energetica e dell’agricoltura. Tra gli aspetti positivi nelle relazioni internazionali georgiane che possono essere ben accolti da Mosca figura soprattutto la continuità dei rapporti equilibrati e pragmatici tra Teheran e Tbilisi, che non ha sposato la linea dura di Washington contro l’Iran. La cooperazione trilaterale di successo con Turchia e Azerbaijan nel settore energetico (South Caucasus Pipeline) dimostra infine come la Georgia, fuori dall’orbita post-sovietica e con il supporto di UE e NATO, sia riuscita a ritagliarsi spazi di manovra piuttosto autonomi ed eterogenei sulla rotta tra Asia ed Europa, storica dialettica che rappresenta la natura stessa del Caucaso.

Mattia Baldoni

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Mattia Baldoni

Laureato in Scienze politiche e relazioni internazionali presso l’Università di Perugia, prosegue gli studi con la magistrale in Sviluppo locale e globale a Bologna. Qui si laurea in History and International Relations of the Middle East, discutendo i punti di forza e le debolezze delle relazioni russo-siriane nell’ultimo quindicennio. La Russia, la sua politica estera e i suoi rapporti in Medio Oriente, nel Caucaso e in Asia centrale sono i suoi principali interessi e il fulcro delle sue ricerche. Spinto da queste passioni e dalla volontà di approfondire queste tematiche, scrive per Il Caffè Geopolitico ed è caporedattore di Osservatorio Russia.

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