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AnalisiL’accordo commerciale Cina-USA è probabile, ma il decoupling economico e politico tra i due Paesi continua. Il rallentamento cinese contribuirà a una recessione globale di cui già si vedono le avvisaglie, ma è un fattore fisiologico di una Cina che si stabilizza su livelli di crescita sostenibili. La ripresa economica mondiale, invece, avrà un aspetto e una struttura molto diversa da quella globalizzata alla quale siamo stati abituati dalla pax americana.

WASHINGTON E PECHINO VERSO L’ACCORDO?

Lo scorso dicembre il discorso di John Bolton sulla strategia USA in Africa somigliava a un telegramma Kennan contemporaneo, implicando una strategia del containment di Cina e Russia, e la minaccia strategica di One Belt One Road (OBOR). Bolton è un fermo sostenitore della necessità di un decoupling politico ed economico da Pechino, assieme a uomini chiave del Presidente come Robert Lighthizer, Peter Navarro e Steve Bannon. Anche Mike Pompeo, in visita in Europa, ha dichiarato che utilizzare il 5G Huawei equivale a compromettere i rapporti con gli USA. Trump però ha un problema: lo shutdown non ha polarizzato il dibattito come previsto, e potrebbe anzi avere effetti avversi sullo zoccolo duro del consenso repubblicano.
Nella seconda metà del mandato, il Presidente deve consolidare un andamento positivo dell’economia, e creare delle occasioni per guadagnare un trofeo dal grande valore simbolico. Mantenere la guerra commerciale con la Cina appare dunque politicamente sconveniente e la possibilità di un accordo superficiale ma altisonante con Xi Jinping si fa più concreta. Dal canto suo Pechino avrebbe ragione di sperare proprio in questo, perché la trade war di certo non fa bene all’economia, e le policy previste dal Governo creeranno un deficit pubblico i cui titoli potrebbero non poter più restare esclusivo appannaggio dei risparmiatori cinesi. Tuttavia è utile scindere gli effetti della guerra commerciale dal rallentamento della crescita di cui si parla in questi giorni.

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Fig. 1 – Trump, Xi e le rispettive delegazioni cenano al G20 di Buenos Aires

UN RALLENTAMENTO FISIOLOGICO

Se nove anni fa la crescita del PIL cinese toccava vette del 12%, nel 2019 sembra essersi diffusa la convinzione che il dragone non esca tanto bene dalla popolare “10-year challenge”. Alcuni analisti prevedono che la crescita si abbasserà oltre la soglia psicologica del 6% sotto i colpi della guerra commerciale, mentre altri parlano addirittura di una recessione incipiente.
Ma come si è toccato quel 12%? Negli anni la Cina ha investito pesantemente in asset fissi (autostrade, ponti, ecc.), trascinando la catena del valore secondo logiche non di mercato, per cui si forniva l’offerta anticipando una domanda che, semplicemente, ci si aspettava crescesse in seguito. Se l’economia dava segni di debolezza, il Governo poteva ordinare alle banche di facilitare l’accesso al credito per le imprese di Stato, mettendo in moto l’industria e gonfiando il PIL, a volte facendo leva sui privati per far rientrare gli istituti di credito – ad esempio, campagne di Stato incoraggiavano i cittadini ad accendere mutui per acquistare immobili. Questo sistema ha generato bolle speculative e un ingente debito privato, favorendo lo sviluppo di un mercato del debito sotterraneo e sregolato. Ben inteso, le bolle degli asset fissi non hanno il potere di mandare il Dragone in default, e la leadership cinese ha compreso che queste leve non sono più utilizzabili.
Anche OBOR è parte di questa stessa strategia, mettendo in sicurezza gli approdi della Silk Railway e della String of Pearls, e continuando la tradizione di investimento infrastrutturale nei Paesi emergenti che ha originato la narrativa della debt trap, pur senza rappresentare una perfetta sostituzione delle policy di cui sopra. Inoltre l’investimento cinese crea dubbi e proteste in alcuni Paesi di OBOR, ma anche nel dibattito politico domestico, che vede i cinesi preoccupati del peso che la mole di crediti esercita sull’economia del Paese. In parole povere: la Cina deve costruire molto meno, e il PIL non può che soffrirne. Il dragone ha un bisogno fisiologico di contrazione della crescita, che avverrà con o senza trade war.

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Fig. 2 – Pronte per l’esportazione: nuove automobili vengono caricate su una nave nel porto di Lianyungang

LA CRESCITA SOSTENIBILE DI PECHINO SI BASA SULLE PMI

In una recente lettera alle PMI cinesi, Xi ha promesso di creare un ambiente più adatto allo sviluppo dell’impresa medio-piccola, tramite sgravi fiscali e politiche di supporto: il messaggio riflette la necessità di una crescita sostenibile. Per Pechino si tratta di un momento molto delicato, dovendo accelerare il più possibile la creazione di un ecosistema che favorisca nettamente l’iniziativa privata spontanea, in un contesto assuefatto alla pianificazione e al traino dell’apparato statale, al quale sono legate anche diverse storie di successo di privati cittadini. Per la Cina è giunto il momento di fare di necessità virtù, “snellendosi” per fare a gara con Washington sul numero di innovators e early adopters di oggi e domani. La leadership cinese appare dunque conscia della necessità di un cambio di rotta per risanare l’economia, ed è razionale aspettarsi che le politiche a sostegno delle PMI, orientate ad abbassare i business cost, potranno sortire un buon effetto in combinazione con il piano industriale Made In China 2025, prevedendo molte meno imprese di stato coinvolte, ma quelle poche sempre situate nell’upstream dei settori strategici, in modo da mantenere il controllo dell’economia.
Il mondo intero paventa una recessione cinese perché Pechino influenza i prezzi globali degli asset, i tassi d’interesse e le economie di molti Paesi emergenti, ma il Dragone sembra solo rallentare per prendere fiato, preparandosi a un nuovo round di capitalismo con caratteristiche cinesi. Eppure le nuove policy implicano deficit pubblico, e non si può escludere che, giocoforza, gli investitori nei titoli cinesi finiscano per farsi più internazionali, diversificando rischi e interessi in maniera più simile ai modelli economici occidentali.

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Fig. 3 – La sede parigina del colosso delle telecomunicazioni Huawei, al centro di forti tensioni tra Pechino e i Governi occidentali

IL “MONDO ASIATICO” E IL “MONDO OCCIDENTALE”

Il focus sulle PMI non comporterà un adeguamento di Pechino agli standard normativi del capitalismo occidentale, anzi, è bene abbandonare una volta per tutte l’idea che la Cina diventerà un’economia di mercato nella forma in cui oggi la intendiamo. Rinunciare ai vantaggi di un’applicazione selettiva degli elementi di mercato non è un comportamento razionale per Pechino, a meno di non subire pressioni esterne insostenibili. Se un ipotetico accordo con gli USA potrebbe includere impegni in questo senso, la roadmap dovrebbe comunque snodarsi nel lungo periodo. Nel frattempo il decoupling procede, e più le due catene del valore si diversificano, più i concorrenti occidentali perdono leverage. Ad esempio, se da una parte l’esclusione dal network Five Eyes erode il mercato di Huawei, dall’altra la sfida a viso aperto apre a una maggior possibilità di consolidamento dei mercati restanti, particolarmente in Asia e Africa. Nel suo discorso, John Bolton raccoglie la sfida sull’Africa, ma la presenza americana sul continente ha un carattere diverso da quella cinese, che già si appresta a premere meno per nuove infrastrutture e più per nuovi investimenti industriali. Questa tendenza è confermata tanto dalla natura dei pacchetti d’investimento in ambito FOCAC (Forum On China-Africa Cooperation), decisamente orientati all’investimento sulle PMI, quanto dalla retorica del tour africano annuale del ministro degli Esteri Wang Yi, chiaramente focalizzata sull’impresa privata, piuttosto che sul tradizionale investimento in asset fissi.
Il presidente Trump ha compiuto delle scelte politiche imperniate sull’idea di sacrificare parzialmente la costosa pax americana e ritagliarne, almeno nel breve-medio periodo, vantaggi economici. Indietro non si torna. La recessione globale in arrivo – perlopiù fisiologica e in parte influenzata dalla Cina – lascerà spazio, una volta risolta, a un nuovo mondo. Anzi, due mondi: quello di Washington e quello di Pechino. Sarà interessante osservare come agiranno le Istituzioni europee, tra sussulti politici e crescita asimmetrica.

Federico Zamparelli

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Federico Zamparelli

Udinese per nascita e affinità calcistica, genovese nel cuore, cittadino del mondo anche se fa un pochino cliché. Ho studiato Scienze Diplomatiche al SID di Gorizia (Università di Trieste) e proseguito con una magistrale in Global Studies, in un programma di doppia laurea con la LUISS di Roma e la China Foreign Affairs University di Pechino. Ora frequento un corso intensivo di lingua e cultura cinese alla Tsinghua University di Pechino, perché proprio non riesco a resistere al fascino del “regno di mezzo”. Parlo correntemente inglese e francese, le mie aree di maggior interesse sono l’Africa e l’Asia – in particolare la Cina – e nel Caffè metto la mia passione per l’economia, l’high tech e le politiche energetiche.

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