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Il presidente sudsudanese Kiir ha comunicato ieri sera lo scioglimento immediato del Governo e la rimozione del vicepresidente, misure completamente inattese, ma da inserirsi nel percorso di costante inasprimento dei rapporti interetnici nel Paese. Tuttavia, il collasso di Juba potrebbe essere a un passo.

 

1. IL COLPO DI MANO – Il 23 luglio, con un atto del tutto inaspettato, il Presidente del Sudan del Sud, Salva Kiir, ha annunciato la rimozione dell’interno Governo, nonché del proprio vicepresidente, illustrando al contempo la riduzione del numero dei ministeri. Il capo di Stato è apparso in televisione per comunicare la decisione, giunta peraltro senza che i membri dell’esecutivo fossero stati preventivamente informati. Poco dopo il discorso di Kiir, l’esercito ha proceduto al blocco di Juba, sorvegliando l’accesso alla città e i maggiori edifici pubblici. Secondo gli ultimi aggiornamenti, la capitale sudsudanese si troverebbe come sospesa, avvolta in un manto d’incertezza, con negozi e uffici chiusi, attività interrotte e cittadini barricati in casa. Gli unici disordini sarebbero stati nel principale mercato di Juba, ma al momento non si hanno notizie né sulla dinamica degli scontri, né su un eventuale bilancio dei feriti.

 

2. FRAGILI EQUILIBRI – Per comprendere la misura straordinaria di Kiir è necessario sia compiere un passo indietro agli inizi dell’anno, sia considerare gli scontri intertribali da sempre presenti nel Paese, soprattutto nelle regioni nord-orientali. Nelle prime settimane del 2013, infatti, il Presidente aveva provveduto a una contestata riorganizzazione dei vertici delle Forze Armate, tramite la rimozione di un centinaio di ufficiali dell’Esercito. Tuttavia, è probabile che lo scopo reale del gesto sia stato la riduzione del potere dei membri dei Nuer del vicepresidente Machar, rivali dei Dinka, l’etnia di Kiir. Negli anni Novanta i due gruppi combatterono un sanguinoso conflitto, i cui echi sono riemersi anche durante la guerra contro Khartoum e tuttora si manifestano negli scontri per il controllo delle terre e delle risorse idriche. Per di più, lo stesso Machar, sostenuto da vari settori dell’opinione pubblica, stava mostrando un’intraprendenza sempre maggiore, arrivando a dichiararsi pronto per la corsa presidenziale del 2015. Proprio per restringere l’influenza del vicepresidente, Kiir aveva già ridotto i suoi poteri con un decreto in aprile. Lo scioglimento del Governo, pertanto, deve essere interpretata alla luce della volontà del Presidente sudsudanese di modificare gli equilibri ai vertici dello Stato, circoscrivendo il margine di manovra dei propri diretti avversari, anche tramite la limitazione della presenza nei posti di comando dei membri delle etnie rivali.

 

3. A UN PASSO DAL BARATRO – In un contesto analogo, gli esiti delle misure di Kiir potrebbe condurre a una degenerazione rapida della situazione. Rimuovendo Machar dalla carica, il Presidente del Sudan del Sud ha potenzialmente interrotto una linea di contatto con il Sudan, poiché l’esponente Nuer era un sostenitore del dialogo con la controparte – a volte in modo eccessivo, al punto da essere accusato durante la guerra contro Khartoum di connivenza con il nemico. Allo stesso modo, Kiir ha allontanato dal Governo anche Amum, segretario del principale partito di maggioranza, il Sudan People’s Liberation Movement. Il Paese sta attraversando un momento drammatico: il contenzioso con Khartoum ha ripreso vigore proprio poche settimane fa, con forti tensioni nel distretto petrolifero conteso di Abyei e reciproche accuse di sostegno a gruppi di insorti rispettivamente nel Sud Kordofan (Sudan) e nello Stato di Jonglei (Sud Sudan). Il tutto mentre continuano le violenze tra Nuer e Dinka, che in alcune regioni stanno causando una vera catastrofe umanitaria. Il Sudan del Sud è ormai considerato tra i principali candidati a divenire formalmente uno Stato fallito: le misure straordinarie e radicali del presidente Kiir non favoriscono certo la coesione del Paese.

 

Beniamino Franceschini

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