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In 3 sorsi – Le speranze che al-Asad possa essere deposto una volta terminata la guerra sembrano essere sfumate. Ora il problema maggiore è quello riguardante la ricostruzione del Paese, che Bashar potrebbe usare come strumento per la propria riabilitazione in ambito internazionale.

1. LA RICOSTRUZIONE IN SIRIA, ATTORI REGIONALI E INTERNAZIONALI COINVOLTI

Malgrado vi siano ancora considerevoli porzioni di territorio siriano fuori dalla morsa del regime di al-Asad, è ormai cosa nota che Bashar non verrà sostituito una volta conclusasi la carneficina in Siria. Come spesso accade, quando una guerra sta per volgere al termine un ingente numero di attori internazionali e regionali cerca di avventarsi sul processo di ricostruzione post-bellico, e la Siria ha un disperato bisogno di ricostruzione. Ad ogni modo, i due alleati che hanno permesso ad al-Asad di avere la meglio sulle forze jihadiste e ribelli, Russia e Iran, non sembrano essere intenzionati a farsi carico del processo di ricostruzione delle varie città e infrastrutture che loro stessi hanno contribuito a distruggere. Bashar ha potuto contare sull’appoggio di Mosca e Tehran per vincere la guerra, ma, e proprio a causa delle ingenti risorse spese da Russia e Iran per garantire che al-Asad rimanesse al potere, egli sarà costretto a guardare altrove per ottenere i fondi necessari per ricostruire il Paese. Tra le potenze in prima linea vi è sicuramente la Cina che, desiderosa di sfruttare al massimo la “Nuova Via della Seta”, ha già accettato di fornire alla Siria 2 miliardi per la ricostruzione, che vanno ad aggiungersi ai 23 destinati all’intera area mediorientale. A livello regionale, invece, i Paesi del Golfo stanno cominciando a reinstaurare relazioni cordiali con Damasco in vista delle opportunità che il processo di ricostruzione potrebbe offrire, anche a seguito della riapertura del valico Nassib tra Giordania e Siria, che rappresenta uno sbocco commerciale molto importante verso il Golfo.

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Fig. 1 – Il valico Nassib tra Giordania e Siria, recentemente riaperto

2. I COSTI DELLA RICOSTRUZIONE E LA NECESSITÀ DI AIUTI OCCIDENTALI

A novembre dello scorso anno, l’ex inviato speciale delle Nazioni Unite in Siria, Staffan de Mistura, ha annunciato che il costo per la ricostruzione si aggira attorno ai 250 miliardi di dollari, ma in molti sostengono che questa cifra sia fin troppo ottimistica. Come emerso nel paragrafo precedente, le promesse fatte al Governo di al-Asad dai pochi attori intenzionati a farsi carico (almeno in parte) della ricostruzione non sono nemmeno lontanamente paragonabili alle stime dell’ONU riguardo ai fondi necessari per avviare tale processo. La stessa Russia ha recentemente tentato di convincere le potenze occidentali a contribuire al costo per ricostruire la Siria, ma gli Stati Uniti e gran parte dei Paesi dell’Unione Europea considerano la deposizione di al-Asad come una conditio sine qua non per garantire il sostegno occidentale alla riabilitazione del Paese. Dal canto suo, Bashar non è pienamente convinto di permettere a investitori occidentali di mettere le mani sul processo di ricostruzione, temendo che questi possano minare il suo regime dall’interno e riuscire a ribaltarlo. L’obiettivo di al-Asad è quello di assicurarsi che la sua famiglia, nonché la minoranza alawita fedele al regime, riesca ad accaparrarsi il titolo di “azionista di maggioranza” nella ricostruzione del Paese, in modo tale da plasmare la futura Siria a seconda delle loro necessità. A rigor del vero Bashar al-Asad ha già cominciato a porre le basi affinché ciò avvenga tramite mirate politiche di pulizia etnica, che hanno reso la popolazione siriana “più omogenea” e che potrebbero portare a una distribuzione poco equa delle risorse finalizzate alla ricostruzione post-bellica.

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Fig. 2 – Bashar al-Asad in un’intervista del 2016

3. LA RIABILITAZIONE DI AL-ASAD: IL PROCESSO DI RICOSTRUZIONE COME ARMA

La posizione di al-Asad di fronte ai suoi omologhi regionali sembra essere destinata a migliorare e, eventualmente, a ritornare alla situazione pre-2011. I primi segnali del possibile processo di normalizzazione delle relazioni con Bashar si sono visti verso la fine del 2018, quando il presidente sudanese Omar al-Bashir ha visitato la Siria e incontrato al-Asad, e in seguito all’annuncio da parte degli Emirati Arabi di voler riaprire la propria ambasciata a Damasco. Uno degli argomenti più discussi in questo periodo riguarda la possibilità di invitare al-Asad al summit della Lega Araba previsto per marzo a Tunisi e, così facendo, riconoscere la sua vittoria, nonché la sua permanenza a capo del regime siriano. Un altro elemento che il dittatore siriano potrà sfruttare nel tentativo di riacquistare la fiducia degli Stati arabi è sicuramente il possibile ritorno di molti rifugiati attirati dal prospetto della ricostruzione. A questo proposito sia il Libano che la Giordania si sono progressivamente avvicinati a Mosca per facilitare il rimpatrio dei profughi senza necessariamente aspettare il via libera dell’ONU. Come anticipato, in linea di massima, l’Unione Europea continua a sostenere la necessità di deporre al-Asad per poter dar vita a una transizione politica democratica in Siria. Nonostante ciò, qualora il processo di stabilizzazione interna in Siria aprisse le porte a un ritorno dei profughi, anche i Paesi europei potrebbero chiudere un occhio di fronte alle efferatezze commesse da al-Asad negli anni e partecipare alla ricostruzione del Paese. Se così fosse, l’Europa cadrebbe nella trappola di al-Asad, che riuscirebbe in un colpo solo a riabilitarsi di fronte all’Unione Europea e a ricevere i fondi necessari per ricostruire la Siria.

Emanuele Mainetti

Immagine di copertina: rovine nella città vecchia di Aleppo. Hasan Blal. Fonte: Flickr

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Emanuele Mainetti

Nato ad Angera nel 1994, ho conseguito una laurea triennale in Lingue e Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e un Master in Middle Eastern Studies al King’s College London. Durante i miei studi triennali ho maturato una profonda passione per il mondo arabo, la politica, la cultura e (ahimè) la lingua. Prima di cominciare il Master, ho trascorso cinque mesi in Giordania seguendo un corso intensivo di dialetto levantino e arabo standard. Sono particolarmente interessato alle dinamiche socio-politiche e alle relazioni internazionali nel Levante Arabo, con un occhio di riguardo per il Libano. Ho scritto la mia tesi magistrale sul processo di democratizzazione nel Libano post-Ta’if, per la quale ho condotto circa 20 interviste con membri della società civile libanese. Progetti per il futuro? Vorrei riuscire ad iscrivermi ad un corso di dottorato, Inshallah.