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    Egitto: che fine ha fatto Morsi?

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    L’Egitto torna a infiammarsi: quattro manifestanti sono morti ieri negli scontri tra le opposte fazioni in piazza Tahrir, con la Fratellanza Musulmana che ha invitato ad assediare l’ambasciata statunitense. Nel frattempo, la famiglia di Morsi ha invocato la liberazione del Presidente destituito, tenuto da venti giorni in stato di fermo in una località non precisata e senza contatti con l’esterno, una richiesta condivisa anche dall’Unione Europea.

     

    1. NUOVE VIOLENZE – A due settimane dalla nomina a Primo Ministro di el-Beblawi, in Egitto la situazione resta incandescente. Nella giornata di ieri, durante intensi scontri in piazza Tahrir tra i sostenitori di Morsi e quelli del Governo, sono morte quattro persone. Secondo una prima ricostruzione, le violenze sarebbero esplose appena i manifestanti a favore del Presidente destituito hanno tentato di accedere alla piazza, occupata dagli avversari. I sostenitori di Morsi erano in movimento verso l’ambasciata statunitense, poiché, nelle ore precedenti, i vertici della Fratellaza Musulmana avevano invitato gli egiziani a protestare attivamente contro le ingerenze di Washington in favore dell’azione dell’esercito. In particolare, è stato el-Erian, vice-presidente del Partito Libertà e Giustizia (il ramo politico della Fratellanza), a parlare apertamente di «assedio delle ambasciate fino alla loro chiusura», auspicando l’espulsione della rappresentanza diplomatica degli Stati Uniti dal Paese.

     

    2. «LIBERATE MORSI» – Tuttavia, a ispirare le proteste sono state anche le parole dei familiari di Morsi, i quali hanno annunciato l’intenzione di presentare una denuncia contro l’Esercito –  in particolare contro al-Sissi – per sequestro di persona, poiché il Presidente destituito si trova trattenuto in una struttura non precisata (forse presso il quartier generale della Guardia Repubblicana) da circa venti giorni, senza alcuna possibilità di contatto con l’esterno, nemmeno con i parenti più stretti. La dichiarazione della famiglia di Morsi è giunta pressoché in contemporanea con una posizione analoga da parte dell’Unione Europea. I ministri degli Esteri riuniti a Bruxelles, infatti, hanno chiesto il rilascio di Morsi e l’avvio di «un processo di trasformazione democratico e inclusivo, che comprenda elezioni da tenersi il prima possibile».

     

    3. ANCORA SANGUE NEL SINAI – Resta complessa – e preoccupante – anche la situazione nel Sinai: nella notte tra il 21 e il 22 luglio, gruppi di miliziani islamisti hanno assaltato numerosi edifici e posti di blocco delle forze di sicurezza egiziane a el-Arish e a Rafah, causando almeno sei morti, compresi due civili. Sebbene la Penisola sia da lungo periodo una roccaforte privilegiata per formazioni dell’Islam combattente e per organizzazioni criminali (tre le quali il confine è spesso labile), dalla destituzione di Morsi la situazione sta divenendo sempre più delicata, tanto che non è escluso che nel Sinai si stiano costituendo gruppi jihadisti aventi lo specifico scopo di agire in Egitto. Nelle settimane scorse, Israele aveva acconsentito a una deroga degli accordi di demilitarizzazione della regione, permettendo lo schieramento da parte dell’Esercito egiziano di due divisioni, di alcuni carri armati e di quattro elicotteri “Apache”.

     

    Beniamino Franceschini

    Beniamino Franceschini
    Beniamino Franceschini

    Classe 1986, vivo sulla Costa degli Etruschi, in Toscana. Laureato in Studi Internazionali e dottorando di ricerca in Scienze Politiche all’Università di Pisa, sono specializzato in geopolitica e marketing elettorale. Mi occupo come libero professionista di analisi politica (con focus sull’Africa subsahariana), formazione e consulenza aziendale. Sono vicepresidente del Caffè Geopolitico e collaboro al coordinamento del desk Africa. Ho un gatto bianco e rosso chiamato Garibaldi.

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