Puoi leggerlo in 3 min.

In 3 sorsi– La Monarchia giordana si colloca ai primi posti su scala regionale a livello di intelligence e di sicurezza. Come dunque il Regno sta riuscendo a restare stabile nonostante tutte le minacce subite negli ultimi decenni?

1. LIVELLO DI INTELLIGENCE MILITARE

Il Regno Hashemita di Giordania, contrariamente a quanto si possa pensare, fin dagli anni Novanga ha dovuto combattere l’estremismo violento interno. Il movimento salafita jihadista è emerso infatti circa trent’anni fa e, nonostante le diverse sfumature con il quale è evoluto, è la madre pensante di quello che comunemente viene denominato terrorismo jihadista.
La genesi degli attacchi più eclatanti nel Paese ha origine con il cosiddetto9/11 Giordano, ovvero il 9 Novembre 2005, quando tre hotel di lusso nel centro di Amman furono attaccati da tre attentatori suicidi, causando la morte di 60 persone e più di 200 feriti. Le vittime erano in maggioranza cittadini giordani, come la mente dell’attacco: Abu Musab Al-Zarqawi. Prima di questo episodio i tentativi erano stati innumerevoli e grazie al già elevato livello di addestramento militare il Paese era riuscito a difendersi brillantemente.
La reazione da parte del Re fu immediata e forte. In primis l’attivazione di un apparato legislativo ad hoc volto all’approvazione di una legge anti-terrorismo. Secondariamente la creazione di una corte dedicata a seguire i casi di estremismo e terrorismo (State Security Court). I provvedimenti hanno avuto modo di coinvolgere anche la società civile, con training massicci con il personale di hotel, ristoranti, banche e anche con i turisti presenti. Vennero inoltre installati a tappeto metal detector e sistemi di sorveglianza elettronica. A questo sono seguiti una serie di rafforzamenti a livello di intelligence, con cooperazioni sempre più forti con potenze regionali e internazionali. L’aiuto degli Stati Uniti a riguardo non può essere sottovalutato.
Le operazioni di counterterrorism in Giordania sono affidate alle Jordanian Special Operation Forces, al General Intelligence Directorate (GID), al Public Security Directorate (PSD) e alla Gendarmerie. Tutti i reparti lavorano insieme sinergicamente per securitizzare le minacce interne ed esterne.

Fig.1 – Sergente del comando dell’esercito Magg. William Woods (a sinistra) con il Senior Leader della Giordania (a destra) durante una visita delle truppe americane nel Regno Hashemita di Giordania, il 27 novembre 2016 | Fonte: Flickr
2. PREVENZIONE SOCIALE DALL’ ESTREMISMO VIOLENTO E LE NUOVE GENERAZIONI

La strategia nazionale contro l’estremismo violento è stata realizzata nel 2014 ed è divisa in tre sezioni: prevenzione, sicurezza e recupero. Per prevenzione si intende agire nello spazio che c’è tra un estremista e un terrorista, tentando di prevenire l’escalation dall’ideologico al fattuale. La sicurezza è costituita dall’apparato militare e di intelligence, mentre il recupero riguarda foreign fighters di ritorno e detenuti.
Nonostante sia considerata baluardo di stabilità, la piccola Monarchia dal 2011 ha contribuito con con un numero stimato tra i 2mila e i 4mila foreign fighters diretti in Siria e Iraq. Ovviamente a questo fenomeno è stata data una risposta militare, ma è indubbio che ci siano delle ragioni intrinseche nel tessuto sociale giordano che hanno portato a questo coinvolgimento massiccio. L’estremismo infatti attira spesso i giovani, con le motivazioni più diverse. La radicalizzazione e la scelta di combattere per una milizia o per l’altra vede un percorso individuale e personale del soggetto, ma tendenzialmente si può dire che in molti casi risulta una delle face della medaglia della crisi economica che ormai imperversa nel Paese da più di 10 anni. Le serie conseguenze sociali che essa comporta sono molteplici, tra le quali lo svilimento familiare a causa della disoccupazione (nel 2018 registrata al 18,7%) e l’incapacità di provvedere al proprio futuro sposandosi e diventando indipendenti. Ad aggravare la frustrazione vi è anche il fatto che molti dei giordani disoccupati sono laureati. Iniziative di youth empowerment e tentativi di riformare il sistema scolastico per le nuove generazioni sono state tra le iniziative proposte da ONG e Governo, ma ad oggi pare che il lavoro sia vago e poco efficiente.

Eager Lion 2014_140529-M-HZ646-185
Fig.2 – Un’immagine di “Eager Lion 2014” delle Jordanian Special Operation Forces, un’esercitazione progettata a livello multinazionale per rafforzare le relazioni militari, aumentare l’inter-operabilità tra le nazioni partner e migliorare la sicurezza regionale | Fonte:Flickr
3. RECUPERO DI SOGGETTI RADICALIZZATI, FOREIGN FIGHTERS DI RITORNO E POLITICA NELLE CARCERI

Per quanto riguarda dunque la terza fase di Prevention and Counter Violent Extremism (P-CVE) si può dire con tranquillità che il recupero è a un livello disastroso.
Ciò è dovuto in primis alla visione improduttiva del detenuto come persona da punire e non da recuperare. Il che si concretizza in abusi e torture quotidiane sui carcerati da parte delle Autorità, che non fanno altro che esacerbare l’idea di takfir che il soggetto già ha rispetto al sistema. Il sistema di detenzione è considerato come una garanzia di successo per l’evoluzione da estremismo a vero e proprio terrorismo.
Tra i foreign fighters di ritorno invece si stima che 250 siano riusciti a ritornare nel Paese. A questi se ne aggiungono altri 900 che si crede siano ancora tra Siria e Iraq.
Mentre coloro che sono rientrati entro il 2012 non sono stati incarcerati, per coloro rientrati dal 2014 in poi l’iter prevede un minimo di 3-5 mesi per l’investigazione circa le attività passate dei soggetti. Anche per i returnees, tornati nelle loro abitazioni la situazione non è delle migliori. I soggetti vengono marginalizzati dalla loro stessa comunità per paura di ritorsioni e per sfiducia, e a volte anche dagli stessi parenti, vivendo una pesante e improduttiva situazione di ostracismo che spesso ricade anche sulle intere famiglie.
In merito il Governo non sembra dare una risposta. La linea politica è tanto eliminare coloro che tentano di rientrare nel Paese, quanto ignorare il problema di coloro che sono già rientrati.

Giulia Macario

Immagine di copertina: Bandiera del Regno di Giordania, Flickr

Print Friendly, PDF & Email
Giulia Macario

Sono nata in Italia, attualmente vivo ad Amman dove ho lavorato come come ricercatrice e tirocinante presso “Arab Institute for Security Studies” (ACSIS) mentre ora studio arabo. Ho conseguito da poco il Master in Middle Eastern Studies (MIMES) offerto dall’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali a Milano con una tesi (felicissima) intitolata “WMD, al-Qa’ida and the Hashemite Kingdom of Jordan: response to Violent Extremism” dove ho analizzato la Giordania come caso studio nella difesa attuata contro l’estremismo violento, sia dal punto di vista strategico militare che dal punto di vista della contro-narrativa e prevenzione. Precedentemente ho conseguito la laurea in Studi Internazionali all’ Università di Trento con una tesi (sempre felicissima) intitolata “I media nella galassia jihadista: Analisi e comparazione dei magazines di al-Qa ‘ida e delle Stato Islamico” volta a sottolineare le differenze ideologiche e le tattiche di comunicazione utilizzate dalle due organizzazioni. Mi interesso principalmente di movimenti salafiti-jihadisti, islam politico con una particolare attenzione alla prevenzione e alla lotta contro l’estremismo violento e il terrorismo.