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  • Le relazioni dell’Italia con Francia e Germania sembrano deteriorarsi per via delle differenti vedute sulla gestione interna ed europea dei principali temi economici.
  • L’Italia reclama da tempo un rapporto paritetico tra Roma, Parigi e Berlino. Ma la mancanza di visione di lungo periodo unita alla cattiva gestione economica rende l’Italia debole ed inaffidabile agli occhi di partner che, al contrario, hanno linee di azione politica che trascendono il singolo governo.
  • La demografia è un argomento ampiamente sottostimato, ma che ha un grande impatto sul margine di manovra di ciascuno Stato. Tema sfruttabile solo nella pianificazione di lungo periodo.

ECONOMIA E DEMOGRAFIA IN FRANCIA E GERMANIA

Secondo le previsioni della Commissione Europea per il lungo periodo, tra il 2050 e il 2060 la popolazione francese e quella tedesca si uguaglieranno. La Francia non ha problemi demografici e la sua popolazione continuerà ad espandersi fino a circa 77 milioni di persone, mentre la popolazione tedesca si contrarrà progressivamente attestandosi sui 79 milioni di individui nel 2070, con sorpasso della Francia dal 2080. Dal punto di vista economico, non è previsto alcun “boom” per l’economia francese, ma un’espansione lineare pressoché proporzionata all’aumento di popolazione. Insomma, niente di impressionante, ma il Paese crescerà su tutti gli indicatori, perlomeno in prospettiva. Il dato più succulento per Parigi è che ci si attende che il PIL francese e quello tedesco si eguaglieranno anche prima del 2050, dunque la crescita demografica francese è sostenuta anche da una maggiore produttività.  Al contrario, l’invecchiamento progressivo della popolazione tedesca implicherà una riduzione delle ore lavorate complessivamente e la crescita della spesa per le pensioni. Pertanto, la crescita tedesca è destinata a ridursi, e ciò spiega anche la riluttanza tedesca a fare spese allegre al momento. È come se l’intero Paese stesse “risparmiando per la pensione”.

Alcuni economisti, facendo le usuali comparazioni, fanno notare che la ricchezza tedesca è spesso legata alla produzione, quella francese alle persone. In effetti, la Francia è tra i Paesi che attirano più capitale d’investimento in Europa nonostante il costo del lavoro sia altissimo, comparabile a quello italiano, e la tassazione per le imprese elevata. Questo paradosso è dovuto al fatto che, in effetti, la Francia non manca di personale altamente qualificato in tutti i settori, dall’agricoltura alla ricerca, dall’industria ai servizi.

Diversamente, la Germania continuerà il suo percorso all’insegna della competitività per compensare la mancanza di espansione demografica con margini di profitto più grandi possibili per le proprie aziende, indispensabili per sostenere l’invecchiamento progressivo della popolazione (qualcuno fa ironia sul fatto che i tedeschi abbiano deciso di “spegnersi serenamente” nel lunghissimo periodo, ma che vogliano passare una buona vecchiaia).

Ovviamente per i sempre ambiziosi francesi il “pareggio” con la Germania è roba da leccarsi i baffi, ma non è detto che ciò sia bene per l’Europa. Difatti la scelta tedesca basata su un modello così introspettivo significherebbe la tendenza a piani sempre meno ambiziosi fuori dai propri confini nazionali, con l’impatto negativo che ciò può avere per l’UE. Insomma, Parigi continua sulla strada delle ambizioni, spesso ampiamente superiori a ciò cui potrebbe aspirare realmente, ma a quanto pare funziona, perché trascina comunque il Paese verso rotte positive. Berlino invece non ne vuole proprio sapere di essere tra i trend maker nel mondo, ma può comunque godersi i frutti di decenni di duro lavoro.

È fondamentale tener presente che il trend delineato viene calcolato a “bocce ferme”, ovvero è la fotografia futura in funzione di ciò che è possibile conoscere oggi. Ciò che abbiamo descritto non è dunque un “destino inesorabile” ma la tendenza a parità di condizioni. A che serve, allora? La fotografia serve ai Governi a prendere decisioni nel lungo periodo. Per esempio, tenuta presente questa previsione, l’esecutivo guidato da Macron non ha intenzione di accontentarsi della crescita moderata e costante, ma vorrebbe maggiore competitività ed una crescita sostenuta. Non è detto che riesca, considerando anche le forti contestazioni di alcune misure economiche, ma nell’operato del Governo traspare la consapevolezza del trend che abbiamo descritto e la decisione politica conseguente. Analogamente, il Governo tedesco potrebbe non volersi rassegnare al destino descritto e, per esempio, tentare di invertire il trend attirando lavoratori qualificati, cambiando il proprio atteggiamento sull’immigrazione o proponendo nuove politiche per la famiglia. Per fare un esempio concreto, è quanto accaduto sul recente Trattato di Aquisgrana, per la parte riguardante la gestione delle regioni di confine tra Francia e Germania. A dispetto del Trattato dell’Eliseo, ci si è accorti che da parte tedesca non avveniva il previsto insegnamento della lingua francese nelle zone di confine e che i documenti venivano redatti solo in tedesco. Il nuovo trattato rispolvera il progetto del bilinguismo nelle aree interessate e propone l’armonizzazione delle rispettive amministrazioni. Probabilmente, questo si tradurrà in un consistente flusso di cittadini francesi che andranno a lavorare in Germania. Dunque, soddisfazione per Berlino, che in quelle regioni ringiovanisce la forza lavoro con cittadini europei, ben qualificati e ben integrati (e quindi con nessuno sforzo economico) e soddisfazione per Parigi, che offre nuove opportunità di impiego a beneficio della riduzione del tasso di disoccupazione francese, che seppur in calo rimane al 9% circa. Per concludere, dietro le decisioni prese dai Governi tedesco e francese si legge spesso la volontà di modificare in meglio i trend di lungo periodo, previa presa di coscienza (e spesso a prescindere dal colore politico dei governi).

Fig. 1: evoluzione demografica (dati Eurostat)

ECONOMIA E DEMOGRAFIA IN ITALIA

Prendendo lo stesso periodo di riferimento, la popolazione italiana ha già cominciato a contrarsi. La proiezione per il periodo di riferimento è di circa 55 milioni di individui nel 2070. Contestualmente, l’aspettativa di vita supera gli 85 anni, con riduzione della popolazione attiva ed un impegno costante del 15% del PIL in spesa pensionistica, in leggera crescita fino al 16% nel 2045 (sempre secondo le proiezioni Eurostat). Secondo l’OCSE, l’economia italiana crescerà di appena 0.9% nel 2019 e nel 2020, e il FMI che prospetta una crescita dello 0.8% negli anni successivi, fino al 2023. Più ottimistica l’UE, che fino a novembre 2018 stimava la crescita italiana a 1,2% nel 2019 e 1,3% nel 2020. Tuttavia, alla luce dei dati preoccupanti sugli ultimi due trimestri del 2018, che hanno certificato un arresto dell’economia italiana, tanto da indurre lo stesso Governo italiano ad abbassare le proprie previsioni di crescita dall’1,5% all,1% (cifre giudicate comunque molto ottimistiche da tutti gli organismi indipendenti), è scontato che la performance dell’Italia sarà decisamente peggiore – come confermato dalle recenti dichiarazioni di Giuseppe Conte e Giovanni Tria. Dunque, con una crescita così debole o con una recessione, non c’è molto margine per grandi manovre. Per migliorare la situazione si potrebbe optare per un modello vicino a quello tedesco, dunque aumentando la produttività collettiva e individuale in modo che ciascun individuo produca più ricchezza, oppure provare ad imitare il modello francese stimolando la crescita demografica e quindi aumentando la popolazione attiva. Chiaramente, anche altri approcci misti o innovativi sono possibili, ma le stringhe entro le quali ci si può muovere sono date e limitate. In pratica, se il governo italiano fosse consapevole delle dinamiche generali, ci si aspetterebbe una grande enfasi sulla qualità del sistema scolastico e universitario, sui grandi progetti di innovazione tecnologica e sulla ricerca di base e avanzata. A corredo, ci si aspetterebbero anche politiche sociali che incoraggino l’immigrazione in Italia di personale altamente qualificato (a qualunque livello, dall’operaio specializzato al ricercatore) e politiche per la famiglia. Anche le politiche migratorie, per la situazione attuale, dovrebbero andare in direzione opposta a quella attuale. Ciò che l’Italia non può assolutamente permettersi è invece la spesa improduttiva, l’appesantimento del sistema pensionistico, e il pagamento di forti interessi sul debito (che privano di capitali per investimento). Tirando le somme, i governi italiani (non è una novità, anzi, l’attuale governo è in perfetta linea con i precedenti) tendono a guardare al breve e brevissimo periodo, senza considerare il quadro di lungo periodo pressoché in tutti i campi. Pertanto, nel momento in cui ci si coordina con la Francia, con la Germania, o con entrambe, siamo spesso strutturalmente diversi nel modo di ragionare e di decidere. Senza entrare nel merito, questo metodo tende a renderci disomogenei in termini di esigenze ed obiettivi. Ancora peggio, confermare i trend economici di lungo periodo prolungando lo status quo mentre Paesi come la Francia e la Germania cercano di invertirli ci farebbe diventare sempre più piccoli rispetto a loro se questi dovessero, invece, riuscire nell’intento.


Fig. 2 – Stime del FMI prima dell’annuncio della recessione economica

Fig. 3 – La crescita delle aspettative di vita (dati Eurostat)

OBIETTIVI

  • Tenere presente i trend di lungo periodo nell’interfacciarsi con gli altri Paesi europei, specialmente Francia e Germania. Questo aiuterebbe l’Italia a parlare la loro stessa lingua.
  • Concentrarsi su politiche più adeguate a promuovere la crescita. Crescere è indispensabile per conservare le stesse proporzioni demografiche ed economiche nei confronti di Francia e Germania. Altrimenti si diventerà ancora più piccoli e dunque meno rilevanti.
  • Utilizzare come metodo di misura il miglior interesse del maggior numero possibile di cittadini e non soltanto quello della conquista dell’elettorato.
  • Stimolare la crescita culturale e tecnologica del Paese per supplire alla quantità con l’alta qualità dell’output economico.

Marco Giulio Barone

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