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In breve

  • Elezioni europee e rinnovo della Commissione saranno al centro dei rapporti tra Italia e UE nel 2019, ma non è escluso che in autunno si ripeta il braccio di ferro sulla manovra.
  • I rapporti di Roma con Parigi e Berlino (e Mosca) condizioneranno quelli con Bruxelles.
  • L’euroscetticismo italiano è destinato a restare.

Un 2019 tra elezioni, diplomazia e rinnovo delle Istituzioni Europee

Il 2019 si annuncia come un anno molto importante per i rapporti tra Italia e Unione Europea. Innanzitutto, perché tra il 23 e 26 maggio si svolgeranno le elezioni europee, che rinnoveranno il Parlamento Europeo e porteranno, nel giro di alcuni mesi, a una nuova Commissione. Ma anche perché si attende di capire come evolverà la politica europea del governo italiano formatosi nella scorsa primavera, il primo esecutivo nazionale ad essere apertamente euroscettico (con sfumature antieuropeiste) nella storia del nostro Paese. Inoltre, bisognerà capire come procederanno le relazioni tra Roma e le due capitali più importanti d’Europa: Parigi e Berlino. Teoricamente estranee alla materia, i rapporti italo-francesi e italo-tedeschi rivestono in realtà una grande importanza pratica nel legame tra il nostro Paese e l’Unione Europea. Infine, il cambio della guardia al vertice della Banca Centrale Europea comporterà l’uscita dall’Eurotower (dopo 8 anni) di Mario Draghi, forse la figura italiana più importante ad avere rivestito incarichi europei dal 1957 ad oggi. La sua successione sarà cruciale per capire in che direzione si muoverà la politica economica europea.

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Fig. 1 – Mario Draghi è in uscita dalla BCE

La disputa sulla manovra e i suoi strascichi

La partita più importante del 2018 tra Roma e Bruxelles è stata, non sorprendentemente, la manovra economica. Le tensioni tra Governo italiano e Commissione Europea, iniziate alla fine dell’estate e culminate in un braccio di ferro durato per tutto l’autunno, hanno pochi precedenti nella storia dei rapporti tra l’UE e il nostro Paese. Certo, anche in passato la presentazione della legge di Bilancio ha spesso comportato frizioni, ma mai così lunghe e drammatiche. Il compromesso tra Roma e Bruxelles ha evitato la possibile apertura di una procedura di infrazione e la Commissione ha dato l’impressione di essere riuscita a “piegare” l’esecutivo italiano (il deficit del nostro Paese si dovrebbe attestare al 2,04% del PIL), ma la sensazione è che i partiti di maggioranza abbiano ceduto solo nella speranza di rimandare il confronto al 2019, contando su un eventuale ammorbidimento delle posizioni della Commissione in seguito a un’auspicata (ma del tutto da verificare) “ondata populista”. Insomma, Lega e Movimento 5 Stelle confidano in una sorta di “4 marzo europeo” per spazzare via la “vecchia politica” anche dagli ingranaggi della macchina comunitaria.

Le elezioni europee e le posizioni dei partiti di maggioranza

Un altro elemento che rende estremamente interessanti, almeno dal punto di vista italiano, le elezioni europee della prossima primavera è il fatto che nessuno dei due partiti della maggioranza (largamente favoriti nei sondaggi politici italiani) appartenga a una “famiglia” partitica europea ben definita. Entrambi, Lega e Movimento 5 Stelle, siedono in gruppi “populisti” abbastanza recenti, poco compatti e piuttosto marginalizzati nei palazzi di Bruxelles e Strasburgo. In parte, si tratta di un retaggio dell’epoca politica precedente (soprattutto per la Lega, che, alle scorse elezioni europee, ottenne appena il 6%). In parte, e qui è il caso dei 5 Stelle, è la conseguenza di una certa ostilità verso le famiglie politiche tradizionali e verso la classica distinzione destra-sinistra.

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Fig. 2 – Non sarà un anno facile per Emmanuel Macron

I rapporti con la Francia rimarranno tesi

Sempre il voto di maggio sarà l’occasione per fare un primo bilancio di una delle contese politiche europee più laceranti del 2018: quella tra il Presidente francese Emmanuel Macron e i “populisti italiani”. I rapporti con la Francia sono infatti peggiorati nel corso del 2018, confermando un trend iniziato nella primavera del 2017, con l’elezione di Macron all’Eliseo. Già in quell’anno, infatti, il governo italiano si era scontrato con Parigi, nonostante la teorica vicinanza politica alle idee del neo-Presidente francese. Nessuna sorpresa, quindi, che le relazioni si siano ulteriormente deteriorate con l’entrata in carica del governo Conte. Immigrazione e Libia sono stati e sono i temi più caldi. La disputa, tuttavia, è diventata meno “tecnica” e molto più “politica”. Lo dimostrano i commenti poco diplomatici di alti esponenti del governo italiano sui gilet gialli o le dure affermazioni di Macron sul populismo che contagia i Paesi del continente “come una lebbra”. Insomma, Roma e Parigi (o, meglio, i rispettivi vertici politici) vedono l’altro come l’unico vero avversario sull’arena europea, con importanti ricadute interne. Che questa percezione, consacrata recentemente anche dal Financial Times, sia fondata ha un’importanza tutto sommato secondaria. Macron da una parte e Di Maio e (soprattutto) Salvini dall’altra si vedono come i principali campioni, rispettivamente, di “europeismo” e “sovranismo” sulla scena politica europea. Non solo. Sono anche fermamente convinti che sarà la lotta tra questi due concetti a determinare il loro destino politico, quello del vecchio continente e quello delle loro nazioni. Una soluzione che preveda la “coesistenza pacifica” di entrambi questi concetti è al momento scartata, dato che la vittoria politica di uno schieramento metterebbe in pericolo la sopravvivenza dell’altro in Europa e nei rispettivi Paesi natali. Ecco dunque che i protagonisti lottano retoricamente senza esclusione di colpi, dando un’immagine lontana dal mondo diplomatico e della politica internazionale e più vicina ad ambienti e stili delle campagne elettorali domestiche. Il primo banco di prova per misurare i rapporti di forza a livello continentale tra “europeismo” e “sovranismo” saranno le elezioni di maggio.

La Germania: un “elefante nella stanza”

Essendo in rapporti burrascosi con la Francia, per l’Italia la convenzionale contromossa sarebbe quella di coltivare buoni rapporti con la Germania. Va detto che in questo caso il governo Conte sembra in parte aver seguito la tradizione. I membri dell’esecutivo italiano hanno molto apprezzato la discrezione del governo tedesco durante il braccio di ferro sulla manovra e, in generale, le frizioni sono molto minori che con la Francia. In questo ha aiutato il fatto che Angela Merkel abbia uno stile molto differente da quello di Macron. La Cancelliera non ama i conflitti e rifugge lo scontro. Inoltre, è sempre più debole e ormai al termine della sua parabola politica. La prudenza tedesca, tuttavia, non deve trarre in inganno. Merkel o non Merkel, se l’Italia nel 2019 dovesse mettere (volontariamente o meno) a rischio la tenuta dell’area euro o della stessa UE, Berlino, insieme a Parigi, farebbe di tutto per contenere i danni ed evitare effetti disgregatori sull’Unione.

Il nodo Russia

La questione dei rapporti con la Russia, fin dallo scoppio della crisi ucraina nel 2014, ha comportato alcune frizioni tra l’Italia e i suoi partner euroatlantici, specialmente in sede europea. Sebbene Roma abbia condiviso la politica delle sanzioni UE contro Mosca, spinta soprattutto da Berlino (e Washington), ha sempre cercato di attenuarne l’impatto e di porre le basi per il loro superamento. Questo atteggiamento è dovuto all’importanza attribuita dal nostro Paese ai rapporti energetici, politici ed economici con la Russia. Il nuovo governo italiano, in questo senso, non sembra essersi discostato molto dalle orme dei suoi predecessori: le critiche alle sanzioni sono più aperte (sebbene molto più rare che in campagna elettorale), ma quando si è trattato di venire al dunque Roma ha approvato il prolungamento delle misure contro Mosca senza drammi. Alla fine dell’anno le sanzioni sono state rinnovate fino al luglio del 2019 (l’incidente nello stretto di Kerch ha avuto come effetto quello di ricompattare l’Unione). Si vedrà se l’esecutivo cercherà di opporsi a un ulteriore prolungamento, ma è improbabile che il nostro Paese riesca a bloccare il rinnovo in assenza di novità sostanziali che rompano il “fronte della fermezza” (composto da USA, Regno Unito, Germania, Francia, Polonia e Paesi Baltici) formatosi nell’UE e nella NATO a partire dal 2014.

L’euroscetticismo italiano non scompariràÀ

I rapporti tra UE e Italia nel 2019 saranno estremamente influenzati dalla politica interna del nostro Paese. La stabilità della coalizione di governo, da questo punto di vista, giocherà un ruolo cruciale. Tuttavia, è improbabile che l’euroscetticismo italiano si sciolga come neve al sole al momento dell’eventuale caduta dell’attuale governo. Gli italiani hanno in gran parte perso molte delle illusioni che avevano alimentato il loro storico europeismo e non da oggi. La crisi economica e dei debiti sovrani, insieme alla questione migratoria, hanno infatti messo a nudo alcune contraddizioni di fondo nella costruzione europea. Contraddizioni che erano sempre esistite, ma che la nostra opinione pubblica e la nostra classe politica avevano lungamente ignorato. Sebbene questo cambiamento presenti anche dei rischi non indifferenti (in particolare se si cedesse alla tentazione di addossare la colpa di tutti i mali del nostro Paese all’UE), questa evoluzione della percezione dell’Unione dovrebbe essere sfruttata dagli europeisti italiani per costruire un europeismo più moderno, meno ideologico e più ancorato alla realtà e a politiche fattibili e concrete. Il 2019 dell’Italia, per quanto riguarda i rapporti con l’Unione Europea, sarà quindi caratterizzato da due fenomeni: l’euroscetticismo dell’opinione pubblica e di una parte importante della classe politica e le necessità della realpolitik, riconosciute anche dai critici italiani dell’Unione. Insomma, gli italiani non amano l’UE, ma al momento sentono di non poterne nemmeno fare a meno, come dimostra l’ultima edizione del sondaggio Eurobarometro che rivela che solo il 43% degli italiani ritiene di aver avuto vantaggi dall’appartenenza all’UE, ma il 63% è favorevole all’utilizzo della moneta unica. La combinazione tra questi due elementi non è affatto semplice, ma sarà compito del nostro Governo cercare di giocare un ruolo primario nella nuova legislatura europea al fine di difendere i nostri interessi politici ed economici. Puntare su un’alleanza con gli altri Stati “sovranisti” come Austria, Ungheria e Polonia potrebbe essere riduttivo o addirittura controproducente: si tratta per lo più di Paesi dal peso politico ed economico relativamente limitato e fautori di un rigore di bilancio difficilmente compatibile con il programma dell’attuale Governo italiano. Lo svolgimento di tale ruolo non potrà quindi prescindere da una relazione costruttiva e collaborativa con Francia e Germania.

Davide Lorenzini 

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