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In breve

  • Il progetto cinese della nuova Via della Seta si spinge fino all’Europa e riguarda direttamente anche l’Italia
  • Uno dei sei percorsi che si spingono verso Occidente approdano nel Mediterraneo coinvolgendo i principali porti italiani
  • Il Governo di Roma sta guardando sempre più a Oriente nell’ottica di aumentare gli scambi commerciali e gli investimenti con Pechino

Le vie della seta del XXI secolo

One Belt, One Road” (OBOR) oppure “Belt and Road Initiative” (BRI), in cinese 一 带 一 路Yīdài yīlù, una cintura, una via,  sono gli acronimi con cui viene indicato un piano epocale, per un controvalore di mille miliardi di dollari (circa sette volte il piano Marshall), che riecheggia le antiche Vie della Seta, un grande spazio fisico non solo per lo scambio di merci, ma per la costruzione di modernissime infrastrutture, anche nelle terre più desolate, per creare lavoro, ricchezza, progresso e scambi culturali, in un’ottica di equità. Queste nuove Vie della Seta  si ramificano in sei corridoi che corrono per l’Asia e arrivano fino al cuore dell’Europa e si spingeranno, nel 2019, molto più a Nord, fino alla penisola artica di Yamal, 600 km oltre il Circolo Polare Artico, su quella che viene chiamata la Via della Seta Polare. Alle vie di terra si aggiungono poi i “blue economic passages” per la cooperazione marittima, un partenariato blu per lo sviluppo sostenibile, che si dirige verso l’Oceano Indiano, collegandosi con l’Africa, nella quale il Governo cinese sta espandendo la propria influenza, con i recenti stanziamenti per oltre 60 miliardi di dollari. Il percorso marittimo, risalito il Mar Rosso, entra nel Mediterraneo dove approda in Italia per ricollegarsi ai corridoi terrestri.

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Fig. 1 – La bandiera cinese sventola su un cantiere del porto pakistano di Gwadar, centro nevralgico della nuova Via della Seta nell’Oceano Indiano

Obiettivi e criticità

L’ampiezza di questa progettualità sta però suscitando timori e sospetti in molti Stati, sia per l’asimmetria dei rapporti, che ha spinto diversi Paesi a recedere dagli accordi, sia per l’assertività della Cina sui mari, che traspare sotto la copertura dei blue economic passages. I rischi economici ventilati ricordano gli ammonimenti presenti nel VI e nel XII libro della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio (I sec. d. C.), per limitare il commercio della seta, che aveva causato un disavanzo nelle casse dell’erario romano che ammontava a circa 100 milioni di Sesterzi! D’altro canto, nel discorso di Capodanno, il Presidente Xi Jinping ha assicurato un sempre maggiore impegno finanziario nel progetto, che ha determinato una crescita dei flussi commerciali straordinaria. Questa connettività rende il piano il più imponente del secolo, assurto a dignità costituzionale con l’inserimento nell’emendamento dell’11 marzo 2018 alla Carta Costituzionale della RPC, vigente del 1982. L’obiettivo che il Dragone si prefigge è quello di creare mercati e sviluppo economico per dare sbocchi alle industrie cinesi, attraverso un’ulteriore apertura che le consentirà di “spalancare” le porte al mondo ed assicurare quella stabilità indispensabile per l’ascesa verso il primato globale. Un Paese non più emergente, ma emerso alla luce della continuità imperiale sinocentrica.

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Fig. 2 – Luigi Di Maio, Matteo Salvini e Giuseppe Conte: i tre personaggi chiave dell’attuale Governo italiano hanno idee diverse e spesso contrastanti sulla partecipazione di Roma alla Belt and Road Initiative cinese

L’impatto geopolitico italiano

Le nuove Vie della Seta rappresentano per l’Italia una grande opportunità che consentirebbe allo Stivale di dare un notevole contributo alla creazione di un mondo globale multipolare. La collocazione geografica rende inoltre molto appetibili, nell’ottica BRI, i principali porti italiani, al centro del Mediterraneo, complementari ad Haifa, Ambarli (Turchia) ed anche al Pireo, ormai acquisito, per il 51%, da parte cinese dal 2016. Nel 2019, mentre il nuovo sistema portuale Genova – Savona si appresta a fungere da raccordo con il Nord Europa, Trieste da cerniera con i Paesi dell’Est, Venezia continua a rappresentare la naturale porta dell’Europa verso Oriente, con un porto, antico di 1200 anni, collegato ad una rete ferroviaria sviluppata e moderna e un hub imprenditoriale, presente nel territorio circostante, in grado di interfacciarsi con la controparte cinese per un interscambio complementare e proficuo per entrambi. A fronte della riluttanza dell’Unione Europea a manifestare una qualche progettualità coordinata, l’Italia, che offre competenze distintive in diversi settori, dovrà però rapportarsi con un Governo come quello di Pechino che, avvezzo ai Piani quinquennali, alle vision decennali e a progettazioni che arrivano al 1949 (per il centenario della fondazione della RPC), si aspetta da Roma coordinamento, costanza e continuità. Il Governo italiano, che guarda con molta attenzione al ritorno di questa potenza geoculturale che ha saputo cavalcare le dinamiche della globalizzazione con estrema rapidità, sarà in grado di garantire impegni di medio e lungo periodo in un’ottica strategica, che coinvolga gli interlocutori istituzionali, le autorità portuali, i gruppi imprenditoriali?  Saprà sensibilizzare gli ambiti scientifici e tecnologici più avanzati e stimolare una sempre maggiore internazionalizzazione delle imprese? Vincere questa scommessa consentirebbe all’Italia di giocare un grande ruolo geopolitico dando una forte spinta alla tanto agognata ripresa economica, in un contesto di pace e stabilità.

Elisabetta Esposito Martino

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Elisabetta Esposito Martino

Sono nata nello scorso secolo, anzi millennio, nel 1961. Mi sono laureata in Scienze Politiche, Indirizzo Internazionale, presso La Sapienza con una tesi sul consolidamento della Repubblica Popolare cinese (1949 – 1957); ho conseguito il  Diploma in Lingua e Cultura Cinese presso l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente di Roma ed il Perfezionamento in Lingua Cinese presso l’ISMEO. Sono stata delegata italiana per l’International Youth culture and study tour presso la Tamkang University Taipei, e poi docente di discipline giuridiche ed economiche. Ho lavorato come consulente sinologa e svolto attività di ricerca. Ora lavoro in un ente di ricerca e continuo la mia formazione (MIP Business School del Politecnico di Milano e dalla SDA Bocconi School of Management, Griffith College di  Dublino, Francis King School of English di Londra, EC S.Julians di Malta). Ho pubblicato sull’”Osservatorio Costituzionale”, dell’associazione italiana dei costituzionalisti  (AIC) , su “Affari Internazionali” e su “Mondo Cinese”.
Dopo aver sfaccendato tra pappe e pannolini per quattro figli, da quando sono cresciuti ho ripreso alla grande la mia antica passione per la Cina, la geopolitica  e le istituzioni politiche e costituzionali. Suono la chitarra, preparo aromatici tè ma non mi sveglio senza… il caffè!