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Il Giro del Mondo in 30 Caffè – 2013

Per il terzo anno di fila, il nostro Giro del Mondo di inizio anno vuole offrirvi un’ampia panoramica dei principali temi geopolitici dell’anno appena concluso, cercando di capire che cosa è accaduto e quali potrebbero essere le prospettive per l’anno nuovo. Come si sono comportati i principali attori della scena internazionale? Che progressi hanno fatto nell’affrontare le questioni più spinose? Quali sono le sfide, gli appuntamenti, le situazioni, gli scenari da tenere d’occhio nel 2013? Cercheremo di fare luce su tutti questi aspetti. E allora, zaino in spalla… siete pronti a viaggiare con noi?!?

aprile, 2013

  • 11 aprile

    Quale Turchia?

    Il Giro del Mondo in 30 Caffè 2013 – I dati economici presentano la Turchia come un Paese totalmente rinnovato, uscito quasi indenne dalla crisi contrariamente agli “acerrimi confinanti” greci. Tuttavia, deve fare ancora i conti con quelle ombre interne che le impediscono di ottenere lo status di membro dell’Unione (su tutte: affaire Cipro, questione curda e depenalizzazione dei reati di opinione sul genocidio armeno). Ma al Paese conviene davvero prendere parte ad un progetto politico attualmente instabile come quello europeo? Ecco perché gli eredi del califfato ottomano si preparano ad influenzare i prossimi equilibri euroasiatici.   AL PASSO DEI BRICS – La Turchia possiede senza dubbio l’economia più virtuosa dell’Europa meridionale, con una crescita invidiabile che, secondo le previsioni, oscilla tra il 3% di quest’anno ed il 3,8% del 2014. E’ una buona notizia dopo il recente crollo del PIL nazionale, passato dall’ 8,5% del 2011 al 2,5% del 2012 (comunque in saldo positivo se comparato alle cifre al di sotto dello zero che si continuano a prospettare per alcuni Paesi tuttora in recessione, tra i quali l’Italia). I motivi di questo successo straordinario risiedono non solo nell’attuazione di politiche di sviluppo pianificate, ma anche nella definizione di redditizi accordi commerciali, stipulati dai governi di Recep Tayipp Erdoğan con i paesi limitrofi, quali Russia, Georgia, Azerbaijan e perfino Armenia: tutti ricchi di risorse naturali e soprattutto di gas, l’ “oro liquido” di cui l’Europa ha disperato bisogno. Per di più, secondo il recente rapporto pubblicato dal team macroeconomico PwC (PricewaterhouseCoopers) dal titolo “World 2050 – The BRICs and beyond: prospects, challenges and opportunities” (qui il link: http://www.pwc.com/en_GX/gx/world-2050/assets/pwc-world-in-2050-report-january-2013.pdf) la Turchia, nel giro di quarant’anni, rientrerà nel novero delle grandi potenze, assestandosi al dodicesimo posto della classifica mondiale per crescita del PIL  davanti all’Italia e a poche migliaia di dollari dal …

  • 10 aprile

    Primavera araba, un terremoto geopolitico (II)

    Seconda parte della nostra intervista ad Alberto Negri, giornalista del Sole 24 Ore, sulla Primavera araba. Allarghiamo lo sguardo su una serie di attori, regionali e non, che influenzano in maniera significativa lo scenario in cui si gioca il futuro di diversi Paesi di Maghreb e Medio Oriente, in una situazione di instabilità tale da mettere a rischio il loro stesso futuro   (Segue. Leggi qui la prima parte)   Hai definito la Primavera araba un terremoto geopolitico. Quale può essere l’effetto principale di questo terremoto? Gran parte dei Paesi di cui parliamo non sono in grado di controllare le frontiere. La forza delle milizie Tuareg in Mali è dovuta anche alla porosità delle frontiere libiche. E la situazione è analoga per Tunisia ed Egitto, che di fatto sta rinunciando a buona parte del Sinai. Stiamo assistendo al vero e profondo problema del Medio Oriente. Non vi è solo una transizione politica che sta aprendo fronti contrapposti di divisione nelle società, tra chi appoggia governi islamici e chi sostiene formazioni di stampo laico o civile. Non solo questa transizione è aggravata da una crisi economica dilagante, soprattutto in Egitto e Tunisia, con tassi di disoccupazione in forte crescita, un tema che non può che accrescere l’instabilità. Il punto chiave è che questi aspetti stanno mettendo in questione la stessa unità politica di questi Paesi. Lo snodo centrale non è la transizione politico-economica: dobbiamo chiederci se questi Paesi possono continuare a stare insieme così come lo sono stati sinora. Nella fase successiva alla decolonizzazione, questi Stati sono rimasti uniti con delle dittature durate 40-50 anni. Terminata questa fase, non solo occorre trovate nuovi Governi, ma anche delle buone ragioni per stare insieme all’interno dei vari Paesi. Molti analisti arabi stanno attualmente mettendo in luce questo aspetto. I Paesi di cui stiamo …

  • 9 aprile

    Primavera araba, un terremoto geopolitico (I)

    Una chiacchierata a 360 gradi con Alberto Negri, giornalista del Sole 24 Ore, sulla Primavera araba e i suoi effetti, approfondendo la forte instabilità che colpisce tutti i Paesi coinvolti da questo fenomeno.

  • 5 aprile

    Iraq, dieci anni dopo

    Due appuntamenti importanti: le elezioni provinciali ad aprile e quelle generali del 2014. A dieci anni dalla caduta di Saddam in Iraq si parla di elezioni. Ma non è semplice come sembra. Spinte centrifughe e l’interessamento dei Paesi vicini complicano di molto la vita politica irachena.   RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI (2003-2011) – L’invasione americana del 2003 creò un vuoto di potere sia in termini politici sia di sicurezza in tutto l’Iraq. Il Governo d’occupazione non riuscì, infatti, a prevenire lo scoppio di una guerra civile a carattere settario. Dal 2006 ci fu un radicale aumento delle operazioni speciali degli USA su territorio iracheno, sotto la guida del Generale McChrystal, che portò all’uccisione dei vertici di Al-Qaida in Iraq (AQI). Dal 2007 il dispiegamento di ulteriori 20.000 uomini, inviati dall’amministrazione Bush, e il cambiamento di strategia, riportarono il Paese a un livello di sicurezza tale da permettere la riorganizzazione della vita politica. Il biennio 2008-2010 è considerato dalla maggioranza degli osservatori il momento in cui l’Iraq si avvicina di più a una democrazia. Le elezioni provinciali del 2009 e quelle generali del 2010 avrebbero dovuto coronare i sacrifici degli ultimi sette anni. In realtà due decisioni dell’amministrazione Obama hanno compromesso il processo di normalizzazione dell’Iraq: la prima fu che, a seguito delle elezioni del 2010, gli Stati Uniti non appoggiarono il leader del partito che ricevette più voti (l’ex primo ministro Allawi, a capo di un partito laico a grande maggioranza sunnita), portando le istituzioni irachene a una paralisi. Per sbloccarla gli USA si affidarono a Nouri al-Maliki (leader del secondo partito iracheno in termini di voti). La seconda decisione, a sua volta cruciale, fu il ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq, terminato nel dicembre 2011, lasciando in eredità un Governo debole ed istituzioni ancora vacillanti.   IRAQ MACHIAVELLICO –   …

marzo, 2013

  • 27 marzo

    India, tigre o elefante?

    Mario Appelius, giornalista e viaggiatore italiano, negli anni Venti così descriveva l’India: “È questa l’India, tutta l’India, con i suoi grandi pensatori e le sue plebi ignoranti, coi suoi templi gremiti di fanatici ed i suoi cenacoli filosofici librati nell’etere metafisico, con la commedia orientale della sua vita interiore”. Molte cose sono cambiate, anche se non troppo. Cerchiamo di capirlo insieme, con 5 domande e 5 risposte.   1. Chi governa oggi in India?   E’ il Partito del Congresso Indiano, “naturale” successore del Congresso Nazionale Indiano di Gandhi, coalizione di sinistra intercastale e interreligiosa. Nel 2004 il Congresso, guidato da Sonia Gandhi, sorprese gli esperti vincendo contro tutte le previsioni le elezioni politiche, grazie al voto delle classi povere. Sonia rinunciò alla nomina a Primo ministro della coalizione di Governo guidata dal Congresso e l’incarico fu affidato, il 22 maggio 2004, a un sikh, l’economista Manmohan Singh. In “Manmohan Singh Visionary to Certainty”, K. Bhushan e G. Katyal descrivono come segue l’attuale primo ministro: “E’ il padre delle riforme economiche in India, l’uomo che ha posto le fondamenta per un’India splendente. […] Questo accademico  burocrate–tecnocrate, dalle conoscenze molto tecniche, ma dal basso profilo, che ha servito come ministro delle Finanze tra il 1991 e il 1996, è l’Indiano più qualificato a servire come Primo ministro del Paese dai tempi dell’Indipendenza”.     2. Ma come si vive in India? Si parla sempre di gravi problemi sociali.   La storia e gli avvenimenti mostrano un’India che non ha ancora ben compreso l’uguaglianza sessuale e le femministe che da sempre lottano ottenendo anche grandi risultati. La Costituzione indiana è molto favorevole alle donne e il diritto a non essere discriminati in base al sesso è garantito dalla lista dei diritti fondamentali, ma le donne continuano a subire gravi abusi. Recente è …

  • 21 marzo

    Un posto a tavola per il Bangladesh?

    Il Bangladesh è un piccolo stato a maggioranza islamica dell’Asia Sud-Orientale, con condizioni economiche piuttosto arretrate, che però ha il vantaggio di trovarsi nell’area più densamente popolata del pianeta e con la crescita economica più vivace. Gode inoltre di un notevole affaccio sull’Oceano Indiano, elemento di una certa rilevanza in un periodo in cui si stanno ridisegnando gli equilibri strategici della regione. Tuttavia, alcuni elementi economici, ma soprattutto sociali e geografici, ne limitano lo sviluppo, impedendone lo sfruttamento del momento favorevole che l’area sta attraversando.

  • 13 marzo

    Orban, flagello della democrazia

    Licenza CC: World Economic Forum (www.weforum.org)/ Heinz Tesarek

    Che cosa sta accadendo in Ungheria? L’approvazione delle nuove norme costituzionali è un rischio per la tenuta democratica del Paese e una profonda ferita dello Stato di diritto dell’intera Unione Europea. Alcuni osservatori stanno parlando di un golpe bianco, ma a dominare, al momento, è solo il silenzio di ampia parte dell’opinione pubblica in Europa.     ACCADE A BUDAPEST – Lunedì 11 marzo il Parlamento ungherese ha approvato con 265 voti a favore, 11 contrari, 33 astenuti e il boicottaggio da parte dell’opposizione socialista una serie di provvedimenti emendanti la Costituzione e che, secondo un comunicato congiunto rilasciato da Consiglio d’Europa e Commissione europea, «sollevano preoccupazioni circa il rispetto dello Stato di diritto, del Diritto dell’Unione e delle norme del Consiglio d’Europa». Analogamente, da un lato gli Stati Uniti nei giorni scorsi avevano chiesto all’Ungheria di riflettere maggiormente sulle modifiche costituzionali, dall’altro il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, si era detto «impensierito dagli ultimi sviluppi nel Paese».   GLI EQUILIBRI IN PARLAMENTO – Le motivazioni di toni tanto allarmistici – i socialisti magiari hanno parlato di «giornata nera della democrazia» – derivano dalla pericolosa virata limitativa delle libertà che il primo ministro Viktor Orbán, alla guida del partito conservatore Fidesz (che conta 262 deputati su 386 totali), potrebbero aver imposto all’Ungheria, il cui Parlamento comprende anche, oltre a 59 socialisti e 16 verdi, 47 eletti nelle file del Jobbik, formazione di estrema destra, xenofoba e ultranazionalista.   LE MISURE APPROVATE – Nello specifico, infatti, le nuove norme vietano alla Corte costituzionale di pronunciarsi sui contenuti delle leggi approvate dal Parlamento (le competenze sono circoscritte alla forma), imponendo ai giudici supremi di non richiamare sentenze sul Diritto costituzionale ed europeo precedenti all’entrata in vigore della nuova Carta (1° gennaio 2012). Inoltre, fermo restando che la libertà d’espressione potrà essere …

  • 1 marzo

    Il popolo saharawi e il grido di Taghla

    Taghla, studentessa di 26 anni, è un fiume in piena quando racconta la situazione del popolo saharawi. L’esilio della sua famiglia, la situazione dei campi profughi, il disinteresse internazionale e lo stallo della situazione attuale configurano un problema che da troppo tempo è sottovalutato dagli attori internazionali. Il Sahara occidentale, oltre che essere ancora un caso irrisolto di decolonizzazione, coinvolge numerose problematiche relative alla tutela dei diritti umani e all’autodeterminazione dei popoli.   IL PROBLEMA – Il Sahara Occidentale è una regione dell’Africa nord-occidentale confinante con Marocco, Mauritania e Algeria. Ex colonia spagnola, con un accordo con Marocco e Mauritania del 1975, il governo di Madrid cedette il controllo del Sahara Occidentale ai due stati africani. Quando l’esercito marocchino occupò la zona molti abitanti dovettero fuggire nel vicino deserto algerino dove costituirono i primi campi profughi. Dagli anni ‘60 nacquero numerosi movimenti di liberazione ed il più importante, il Fronte Polisario, pretendeva l’autodeterminazione del popolo saharawi e la creazione di uno stato indipendente. Nel 1976 il Fronte, oltre a reagire militarmente all’occupazione, proclamò la Repubblica Araba Saharawi Democratica, stato che attualmente è riconosciuto solo dall’Unione Africana mentre l’ONU lo definisce ancora come stato non autonomo. Mentre la Mauritania si ritirò dal territorio nel 1979, riconoscendo la RASD, l’occupazione marocchina si intensificò e il governo diede inizio alla costruzione di un muro che divideva la zona in due parti: la fascia più estesa controllata dalla forze marocchine e l’altra sotto il controllo del fronte Polisario. Nel 1991 Marocco e RASD si accordarono per il cessate il fuoco e il Consiglio di sicurezza dell’ONU istituì la missione MINURSO (Misión de las Naciones Unidas para el referéndum del Sáhara Occidental), con il compito di sorvegliare il rispetto del cessate il fuoco, di facilitare il rientro dei profughi e di supervisionare un referendum di autodeterminazione, …

febbraio, 2013

  • 27 febbraio

    E’ il momento dell’Abenomics

    Da dicembre il Giappone ha un nuovo Governo: le elezioni hanno infatti riportato al potere il Partito Liberaldemocratico, storico protagonista della politica del Sol Levante, dopo una parentesi non troppo felice del Partito Democratico. Il premier Shinzo Abe non ha perso tempo e ha già intrapreso misure radicali per cercare di rilanciare l’economia, tanto che il nuovo corso impresso al Paese ha preso il nome di “Abenomics”. Vediamo, con cinque domande e cinque risposte, in cosa consiste tutto ciò   Chi è Shinzo Abe? Il nuovo Primo Ministro dell’Impero giapponese non è alla sua prima esperienza di Governo, bensì alla seconda. Tuttavia, il precedente tentativo alla guida dell’arcipelago asiatico non fu dei più felici e durò solamente un anno, dal 2006 al 2007. In questa occasione tuttavia Abe si presenta con un solido successo elettorale alle spalle. Il Partito Liberal Democratico, conservatore e sempre al potere in Giappone da quando è diventato una democrazie, ha perso le elezioni infatti solo una volta, nel 2009, quando il Partito Democratico ha avuto la prima (e finora ultima) possibilità di governare.   Qual è l’attuale situazione economica del Giappone? Dopo aver compiuto un percorso di crescita e di sviluppo che probabilmente non ha precedenti nella storia recente dalla fine della II Guerra Mondiale all’inizio degli anni ’90, il Sol Levante è entrato in un periodo di stagnazione che dura da circa un ventennio. Bassa crescita e un aumento anche negativo dei prezzi (la cosiddetta “deflazione”) hanno impedito al Giappone di mantenere il dinamismo del proprio sistema economico, sfidato dall’emergente vicino cinese.   In cosa consiste la “Abenomics”? Dalla fine di dicembre ad oggi, quindi in soli due mesi, lo yen giapponese si è deprezzato del 14% rispetto al dollaro statunitense. Come si spiega questa svalutazione “verticale”? Abbastanza facilmente: il governo di Abe ha …

  • 21 febbraio

    Il 2013 di Xi Jinping in 10 passi

    Ha da poco avuto inizio in Cina l’anno del serpente, anno in cui Xi Jinping eredita dal Presidente uscente Hu Jintao un Paese in forte crescita, destinato a diventare la prima potenza economica mondiale, la cui guida richiede di far fronte a numerose sfide, non solo sul piano economico, ma anche politico e sociale. Vi proponiamo dieci sfide che la poderosa crescita sta portando con sé.   1) CRESCITA ECONOMICA SOSTENIBILE – “Il popolo cinese desidera che i suoi figli possano crescere in modo sano, avere un buon lavoro e poter condurre una vita più felice. Far sì che tutto ciò possa diventare realtà è la nostra missione”. Questa la promessa fatta al popolo cinese da Xi Jinping durante il primo discorso pubblico, tenuto lo scorso novembre. La nuova leadership dovrà riuscire, passo dopo passo, nell’intento di continuare l’edificazione della “società armoniosa” avviata da Hu Jintao e Wen Jiabao nel 2004 e mantenere al contempo una Cina in forte crescita. Le linee guida da seguire per i prossimi quattro anni sono già state dettate nel XII Piano Quinquennale (2011), in cui risulta prioritario conferire maggior sostenibilità alla crescita cinese nel lungo termine, ribilanciando l’economia attraverso riforme strutturali mirate alla correzione delle più gravi distorsioni. Per far ciò sarà necessaria la transizione dell’attuale sistema di sviluppo, trainato dalle esportazioni e da investimenti intensivi in prevalenza pubblici, ad un’economia maggiormente orientata sui consumi interni.   2) TRAPPOLA DEL MEDIO REDDITO – Il governo di Pechino, dopo vent’anni di crescita senza precedenti, ha deciso di sacrificare qualche punto percentuale del PIL, scegliendo di mantenere un tasso di crescita costante per la Cina attorno al 7-8%, per risolvere tramite un processo di riforme quei problemi sociali ed ambientali che proprio lo sviluppo economico ha contribuito a creare. Per tale ragione, la riduzione degli investimenti …