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Home - Aree geografiche - Europa (pagina 77)

Europa

febbraio, 2010

  • 8 febbraio

    Un pò di coraggio, Milady

    Catherine Ashton si presenta per la prima volta all’opinione pubblica internazionale… già sulla difensiva. Tutto si può dire del nuovo “ministro degli esteri dell’Unione”, tranne che il suo mandato incominci all’insegna dell’entusiasmo UN INIZIO DIFFICILE – A molti commentatori la sua nomina è sembrato un compromesso al ribasso tra i paesi membri più importanti e la baronessa una personalità dal basso profilo internazionale (il suo incarico più importante nella comunità internazionale fino ad ora era un anno passato come commissario al commercio dell’Unione). I critici rimproverano a Catherine Ashton anche una scarsa esperienza nell’ambito della diplomazia, essendosi fino ad ora occupata di welfare e commercio, e suggeriscono che la sua nomina sia dovuta più che alle reali capacità di mediatrice nel dialogo tra le nazioni, alla volontà del suo padrino politico, il premier britannico Gordon Brown. A poco più di un mese la Ashton si trova già ad affrontare il primo fallimento dell’Unione nel dare una risposta efficace e coordinata al disastro di Haiti. Di fronte alle domande del quotidiano francese Le Figaro l’Alto responsabile per la politica estera dell’Unione  ha alzato la guardia, incassato, e provato a ribattere alle critiche sul suo operato e dell’Unione. L’INTERVISTA A “LE FIGARO” – La Ashton ha dovuto in primis spiegare il motivo per cui non si sia recata sul posto per coordinare l’attività internazionale ad Haiti. La baronessa britannica si è giustificata dicendo che gli era stato chiesto dai rappresentanti ONU di non venire per non intralciare il lavoro dei soccorritori, che non è né un medico né un pompiere e che quindi non sarebbe stata di nessuna utilità. Viene comunque da pensare che ciò che si chiede al ministro degli esteri europeo non è certo di essere d’aiuto dal punto di vista pratico (non le si chiede di scavare a mani …

  • 3 febbraio

    Dieci anni dopo

    A 14 anni dagli accordi di Dayton che misero fine alla guerra in Bosnia e di 10 anni da quelli di Rambouillet sul Kosovo, uno sguardo sui turbolenti vicini balcanici dell’Italia KOSOVO E BOSNIA – Alcune delle realtà nazionali dell’ex Jugoslavia hanno un’architettura istituzionale alquanto instabile; è il caso del Kosovo e della Bosnia. Il primo è uno stato per modo di dire, non ritenuto legittimo da importanti nazioni quali Russia, Spagna, Grecia, Cina, oltre evidentemente alla Serbia, e la cui dichiarata indipendenza si basa soprattutto sull’appoggio americano. La minoranza serba nel paese continua a rimanere esclusa dal processo democratico e dalla vita civile e nell’ultimo periodo è stata proposta come soluzione al problema della convivenza uno scambio di territori tra Belgrado e Pristina. Cioè il riconoscimento dell’impossibilità della convivenza, lo stesso che motiva la pulizia etnica.  La Bosnia nel frattempo sta cercando, fino ad ora con scarsi risultati, di trovare un accordo tra le diverse componenti etniche per riformare la costituzione. L’incastro istituzionale uscito da Dayton infatti non fa altro che ufficializzare la divisione interna alla nazione tra federazione di Bosnia-Erzegovina, Repubblica Srpska (cioè la repubblica serbo-bosniaca, fondata da Radovan Karadzic durante la guerra) e distretto di Brcko (un’area contesa tra le altre due entità e sotto supervisione internazionale). In sostanza l’accordo ha sancito la divisione territoriale e etnica del paese stabilita dalla guerra. In questi giorni i rappresentanti politici di croati, serbi e bosgnacchi (mussulmani di Bosnia) si sono ritrovati insieme per elaborare un nuovo sistema istituzionale che riformi la costituzione di Dayton. Al sistema stabilito da questo accordo, che concede ai diversi gruppi etnici eccessivo potere di veto,  si imputa infatti il mancato sviluppo e stabilizzazione dell’entità statale.In entrambe queste situazioni la comunità internazionale è largamente coinvolta, in particolare attraverso le principali organizzazioni come la Nato, l’Unione …

gennaio, 2010

  • 28 gennaio

    Gazprom nation- parte 2

    Nella seconda parte dell’intervista al giornalista Stefano Grazioli, in evidenza c’è il ruolo geopolitico della Russia, la cui rinnovata potenza trae le basi dalla grande ricchezza in termini di risorse energetiche Ecco la  seconda parte dell’intervista (Cfr. Gazprom Nation) al giornalista Stefano Grazioli, autore freelance per testate svizzere e italiane, occupandosi soprattutto di Russia e Asia Centrale e che recentemente ha dato alle stampe “Gazprom nation”, in cui racconta in maniera approfondita e rigorosa la Russia di Putin e l’Asia centrale post sovietica del nuovo “great game”, attraverso la sua esperienza di corrispondente e le parole dei protagonisti. Dopo aver parlato dell’economia, ora le domande vertono sul ruolo di Mosca sulla scena internazionale. I rapporti tra UE e Russia nel mercato energetico si basano oggi su una mutua dipendenza. Un eventuale inserimento della Cina rischierebbe di mettere in crisi questo equilibrio?   “Innanzitutto a molti non è chiaro che la dipendenza tra UE e Russia sia simmetrica. Bruxelles ha bisogno di Mosca e viceversa, nel senso che se l’Europa non può fare a meno del gas russo, la Russia ha bisogno della tecnologia occidentale e del mercato europeo. Al Cremlino non si possono bere il petrolio o lasciarlo in cantina a invecchiare. Messo questo in chiaro, è ovvio che la sete energetica della Cina dovrà in qualche modo essere soddisfatta: Pechino si sta già muovendo da tempo non solo verso la Russia, ma anche con i vicini dell’Asia centrale, dal Turkmenistan al Kazakistan. La sfida sulle risorse del Caspio è partita da un pezzo, anche se in Europa ce ne si sta accorgendo solo ora. Sperando che non sia troppo tardi. Personalmente sono convinto che sia intenzione del Cremlino non spostare troppo l’asse verso est, a Mosca sono molto pragmatici.”    Oltre al ritiro del progetto di scudo missilistico vede …

  • 28 gennaio

    Gazprom nation- parte 1

    Uno sguardo verso la Russia, che cerca di riproporsi come potenza geopolitica, grazie soprattutto alla sua immensa dotazione di gas naturale Ecco, nella prima parte dell’intervista al giornalista Stefano Grazioli, le implicazioni di questo fenomeno Stefano Grazioli è nato a Sondrio nel 1969. Ha studiato a Berlino e Milano, ha lavorato in Germania per media italiani e tedeschi (Deutsche Welle), prima di trasferirsi in Austria. A Vienna ha diretto tra l'altro la redazione online del quotidiano Kurier fino al 2002. Dal 2003 vive tra Bonn, Sondrio e Mosca lavorando come autore freelance per testate svizzere e italiane, occupandosi soprattutto di Russia e Asia Centrale. Recentemente ha dato alle stampe “Gazprom nation”, in cui racconta in maniera approfondita e rigorosa la Russia di Putin e l’asia centrale post sovietica del nuovo “great game”, attraverso la sua esperienza di corrispondente e le parole dei protagonisti. Al “Caffè Geopolitico” Stefano ha concesso una luna intervista. Nella prima parte il giornalista risponde ad alcune domande sulla situazione interna della Russia di oggi. A distanza di un anno e mezzo dall’elezione di Medvedev e dal passaggio di Putin al ruolo di primo ministro, cosa si può concludere rispetto al nuovo equilibrio di potere in Russia?   “Medvedev è al Cremlino perché ce l’ha messo Putin. Fanno parte della stessa squadra e si dividono benissimo i ruoli di good and bad cop sulla scena interna e quella internazionale. Naturalmente ognuno ha i suoi favoriti e i suoi sponsor di riferimento, ma in definitiva si tratta di gruppi destinati a trovare compromessi, non a distruggersi a vicenda. La torta basta per tutti.”   Nel suo libro si fa spesso riferimento ai doppi standard, concetto che usa per definire l’atteggiamento dell’occidente nei confronti della Russia, può spiegarne il senso? E’ possibile in Russia un sistema democratico in linea …