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Truppe somale in marcia durante l'operazione “Free Shabelle” contro Al-Shabaab (2012)

Geostrategia del jihadismo africano (I)

Miscela strategica – Provocatoriamente, si potrebbe dire che la guerra al terrorismo in Asia stia terminando e che il fronte si stia spostando verso l’Africa, per alcuni analisti il vero obiettivo della guida di al-Qaeda, al-Zawahiri. La sconfitta di al-Shabaab in Somalia ha condotto ad una diaspora dei miliziani verso le regioni limitrofe, dinamica che potrebbe favorire la costruzione di una rete internazionale a cavallo tra il Corno d’Africa e i Grandi Laghi. Allo stesso tempo, il nord della Nigeria è posto sotto stato d’emergenza per fronteggiare la violenza di Boko Haram, mentre il Sahel continua a bruciare infiammato dalla guerra in Mali e dalle azioni dei gruppi jihadisti: un triangolo che racchiude ampia parte dell’Africa e attraverso il quale corrono i collegamenti dell’islamismo radicale combattente.

 

INTRODUZIONE – Il corridoio jihadista africano è un lungo arco che unisce lo Yemen al Sahel, traversando aree ad alta instabilità politica, ma strategiche e ricche di risorse. Questa via privilegiata del terrorismo – una linea teorica – si estende lungo scacchieri nei quali operano alcune tra le maggiori formazioni islamiste del mondo, un triangolo che ha vertici estremamente diversi tra loro in storia, contesto, modus operandi e prospettive, però collegati, seppure non sempre saldamente e formalmente: al-Shabaab e le componenti dell’islamismo combattente somalo, Boko Haram in Nigeria e la rete – complessa e difficilmente ricostruibile – del jihadismo sahelo-sahariano (al-Qaida nel Maghreb islamico, Mouvement pour l’Unicité et le Jihad en Afrique de l’Ouest, Ansar Dine…). Per comprendere meglio come il corridoio si sia costituito in tempi recenti, conviene cominciare proprio dall’ultima tessera aggiunta, la diaspora di al-Shabaab.

 

LA PORTA DELL’AFRICA – Contrariamente a quanto talvolta è riportato, al-Shabaab fu inserita formalmente nella rete di al-Qaida solo nel febbraio 2012, quando la guida del gruppo, l’emiro Abu Zubeyr, comparve in un video promettendo fedeltà ad Ayman al-Zawahiri, il quale confermò l’unione. Al-Shabaab agiva in Somalia dal 2004-2005, ma raggiunse la propria massima espansione dal 2008, ossia con la conquista della città di Chisimaio, porto strategico nel sud della Somalia liberato dalle forze keniote e del contingente africano (AMISOM) solo nell’autunno del 2012. La formazione somala aveva più volte tentato di unirsi ad al-Qaida, ma si era scontrata con il veto di Osama bin Laden, il quale da un lato riteneva che Abu Zubeyr fosse inaffidabile, dall’altro era consapevole che al-Shabaab avesse caratteri peculiari, ossia che fosse un gruppo che intendeva il jihad come sforzo di liberazione della Somalia dalle ingerenze straniere e la cui base fosse contraria all’ingresso di elementi provenienti da altri Paesi. Bin Laden mirava a mantenere integra la forza di al-Qaeda in Africa orientale, mostrandosi favorevole al più a un coordinamento regionale. Al-Zawahiri, invece, dall’estate del 2011 riprese il dialogo con al-Shabaab, soprattutto perché Abu Zubeyr gli chiese aiuto contro le numerose defezioni che il movimento stava subendo in seguito all’avanzata delle truppe alleate di Mogadiscio. Se per Abu Zubeyr l’obiettivo era dare nuovo vigore ad al-Shabaab, per al-Zawahiri, invece, lo scopo era ampliare quanto più possibile la rete in Africa, sfruttando i vuoti di potere nella regione subsahariana e creando nello specifico una testa di ponte in Somalia per favorire l’alleggerimento del fronte asiatico.

 

Combattenti di al-Shabaab a Mogadiscio (2009).
Combattenti di al-Shabaab a Mogadiscio (2009)

Il progetto complessivo era giungere a un coordinamento – anche solo di massima – tra al-Shabaab, Boko Haram e la rete di al-Qaida in Africa orientale (AQOA) e nel Maghreb Islamico (AQIM). In realtà, i rapporti non sono mai stati formalizzati, sia per motivi ideologici, sia per le rispettive diffidenze. Il 28 settembre 2012, inoltre, la coalizione a sostegno del GFT espugnò Chisimaio, sconfiggendo al-Shabaab, ma gestendo la fase successiva con una strategia potenzialmente dannosa già nel breve periodo. Secondo alcuni osservatori, il legame tra al-Shabaab, Boko Haram e AQIM non sarebbe stato concretato in alcun modo, una teoria che non convince molto, giacché, pur essendo vero che l’alleanza non sarebbe stata possibile, è un dato di fatto che miliziani nigeriani si siano addestrati in Somalia. La stessa collaborazione tra Boko Haram e i gruppi sahelo-sahariani (AQIM e MUJAO su tutti) è un fenomeno ancora da approfondire, poiché, alla naturale difficoltà per la ricostruzione delle reti terroristiche, si sovrappone quella per l’individuazione delle numerose formazioni che, restando sulla sottile linea tra il terrorismo e il puro banditismo, svolgono un ruolo di intermediazione o azione collaterale, come nel caso della compravendita degli ostaggi rapiti. Tornando al vertice somalo del triangolo, poco prima si anticipava che la gestione da parte di AMISOM dei postumi della battaglia di Chisimaio avrebbe potuto paradossalmente favorire in qualche modo l’idea originaria di al-Zawahiri di un Corno d’Africa inteso come porta del continente. Dopo aver conquistato la città, infatti, le forze keniote e di AMISOM lasciarono una via di fuga ai combattenti di al-Shabaab, un corridoio che dalla costa si estendeva in direzione nord-ovest, ossia verso aree rurali e semidesertiche al confine tra Somalia, Kenya ed Etiopia, nelle quali una riorganizzazione del movimento sarebbe stata più difficile, sia per il territorio geomorfologicamente impervio (oltretutto si andava verso l’inverno), sia per la tradizionale diffidenza della popolazione delle regioni periferiche nei confronti di islamisti e stranieri.

 

La motivazione del corridoio di fuga è implicita nella strategia adottata per la conquista di Chisimaio: la città fu liberata dopo un intenso bombardamento aero-navale e con azioni mirate, ma i vertici kenioti preferirono evitare un assalto frontale via terra, timorosi – a ragione – che le difese imbastite da al-Shabaab avrebbero trasformato l’operazione in un sanguinoso assedio. Tralasciando le conseguenze per la vicenda somala, è importante seguire la sorte dei miliziani di al-Shabaab, poiché molti di essi, ben lungi dall’arrendersi, sono riusciti a varcare le frontiere, rifugiandosi nell’Ogaden etiope e nelle Province Nordorientali keniote, due regioni la cui popolazione è per gran parte composta da musulmani d’etnia somala e che storicamente hanno sempre costituito bacini fondamentali per il nazionalismo combattente e il terrorismo in Somalia. Gli uomini di al-Shabaab hanno preso a riorganizzarsi in queste regioni, mentre ancora alcuni gruppi stanno agendo nei territori somali meridionali. La distinzione tra i combattenti rimasti in patria e quelli trasferitisi all’estero sarà fondamentale, poiché i primi continueranno la guerra contro il Governo di Mogadiscio, mentre i secondi combatteranno nel resto dell’Africa orientale (Etiopia, Kenya e Tanzania in particolare), spingendosi secondo alcuni analisti fino in Yemen e, pertanto, rafforzando la via tra la Penisola araba e il Corno d’Africa e creando un arco di tensione che, tramite i vuoti di potere nella regione centrale del continente (Repubblica democratica del Congo, parte dell’Uganda e Centrafrica) giunge direttamente nel raggio d’azione di Boko Haram e al Sahel.

 

(Segue – II parte)

 

Beniamino Franceschini

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