contatore visite gratuito
In evidenza
Home - Aree geografiche - White Sun: la controversa eredità dei maoisti del Nepal

White Sun: la controversa eredità dei maoisti del Nepal

Le recensioni del CaffèPresentato all’ultima Mostra del cinema di Venezia, il film White Sun di Deepak Rauniyar esplora la pesante eredità umana e politica della guerriglia maoista in Nepal. Un’eredità visibile anche nelle tante contraddizioni della nuova carta costituzionale del Paese asiatico, approvata tra molte proteste nel settembre 2015

GUERRA CIVILE SUL TETTO DEL MONDO – I panorami mozzafiato delle cime himalayane, le oasi di spiritualità dei monasteri buddisti. Nepal, il tetto del mondo. Uno dei Paesi più poveri della terra (poco più di 600 dollari di reddito pro capite), apparentemente al riparo dai venti turbinosi della globalizzazione che soffiano sui potenti vicini.
Schiacciato tra Cina e India, oggetto delle rispettive (e competitive) profondità strategiche, il Nepal sa un pò di rétro, anche nella sua principale espressione politica: il Partito Comunista del Nepal Unificatodi ispirazione marxista-leninista-maoista. Decisamente rétro.
Un sapore mistico-arcaico avvolge il Nepal e White Sun, opera dell’emergente cineasta nepalese Deepak Rauniyar presentata alla Sezione Orizzonti della 73esima Mostra del cinema di Venezia. Un ritratto delicato, modesto ma efficace della società rurale nepalese dopo la guerra civile che ha contrapposto per dieci anni (1996-2006) i ribelli maoisti del Partito Comunista in lotta per rovesciare la monarchia e le forze governative lealiste.
Un decennio molto turbolento, con il suo picco nel 2005 quando Re Gyanendra, al potere dopo la “strage del palazzo” del 2001 (il principe ereditario Dipendra si toglie la vita dopo aver ucciso la madre e il padre, il sovrano Birendra), imprime una svolta dittatoriale al Paese, con lo scioglimento del Governo per meglio contrastare i maoisti che oramai controllavano i due terzi del territorio nazionale. Le proteste della piazza mettono in moto il cambiamento, costringendo il re a rinunciare al potere assoluto e, di conseguenza, i maoisti a sedere al tavolo dei negoziati.

Nel 2007, dopo circa 240 anni, la monarchia nepalese cessa di esistere. Nel 2015, dopo sette anni di “lavori”, nasce la nuova Costituzione, scritta da una assemblea costituente eletta nel 2013, composta dal Partito del Congresso e dagli ex ribelli maoisti.

Fig. 1 – Il regista Deepak Rauniyar (al centro) e il cast di White Sun alla 73esima Mostra del Cinema di Venezia, settembre 2016

UN TRISTE RITORNO A CASA – White Sun è calato in uno scenario decisamente metaforico, con la morte e il funerale del vecchio Chitra (una sorta di sindaco del villaggio) a simboleggiare il difficile (e divisivo) passaggio dal Vecchio al Nuovo. Dal vecchio Nepal, monarchia induista di stampo semi-feudale, alla nuova Repubblica, laica e federalista.
È la morte di Chitra a richiamare Chandra, il figlio, alla sua comunità e alla sua famiglia, dopo anni di esilio. Il combattente Angri (nom de guerre di Chandra) è stato un attivista maoista convinto, un idealista che ha sacrificato la sua vita e la sua famiglia alla causa della Giustizia, alla rivoluzione socialista contro la monarchia e il sistema delle caste, secondo la più fedele tradizione della violenza in nome della “democrazia del popolo.”
Chandra ha lasciato il villaggio anni addietro per unirsi ai guerriglieri delle foreste. Ha lasciato la moglie Durga (il personaggio più di statura del film) e il padre, esponente del Partito Democratico nazionale, il partito del re.
È attorno al corpo di Chitra, alla sua cremazione, agli alterchi tra Chandra e suo fratello Suraj che il regista condensa tutto il significato di White Sun.
A Chandra tocca la sorte di molti combattenti che tornano a casa dopo una guerra civile. Non eroe, ma complice di una guerra che ha spaccato il Paese e causato sedicimila morti.

Fig. 2 – Ribelli maoisti in un campo di addestramento nella regione di Katmandu, novembre 2006

Nel microcosmo del villaggio di Nepaltra si riassumono le divisioni e le ferite di una guerra che voleva liberare i nepalesi dal potere oppressivo della religione e delle caste. Da quelle “tradizioni” che la gente di Chandra sembra non voler andar via.

“Perché voi maoisti avete fatto tante promesse?” (Un vecchio del villaggio)

“Pensavamo di vincere la guerra. Ora che siamo al governo dobbiamo fare compromessi con gli altri.” (Chandra).

Già, la nobile arte politica del compromesso.
Intanto, mentre il corpo di Chitra giace privo di vita in attesa di essere cremato lungo le rive del fiume, alla radio viene annunciata la storica firma della storica Costituzione.

Fig. 3 – Il Primo Ministro nepalese Pushpa Kamal Dahal, ex esponente della guerriglia maoista

NUOVA COSTITUZIONE, VECCHIE DIVISIONI – Il 20 settembre 2015 nasce la Repubblica del Nepaldemocratica e secolare, ispirata, per la prima volta nella storia del Paese, ai principi del pluralismo etnico -religioso. Un risultato che non sarebbe stato possibile se i maoisti non avessero lasciato la lotta armata per trasformarsi in una forza democratica all’interno della politica nazionale.
Il compromesso ha avuto in cambio l’abolizione della monarchia, approvata dal Parlamento come parte integrante dell’Accordo di Pace firmato con i maoisti nel 2006.
In dieci anni di guerra civile i maoisti hanno dato voce e spazio politico alla popolazione emarginata, in particolare ai dalit (i cosiddetti intoccabili), alle donne, alle minoranze etniche e indigene. In Nepal convivono, senza mescolarsi, circa cento gruppi etnici; un multiculturalismo in versione indù, favorito dalla divisione delle caste.
I più colpiti, i madhesi e i tharus della regione orientale del Tarai al confine con l’India. Sono nepalesi ma di etnia e lingua indiana. Il nuovo assetto costituzionale li divide in due province.

Vedi quant’è bello il Paese che il tuo partito ha cercato di distruggere?” Suraj

“Era ora di porre fine a questa ingiustizia. Per due secoli al potere c’è stata sempre la stessa casta.” (Chandra)

“E quale giustizia avete portato voi maoisti?”  (Suraj)

È forte la polarizzazione intorno ai maoisti. Non hanno trasformato il Paese in una repubblica socialista né redistribuito le terre ai contadini. Men che meno fatto pulizia nella corrottissima società nepalese. Il Nepal non è stato “rivoluzionato”, permangono ancora molte disuguaglianze classiste e razziste. I leader dei partiti che hanno redatto la nuova Costituzione, inclusi i maoisti, appartengono tutti alle caste alte.

Malgrado la necessaria e auspicata pacificazione del Paese, il nuovo Nepal lascia molti scontenti, soprattutto fral el fila dei sostenitori maoisti. Le minoranze in primo luogo, che dopo anni di lutti, esili e speranze, si vedono sotto-rappresentate a causa di un sistema elettorale meno proporzionale del precedente (il 45% rispetto al 58%) e, cosa peggiore, all’interno di uno Stato federale diviso in sette province che di fatto ha diviso territorialmente e politicamente le principali etnie

DONNE AI MARGINI – Tra gli scontenti e gli sconfitti dalla nuova Costituzione spiccano le donne, a cui è negato il diritto di trasmettere ai figli la loro cittadinanza, che resta sempre legata a quella del padre, anche se straniero. Un espediente ben congegnato per scoraggiare le donne nepalesi a sposare uomini stranieri, soprattutto indiani, cosa che accade frequentemente tra le minoranze madhesi al confine con lo Stato indiano di Bihar.
Una salvaguardia costituzionale a difesa della etnicità nepalese, dietro la quale c’è l’ovvio (ed ennesimo) tentativo del Nepal di difendersi dalle continue ingerenze di New Dehli.
A pagare il prezzo di difficili equilibrismi triangolari (della situazione ne approfitta ovviamente la Cina), le migliaia di donne nepalesi che sono e restano cittadine di seconda classe secondo una Costituzione che riconosce i diritti della comunità LGBT.
Durga, l’ex moglie di Chandra, è una di queste donne fortemente discriminate perchè sua figlia, la piccola Pooja, un padre non ce l’ha. È una stateless (sono più di quattro milioni gli apolidi in Nepal), non può andare a scuola, avere un passaporto, votare, possedere beni.
Durga è disposta a sposare Suraj, l’ex cognato, purché riconosca sua figlia, pur di avere quella firma sui documenti, che Chandra le ha a lungo negato (ma che alla fine le darà).

Fig. 4 – Deepak Rauniyar discute con un rappresentante dell’industria cinematografica durante un evento fieristico in Qatar, marzo 2016

IL LUNGO FUNERALE DELLA RIVOLUZIONE – La salma del vecchio Chitra, adagiata su una barella di legno, (secondo il rituale funebre induista) va giù per i ripidi pendii che conducono al fiume, “accompagnata” dai continui diverbi di Chandra con gli uomini del villaggio. Il corpo è avvolto nel drappo della monarchia.

Tuo padre ha sempre appoggiato il re.”  (Il sacerdote del villaggio a Chandra che cerca di toglierlo)

Voi maoisti credete nella cremazione? Credevo che voi progressisti non credeste a questi riti.” (Il sacerdote)

Sempre più solo, Chandra di fronte agli ostacoli burocratici che impediscono la cremazione del padre (secondo il rito funebre indù dovrebbe avvenire lo stesso giorno della morte) chiede aiuto al capo del partito, Candiana, arrivato al villaggio in elicottero per il matrimonio della figlia. Agni, il combattente, “senza di te non avremmo la democrazia.”
Il matrimonio di una sua figlia è un evento che non consente beghe burocratiche.
I tempi sono cambiati, la guerriglia è finita per lasciare il posto alla politica. L’attuale Primo Ministro in carica è il “Compagno Prachanda“, Pushpa Kamal Dahal, ex rivoluzionario maoista.

La nobile arte politica del compresso.

“Gente egoista per cui ho rischiato la vita. Non sarebbe qui a festeggiare se non gli avessi salvato la vita.” (Chandra)

C’è Badri, a chiudere il cerchio metaforico di White Sun. Il bambino facchino, senza genitori né casa. A lui Chandra piace. Fino a quando non scopre che è stato un combattete maoista.

Tu sei un maoista, hai ucciso i miei genitori.” (Badri)

Mariangela Matonte

Un chicco in più

Nato nel distretto di Saptari, nell’estremo sud del Nepal, Deepak Rauniyar ha debuttato come regista nel 2012 con Highway, presentato con buon riscontro critico al Festival di Berlino. Come White Sun, anche Highway si interroga sulle contraddizioni e i conflitti della società nepalese dopo la guerra civile, raccontando le differenti storie dei passeggeri di un autobus diretto verso la capitale Katmandu.

Foto di copertina di Syeefa aka Ruzi95 rilasciata con licenza Attribution-NoDerivs License

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *