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Un 2017 difficile per la Turchia di Erdogan

Il Giro del Mondo in 30 Caffè 2017 – Dopo un 2016 da dimenticare, il 2017 della Turchia non si è aperto sotto auspici migliori. L’attacco terroristico al Reina di Istanbul rischia di essere solo il prologo di un anno che– nella migliore delle ipotesi – si prospetta “impegnativo” per il Governo di Ankara

GLI ESTERI: LA SIRIA – Gli ultimi 12 mesi hanno sentenziato che i progetti di grandeur regionale della Mezzaluna sono definitivamente naufragati, e nei prossimi 12 ci sarà probabilmente da pagare il conto; se il motto del 2016 è stato “l’unico amico di un turco è un altro turco”, quello del 2017 sarà probabilmente “salviamo il salvabile”. Si parte dalla Caporetto siriana, dove la proxy war condotta attraverso i ribelli sunniti-turcomanni per rovesciare Al-Assad è degenerata in un dispiegamento di truppe regolari per contenere l’avanzata curda e combattere Daesh. Bisogna riconoscere che lo “Scudo dell’Eufrate” rafforzerà l’altrimenti traballante posizione turca ai (cruciali) tavoli negoziali, dove Ankara avrà molto da chiedere ma poco da dare. Oltre ad assicurarsi che i suoi protetti non vengano tagliati fuori dalla spartizione del potere nella Siria che verrà, Erdoğan dovrà infatti spendersi anche per stroncare le ambizioni dei curdi siriani. Ancora non ha dichiarato come abbia intenzione di farlo, e non si tratta di una questione da poco: il “Sistema Federale Democratico della Siria Settentrionale” (ovvero il Governo della Rojava) continua a consolidare le proprie posizioni sul campo e la scelta delle altre parti di escluderlo dai colloqui di pace di Astana non cambia questa realtà – ma getta delle ombre molto sinistre sul futuro.

Fig.1 – I funerali di uno dei soldati turchi morti nell’operazione in territorio siriano “Scudo dell’Eufrate”

LE POTENZE STRANIERE – I curdi godono peraltro dell’appoggio a stelle e strisce – almeno per il momento. Donald Trump è infatti il convitato di pietra degli affari mediorientali, e dalla postura che prenderanno gli Stati Uniti sotto la nuova presidenza dipenderà anche la sopravvivenza della fredda amicizia (di convenienza) fra Russia e Turchia.
Anche i rapporti con l’UE sono stati di recente dettati da realpolitik e do ut des. Su questo fronte, la questione cipriota sarà la prima in agenda e potrebbe contribuire a distendere il clima: nella (possibile) riunificazione dell’isola Ankara vede una chance di affrancarsi dall’ingombrante partner moscovita, specialmente se al ricongiungimento farà seguito una pipeline che porti il gas cipriota verso le coste anatoliche. L’altra questione sul tavolo sarà invece l’accordo sui migranti: pare che il Governo anatolico manterrà i propri impegni anche per i prossimi 12 mesi, nonostante l’UE abbia bloccato la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi.
Saranno però i rapporti con la Cina ad incidere di più sulla prospettiva di lungo termine della Mezzaluna: tramontati i sogni pan-turchici, l’Asia centrale è ormai un affare fra Mosca e Beijing, col Dragone avvantaggiato dalla grande disponibilità di capitali. Un po’ come in Siria, Ankara sarà costretta a fare i conti con la propria statura e ad accodarsi alle varie SCO (Organizzazione di Shangai per la Cooperazione), AIIB (Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture) e Nuove Vie della Seta, accettando un ruolo di secondo piano portante seco investimenti e nuove amicizie. Su questo rapporto grava però la questione uigura: popolazione sunnita e turcofona della Cina occidentale, alcuni suoi esponenti conducono attacchi terroristici per l’indipendenza della loro regione, lo Xinjiang. Praticamente dei curdi di Cina, con la differenza che professano ideologie sempre più islamiste radicali; la Turchia li ha appoggiati per anni – aiutando quelli diretti a combattere in Siria – ma ora parrebbe che alcuni gruppi abbiano scelto di parteggiare per Daesh, trasformandosi in una minaccia per il Paese.

Fig.2 – I Presidenti Xi Jinping, Recep Tayyip Erdoğan e Barack Obama al G20 del 2015, ospitato dalla Turchia

LE MINACCE DOMESTICHE – Dagli interni arrivano anche altre sfide: coi curdi è scontro aperto, dunque TAK (i Falchi della Libertà del Kurdistan) e sigle affini proseguiranno l’attività terroristica. A ciò si aggiungono le difficoltà dell’ISIS in Siraq (e la rottura degli indugi da parte della Turchia) che convinceranno molti aspiranti foreign fighters ad attaccare il “nemico” altrove, come nel caso del massacro di Capodanno. Le purghe successive al colpo di stato avranno sicuramente neutralizzato la “nemesi” Hizmet (il network di Fethullah Gülen) ma hanno aperto delle falle negli apparati statali turchi -specie in quelli di sicurezza- debilitati dalle decine di migliaia di arresti e sospensioni dal servizio.
Altro fattore da non sottovalutare saranno i profughi: sono soprattutto siriani, e il Paese ne ospita circa 3 milioni; Erdoğan aveva ventilato l’ipotesi (poco popolare) di conferire loro la cittadinanza turca, in quanto “fratelli” – o, secondo le malelingue, potenziali elettori dell’AKP (il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, lo schieramento del Presidente).

E COME SE NON BASTASSE – Nemmeno l’economia aiuterà il Governo – o meglio, la politica non aiuterà nemmeno l’economia: tassi di cambio in picchiata, rendimenti dei titoli di stato alle stelle, inflazione e crollo di turismo e investimenti esteri non sono infatti sintomi di un’economia malsana, ma tali fenomeni sono comunque provocati dalla sfiducia nella stabilità del Paese.
Infine, la politica. Il progetto presidenzialista di Erdoğan prosegue, e la riforma costituzionale verrà probabilmente approvata dal Parlamento (“azzoppato” degli 11 membri del partito di opposizione HDP al momento detenuti) e sottoposta a referendum prima dell’estate – a meno dell’improbabile raggiungimento di una maggioranza qualificata in Aula, che eviterebbe le urne.

Francesco Castelli

Un chicco in più

Il recente omicidio dell’Ambasciatore russo Andrey Karlov da parte di un agente della polizia turca non ha rovinato le relazioni fra Ankara e il Cremlino, ma ha a suo modo lasciato degli strascichi internazionali: più di un addetto stampa ha fatto notare come -durante un incontro preliminare ai colloqui di pace per la Siria tenutosi a Mosca- la guardia del corpo del Ministro degli Esteri iraniano abbia spudoratamente sorvegliato ogni movimento del proprio omologo turco, con buona pace di protocollo e discrezione.  

Foto di copertina di CommerceGov rilasciata con licenza Attribution-NoDerivs License

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