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Il futuro di Bashar Assad

Il Giro del Mondo in 30 Caffè 2017 Bashar al-Assad può essere considerato il vero “Die Hard” dei dittatori mediorientali, capace di resistere a quasi sei anni di sanguinosa guerra civile e di essere ora più saldo in sella di qualche anno fa. E in futuro?

Bashar al-Assad, Presidente della Repubblica Araba di Siria, è in effetti l’unico governante tra quelli che hanno affrontato le cosiddette Primavere Arabe (Zine el-Abidine Ben Ali, Hosni Mubarak, ‘Ali ‘Abd Allah Saleh, Mu’ammar Gheddafi) ad essere ancora al suo posto.
Ha affrontato le proteste popolari che nel 2011 sono iniziate anche nel suo paese, iniziando la repressione violenta che ha innescato l’inizio dei combattimenti portando il Paese alla guerra civile.
Ha superato il momento critico nel 2012 quando le sconfitte hanno iniziato a moltiplicarsi e le sue forze stavano dando segni tangibili di cedimento – e noi stessi avevamo notato come fosse allo stremograzie all’intervento dell’alleato iraniano che ha inviato migliaia di Hezbollah libanesi, milizie sciite e membri dei Pasdaran, ribaltando la situazione sul campo.
Ha evitato i bombardamenti USA nel 2013 dopo l’impiego di armi chimiche grazie alla riluttanza del Presidente USA Barack Obama di impegnarsi direttamente in un altro conflitto mediorientale. Obama non voleva bombardare per non ripetere quanto avvenuto in Libia (anche di fronte a un’opinione pubblica USA ed europea che non lo voleva), ma aveva anche fissato “linee rosse” sulle armi chimiche che non poteva rimangiarsi. Decisivi furono l’appello alla pace di Papa Francesco e l’offerta russa di collaborazione per il disarmo delle armi chimiche, che diedero a Obama l’occasione necessaria per salvare la faccia.
Infine, grazie all’appoggio russo giunto quando nuovamente le sue forze stavano rischiando il collasso, Assad è sopravvissuto agli ultimi 2 brutali anni di conflitto, fino alla riconquista di Aleppo. Ora la sua permanenza alla Presidenza sembra salda.
La sua strategia in questi anni è ben riassunta da questa vignetta uscita a inizio 2014 (vedi immagine a lato)

Vignetta su repressione Assad, inizio 2014.

Davanti a un’opposizione divisa tra proteste popolari presto represse nel sangue e milizia più o meno estremiste a seconda della sigla, si è concentrato inizialmente nell’abbattere la parte moderata dell’opposizione (sempre grazie alla riluttanza occidentale di impegnarsi in una nuova situazione tipo Libia) per potersi poi presentare davanti alla comunità internazionale con la scelta “meglio me o i terroristi?
In effetti così è stato, con la Siria presto diventata non più sede di scontro tra regime e popolazione ma campo di battaglia per procura tra Sauditi e Iraniani, con Turchi, Curdi, Occidente e Russia a difendere i propri interessi, un conflitto dominato da milizie ribelli sempre più afferenti a estremismo e terrorismo. Complice della scarsa memoria dell’opinione pubblica occidentale, oggi la domanda “meglio Assad o i terroristi” è infine diventata comune nei social network anche italiani.
Eppure l’analisi degli eventi di questi anni e della situazione attuale non permette di limitarsi a una tale banalizzazione che ignora la complessità della realtà sul campo e, come notato da Lorenzo Declich su Vice, tende a ridurre o azzerare le responsabilità di Assad stesso per fini politici.

La situazione riguardo al futuro della Siria è invece molto più complessa, a partire da differenze di valutazione e opinioni perfino tra i suoi alleati e sostenitori. Quando più di un anno fa abbiamo spiegato cosa servisse per terminare la guerra nel Paese, abbiamo infatti notato come tali differenti punti di vista influenzeranno gli eventi futuri in maniera decisiva.
Assad è saldamente in sella, ma non ha la forza militare per riconquistare il resto del Paese e, senza aiuti esterni, non è neppure detto possa mantenere ciò che controlla ora. Pur con l’aiuto russo, ha faticato a riconquistare Aleppo e nel farlo ha comunque perso nuovamente Palmira: seconda grossa sconfitta inflitta al regime dall’ISIS in meno di un anno, mentre tutti gli altri avversari del sedicente Califfato (Curdi, Iracheni, coalizione a guida USA, perfino i Turchi) continuano ad avanzare.

Fig. 1 – Cartolina da Palmira

I russi sono però interessati solo alla protezione delle proprie basi (quella navale a Tartous e quella aerea a Hmeymim, vicino a Latakia) e dell’influenza geopolitica che ne deriva. L’Iran appoggia Assad ma solo come strumento utile locale di opposizione all’influenza saudita. Non è più visto come “partner alla pari” come negli anni Novanta e Duemila.
Inoltre la sua stessa comunità, gli sciiti alawiti, che dominano l’area ancora sotto il suo controllo, non lo vede più come guida indispensabile. Hanno infatti recentemente prodotto un documento che li indica come disponibili a cambiare leader in cambio di accordi di pace che li tutelino. L’equazione Alawiti = Assad non è forse dunque così automaticamente vera

Anche in caso di pace, il Paese, difficilmente riunificabile, verrà probabilmente diviso in zone di influenza secondo le esigenze delle potenze regionali e internazionali. E qui sta il futuro di Assad: in fondo egli ha vinto la sua battaglia più importante, quella della sopravvivenza. Difficile invece che rimanga a lungo al potere: di fronte alla possibilità di una tregua che garantisca gli interessi russi, perfino per Vladimir Putin la sua permanenza non è più necessaria: Assad potrebbe essere costretto a dimettersi a favore di un sostituto comunque favorevole a Mosca e contemporaneamente meno odiato da Occidente, Turchia e parte dei gruppi ribelli. La comunità alawita non si opporrebbe. Come abbiamo spiegato nell’articolo sulla fine della guerra citato prima, la cui validità è oggi confermata dai rumors sui principi di negoziato mediati tra Russia e Turchia, è necessario tutelare gli interessi dei vari attori e non solo pensare a umiliarli.

Fig. 2 – Assad e Putin

Per Assad ci sarebbe comunque un probabile esilio dorato con la famiglia e le sue ricchezze intatte; non è nemmeno impossibile ipotizzare un’uscita di scena che comunque gli permetta di salvare la faccia davanti ai suoi sostenitori e garantire una successione senza opposizioni. Comunque vada, lui non è più indispensabile ai suoi alleati, anche se in Iran temono la possibilità che il suo successore non sia altrettanto amico di Teheran. Saranno eventuali negoziati a stabilire se tali ipotesi diventeranno realtà; sicuramente un accordo non fermerà la guerra contro l’ISIS e le altre formazioni jihadiste, ma le isolerà di certo e permetterà di concentrare meglio le forze contro di loro.
In realtà una minaccia concreta per la sicurezza di Assad esiste… ed è Assad stesso. Se dovesse rifiutarsi di andarsene, se non accettasse alcuna offerta di esilio dorato e/o cercasse comunque a tutti i costi di restare al comando o, ancora peggio, se provasse a far fallire la tregua sul campo ordinando ai suoi di infrangerla, rischiando di far saltare i negoziati, egli diventerebbe non solo non più indispensabile… ma anche scomodo. Ed eliminabile. Soprattutto nel caso Putin abbia già un buon candidato pronto come suo successore.

Lorenzo Nannetti

Un chicco in più

Abbiamo seguito l’evoluzione della situazione in Siria fin dall’inizio. In particolare, sulle vicende dell’ultimo anno:

Un accordo per la Siria?

Le pedine dimenticate del conflitto siriano

La lunga estate della Siria (I)

La lunga estate della Siria (II)

Foto di copertina di Abode of Chaos rilasciata con licenza Attribution License

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