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Turchia tragica protagonista: un Caffè con Marta Ottaviani

La Turchia, non nel bene ma nel male, è stata una protagonista del 2016. Se sul tema volete saperne di più, un libro non può di certo mancare sul vostro comodino. Si tratta de “Il Reis” di Marta Ottaviani, giornalista de La Stampa e L’Avvenire, che da anni segue in prima persona quanto accade nel Paese.
Seguendo lo stile del Caffé Geopolitico proviamo, con sole sei domande e risposte semplici e sintetiche, a dirvi ciò che in questo momento serve sapere sulla Turchia

1. Marta, “non dimenticate Aleppo, non dimenticate la Siria” e “Allahu Akbar” ha gridato il poliziotto prima di uccidere l’ambasciatore russo ad Ankara, un riferimento alla città dove le truppe russe combattono con le forze di Damasco e iraniane contro i ribelli. Perché un ambasciatore russo è stato ucciso proprio in Turchia?

Direi per due motivi. Il primo è quello simbolico. Russia e Turchia sono i due Paesi più attivi in Siria e di recente sono tornati a normalizzare i rapporti non solo per creare nuove sinergie economiche ed energetiche ma anche per agire di concerto oltre confine. Il secondo è meramente strategico. I Turchia risiedono sia molti foreign fighters che oltrepassano indisturbati da tempo la frontiera con la Siria sia centinaia di elementi borderline, non legati direttamente a gruppi jihadisti ma chiaramente ispirati e oppurtunamente istigati, anche per il clima che si è venuto a creare nel Paese negli ultimi anni.

Fig. 1 – Marta Ottaviani

2. La Turchia ora, in attesa di iniziare il nuovo anno. Secondo te se un lettore dovesse  leggere di Turchia quali sono ora i tre elementi da conoscere o da tenere presenti in assoluto?

Ci sono tre nodi fondamentali, fra gli altri. Il primo è la questione curda e il conseguente problema dell’emergenza terroristica che non ha matrice solo separatista, ma jihadista. Il secondo è la riforma costituzionale che regalerà a Erdogan un sistema presidenziale sul modello francese e quindi poteri praticamente assoluti e il terzo è la politica estera che la Turchia vorrà seguire, se rimarrà il braccio della Russia in Medio Oriente e soprattutto come deciderà di porsi nel confronti degli Stati Uniti di Donald Trump e dell’Unione Europea.

3. Sembra che in Turchia ancora una volta i meccanismi siano diversi. Per esempio, cresce il potere di al-Nusra e di altri gruppi jihadisti. Partendo da questo quali sono le prospettive? 

La Turchia è da almeno tre anni un Paese fuori controllo sotto questo aspetto, dove una politicizzazione dell’Islam crescente ha dato vita a diversi gruppi, alcuni ricollegabili al terrorismo internazionale altri non così pericolosi ma comunque eversivi. La prospettiva è quella di una Turchia sempre più degenerata dal punto di vista sociale interno e di una popolazione sempre più radicalizzata e lontana dall’Occidente, con sentimenti anti americani e anti europei che non sono mai stati così accesi.

Fig. 2 – Mevlut Mert Altintas subito dopo aver ucciso l’Ambasciatore russo ad Ankara

4. Marta, parliamo dei curdi. Secondo il geopolitico francese Gerard Chaliand in Turchia sono ormai vicini al 20% della popolazione dato che la loro demografia è ben più importante. In Iran sono il 15%, in Iraq  il 20%, in Siria il 10%. Non sono mai stati considerati sunniti pur essendolo. Mi colpisce sempre che quando c’è un massacro di curdi, si parli per l’appunto di massacro di curdi, non di musulmani. 
Ci sono i detrattori – chi pensa siano loro dietro agli attentati per esempio – e i sostenitori sottolineando il loro ruolo contro l’Isis in Siria. Puoi spiegare in parole semplici chi sono (e invito nuovamente il lettore a leggere il libro)?

I curdi sono considerati il popolo senza terra più numeroso del pianeta. Si spalmano come hai detto giustamente tu su quattro Paesi. Fra di loro ci sono delle differenze anche profonde che stanno portando a divisioni difficili da sintetizzare. Per quanto riguarda i curdi turchi la questione è estremamente complessa. Si può dire che nel 2013 è fallita una trattativa per risolvere politicamente i problemi della minoranza. Da quel momento il leader del partito curdo Hdp, Selahattin Demirtas, si trova stretto in mezzo ai Tak, i Falchi per la libertà del Kurdistan, ala più eversiva e intrasigente del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) tanto che per molti ormai è un’organizzazione a parte e il Presidente Recep Tayyip Erdogan. Di mezzo, ricordiamolo, oltre alle rivendicazioni della minoranza, c’è il controllo del sud-est turco, traffici di droga e armi inclusi.

5. Erdogan: a chi si appoggerà da chi si terrà alla larga?

Questa è una domanda da un milione di dollari. Purtroppo sia in politica interna sia in politica estera, Erdogan ci ha abituato a cambiamenti repentini di strategia, alleanze ondivaghe che stanno isolando lui stesso e il suo Paese. In politica internazionale, il problema della Turchia è che vuole giocare su troppi tavoli contemporaneamente. In politica interna Erdogan vuole il potere assoluto e non si fida più di nessuno, arrivando a commissariare il suo partito e a non fidarsi delle persone con cui ha lavorato per anni. Rischia di rimanere vittima della morsa autoritaria che lui per primo ha iniziato a stringere.

6. Infine, il tuo auspicio per il Paese?

I danni che Erdogan ha fatto sulla società dureranno per decenni e ci vorrebbe un miracolo per porvi rimedio. Sul breve, medio termine, posso solo sperare che la riforma costituzionale non passi, anche se si tratta di una speranza vana. La Turchia ha bisogno di ritrovare al più presto un maggiore bilanciamento di poteri e che venga garantita la libertà di stampa. Nel Paese da anni, ma soprattutto dal fallito golpe dello scorso luglio, si sta assistendo a una sistematica privazione dei diritti umani e delle libertà individuali in nome di una sicurezza interna puntualmente spezzata da una raffica di attentati che non ha precedenti.

Mariangela Pira

Foto di copertina di farukr3 rilasciata con licenza Attribution-ShareAlike License

Il Caffè ringrazia Marta Ottaviani per l’intervista concessaci.

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