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Economia in Iran, vecchi problemi e nuovi possibili scenari

La politica economica iraniana, caratterizzata dalla centralità del ruolo dello Stato, ha bisogno di attuare cambiamenti strutturali modificando il suo approccio alle politiche e alle riforme macroeconomiche, liberalizzando servizi e prodotti finanziari e optando per una revisione del mercato del lavoro. A determinare il futuro economico della Repubblica islamica sarà anche la decisione americana, proposta dal neo-eletto Presidente Trump e già approvata da Senato e Camera, di prorogare per altri dieci anni le sanzioni in caso di mancato rispetto dell’accordo sul nucleare

IL PETROLIO: UNA RISORSA FONDAMENTALE – Membro fondatore dell’OPEC, l’Iran detiene un decimo delle riserve mondiali di petrolio, i cui ricavi da estrazione e lavorazione sono di  importanza basilare per l’economia del Paese. L’industria petrolifera è stata nazionalizzata nel 1951, attraverso l’istituzione di un apposito Ministero del Petrolio con il compito di gestirne e controllarne tutte le fasi della produzione. A partire dagli anni Sessanta l’industria del petrolio, i cui principali giacimenti si trovano nella zona sudoccidentale del Paese, è stata il maggiore motore di crescita economica insieme all’industria legata alla produzione di gas naturale ed è, tutt’oggi, la fonte primaria di entrate in valuta estera. Circa l’80 per cento delle entrate da esportazione (e il 40-50 per cento del totale delle entrate governative) provengono infatti dal greggio e dai suoi derivati. Secondo quanto riportato nel Bollettino statistico annuale 2016 dell’OPEC, le esportazioni iraniane del 2015 sono state complessivamente di 77.974 milioni di dollari; di questa cifra 27.308 milioni di dollari sono relativi alle sole esportazioni di petrolio.

Fig. 1 – Bijan Namdar Zangeneh, attuale Ministro iraniano del Petrolio ed esponente del partito riformista Kargozaran

Lo sviluppo del settore petrolifero è stato legato sin dall’inizio all’industrializzazione dell’Iran, non solamente perché una delle prime industrie è stata quella petrolifera ma anche perché la crescente importanza di questo settore, e i relativi ricavi, hanno avuto un forte impatto sullo sviluppo industriale del Paese, permettendo il rapido decollo dell’economia a partire dagli anni Sessanta e Settanta. Altra risorsa fondamentale per l’economia della Repubblica islamica è il gas naturale: il 15 per cento delle riserve naturali mondiali di gas si trova in Iran e la nazione vanta una capacità di 8.541 milioni di metri cubi di esportazione all’anno. Il suolo iraniano, oltre che di petrolio e gas, è ricco anche di altre risorse naturali costituite principalmente da carbone, cromo, rame, minerale ferroso, piombo, manganese, zinco e zolfo.

NAZIONALIZZAZIONI E PRIVATIZZAZIONI SOTTO LA REPUBBLICA ISLAMICA – L’economia iraniana post-rivoluzionaria può essere suddivisa in due fasi. Un primo periodo, dalla Rivoluzione islamica del 1979 alla fine della guerra contro l’Iraq nel 1988, è stato caratterizzato da una grande confusione dovuta sia agli sconvolgimenti rivoluzionari sul fronte interno sia all’impegno bellico sul fronte esterno. Il cambio di governo, riflettendo in parte la natura populista che aveva portato alla Rivoluzione, ha affidato l’intera gestione degli affari economici al settore pubblico nazionalizzando il sistema bancario e moltissime imprese private, alcune delle quali, fortemente indebitate, erano state abbandonate in seguito alla fuga dei titolari durante gli eventi rivoluzionari. Il controllo della maggior parte dei beni espropriati è stato trasferito non direttamente al governo ma a fondazioni caritatevoli semi-pubbliche, le Bonyad, in seguito accusate di avere un ruolo eccessivamente privilegiato nel tessuto economico iraniano. Tali fondazioni erano state create dalla monarchia Pahlavi ma vennero nazionalizzate con l’instaurazione della Repubblica islamica.

Fig. 2 – L’ayatollah Khomeini  si appresta a tornare in Iran dall’esilio francese per dare inizio alla Rivoluzione islamica, gennaio 1979

La seconda fase della gestione delle finanze pubbliche, dalla morte dell’ayatollah Khomeini nel 1989 in poi, è stata caratterizzata dal tentativo di stabilire politiche industriali volte a correggere gli squilibri nati durante la fase precedente, col tentativo primario di ridimensionare le funzioni del Governo nell’economia. Dopo la fine della guerra con l’Iraq le autorità hanno dunque intrapreso un programma di ristrutturazione e liberalizzazione economica anche attraverso la privatizzazione di diversi settori produttivi. L’attuazione di una serie di piani quinquennali ha consentito di avviare una minima rigenerazione del settore industriale, iniziando ad affrontare problemi endemici in termini di bassa produttività, frammentazione e competitività internazionale. Molte delle problematiche causate dalla cattiva gestione della prima fase però non sono state ancora del tutto risolte. Il sistema delle Bonyad, ad esempio, è tuttora in vigore e continua a svolgere un ruolo importante nell’economia del Paese attraverso la gestione di circa il 20 per cento del PIL. Ad oggi risultano essere attive in Iran oltre cento Bonyad nazionalizzate dal governo accanto a numerosissime altre affiliate a mullah locali. Inoltre, nonostante alcune aziende siano state  privatizzate, il Governo continua a svolgere un ruolo centrale nel controllo dei prezzi, in particolare per quanto riguarda i settori energetico e alimentare e nell’elargizione di sussidi che gravano pesantemente sull’intero sistema economico.

L’ATTUALE SITUAZIONE DELL’ECONOMIA IRANIANA – L’Iran, che potenzialmente avrebbe grandi possibilità economiche grazie alle enormi entrate prodotte dalle esportazioni di petrolio e gas naturale, è caratterizzato da un alto tasso di disoccupazione e un altissimo dislivello di reddito pro capite. Le cause del fallimento della politica economica degli ultimi trentotto anni dipendono principalmente dall’accentramento del ruolo dello Stato negli affari economici, oltre al peso delle sanzioni internazionali. L’economia iraniana, nonostante abbia incentivato le privatizzazioni, è ancora caratterizzata da un ampio settore pubblico che controlla circa il 60 per cento della gestione finanziaria ostacolando la libera partecipazione ai mercati e la diversificazione della produzione. La creazione di un mercato libero è stata frenata, fra le altre cose, dalla presenza delle Bonyad che, esenti da imposte, ricevono consistenti sussidi governativi oltre a numerosissime donazioni private, ufficialmente desinati a opere caritatevoli, e sembrano svolgere un ruolo fondamentale nel sottrarre fonti di reddito al mercato impiegando una forza lavoro stimata tra 400 mila e 5 milioni di persone. Le Bonyad sono, di fatto, vere e proprie aziende che competono con il settore privato ostacolando una sana competizione economica. Mentre la crescita dal settore privato è minata da corruzione diffusa e fattori restrittivi come, ad esempio, pesanti controlli amministrativi, le Bonyad godono di permessi governativi che permettono loro di non dover necessariamente realizzare un profitto.

Fig. 3 – Famiglie iraniane fanno la spesa in un supermercato di Tehran. Secondo dati aggiornati al novembre 2016 l’inflazione in Iran si attesta al 9,3 per cento

Nonostante le esportazioni abbiano contribuito ad incrementare gli investimenti interni in Iran persistono problemi gravi di disoccupazione, povertà e inflazione. Il tasso di disoccupazione aggiornato al dicembre 2016 è pari al 12,20 per cento con picchi fino al 26,10 per cento per quanto riguarda la disoccupazione giovanile (fonte: Trading Economics). Diversi studi condotti in Iran indicano la presenza di 10 milioni di disoccupati e 50 milioni di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà. L’Iran è tra le nazioni con la popolazione più giovane al mondo: circa il 40 per cento degli iraniani ha meno di 15 anni e circa il 70 meno di 30 anni. Pertanto, se non verranno intraprese importanti riforme fiscali e costituzionali, la povertà e la disoccupazione continueranno ad aumentare accanto allo sfruttamento del  lavoro minorile. A tutto ciò va aggiunto il problema del tasso di inflazione in costante aumento che contribuisce al deprezzamento della valuta nazionale e alla crescente instabilità economica.

SANZIONI ECONOMICHE E POSSIBILI CONSEGUENZE DEL NAUFRAGIO DELL’ACCORDO NUCLEARE CON GLI USA – Alla difficile situazione economica iraniana si deve aggiungere il peso che in passato le sanzioni internazionali hanno avuto nel paralizzare l’economia del Paese, congelando i beni esteri e bloccando il commercio, gli investimenti e la circolazione dei beni e dei servizi. Le sanzioni, imposte all’Iran nel tentativo di evitarne lo sviluppo della capacità nucleare militare, hanno avuto come conseguenze dirette una forte riduzione del PIL, la drastica diminuzione delle esportazioni di petrolio (scese da 2,2 milioni di barili al giorno nel 2011 a 700.000 barili al giorno nel 2013) e la crescita del tasso di inflazione fino al 40 per cento sui prodotti alimentari e di base. La rimozione delle sanzioni economiche, sancita nel luglio 2015 attraverso un accordo tra l’Iran e i Paesi del “5+1” (USA, Russia, Francia, Cina, Inghilterra e Germania) ha avuto un effetto positivo sull’economia dell’Iran grazie all’annullamento di numerosi vincoli e limitazioni. Il Governo iraniano dichiara, per i mesi passati, una crescita pari al 5 per cento, confermata dalle relazioni del Fondo Monetario Internazionale. Con la rimozione delle sanzioni è stato possibile iniziare a stabilizzare l’inflazione e intraprendere una riforma del sistema dei sussidi anche se, secondo gli esperti del FMI, l’economia iraniana deve ancora affrontare cambiamenti strutturali e riformare l’intero sistema economico.

Fig. 4 – Giovani di Tehran festeggiano il raggiungimento dell’accordo sul nucleare con i Paesi del 5+1, luglio 2015 

L’accordo che ha messo fine alle sanzioni, voluto e difeso da Barak Obama, rischia ora di essere annullato per volontà del nuovo Presidente americano. Poco dopo la sua elezione Donald Trump ha infatti proposto di prorogare per dieci anni le sanzioni contro l’Iran, come già aveva anticipato durante la campagna elettorale. Il Senato e la Camera hanno approvato il testo che, nonostante il rifiuto di Obama di siglarlo, è comunque diventato legge. Molti esperti iraniani ritengono che, considerando il sostegno della Russia e della Cina all’Iran e il volume degli scambi economici con i Paesi dell’Unione Europea, Trump si troverà ad affrontare grandi impedimenti per portare a termine l’annullamento dell’accordo. Se invece si dovesse tornare al regime di sanzioni l’Iran perderebbe 100 miliardi di dollari in beni congelati, oltre alla possibilità di portare avanti sia accordi energetici del valore di miliardi di dollari con le imprese occidentali sia accordi commerciali già stipulati con centinaia di investitori stranieri, in particolare europei.

Alice Miggiano

Un chicco in più 

Sul sito dell’OPEC è possibile visionare i valori relativi all’estrazione, raffinazione ed esportazione di petrolio dell’Iran per l’anno 2015.
Lo scorso 4 dicembre l’Iran ha firmato un accordo petrolifero con il Giappone per una fornitura del valore di 320 milioni di euro.
Recentemente è stato firmato un protocollo d’intesa con la Romania per la costruzione di una centrale elettrica da 1.000 megawatt al confine con l’Iraq, prevedendo un investimento pari a circa 700 milioni di dollari.

Foto di copertina di David Holt London rilasciata con licenza Attribution License

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