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Crisi in Repubblica Centrafricana: un fragile punto di svolta

La situazione in Repubblica Centrafricana è ancora lontana da uno stabile ritorno alla normalità e alla pace

INCORAGGIANTI SEGNALI DI CAMBIAMENTO – Se si volge lo sguardo all’indietro, all’inizio della più grave crisi mai avvenuta nella Repubblica Centrafricana dalla fine del dominio coloniale francese (1960), il peggio appare passato. Alla fine del 2013, la comunità internazionale lanciava l’allarme all’opinione pubblica mondiale con la denuncia di un conflitto sull’orlo del genocidio e della pulizia etnico-religiosa, risvegliando i giorni bui del genocidio avvenuto in Ruanda vent’anni prima. A rafforzare questa confortante convinzione si aggiunge il ritorno all’ordine costituzionale avvenuto tra il dicembre del 2015 e il marzo del 2016, dopo tre anni di difficile transizione politica, segnato dall’elezione del presidente Touadéra e dall’approvazione popolare di una nuova Costituzione che riconosce «la persona umana sacra e inviolabile» e l’esistenza dei diritti umani come «base di tutta la comunità umana, della pace e della giustizia nel mondo».

Fig. 1 – Il Presidente della Repubblica Centrafricana Faustin Archange Touadera durante la sua visita ufficiale in Costa d’Avorio, ad Abidjan il 7  novembre 2016

Sullo stesso tono anche la conferenza per il Centrafrica tenutasi a Bruxelles lo scorso 17 novembre, in cui i rappresentanti di più di 80 paesi hanno a parole rinnovato il loro supporto finanziario alle autorità centrafricane impegnate nel restaurare la pace e la sicurezza del Paese, rinnovare il contratto sociale e rivitalizzare l’economia. Obiettivi, quest’ultimi, contenuti nel Piano per il recupero nazionale e la costruzione della pace 2017-2021, documento strategico presentato ufficialmente a Bruxelles da parte del presidente Touadéra, con il benestare dell’Unione Europea, della Banca mondiale e delle Nazioni Unite. Fa pensare di essere sulla strada giusta – quella della buona politica basata sulla consultazione delle diverse parti sociali – il fatto che la formulazione di questo piano quinquennale, su cui l’attività del governo dovrebbe fondarsi, riposa sulla consultazione di ben 14 mila persone, coinvolte in incontri bilaterali tra governo e parti sociali, rappresentanti del settore privato, esperti tecnici e finanziari, e al livello popolare, con workshop e distribuzione di questionari in 16 prefetture del paese. Questo approccio conferma le buoni   intenzioni che sono state alla base del Forum sulla riconciliazione nazionale organizzato nel maggio 2015 a Bangui, a cui presero parte più di 600 partecipanti in rappresentanza delle parti sociali, dei partiti politici, dei media, dell’associazionismo, delle religioni. Questo ottimismo è confermato dall’entusiastica accoglienza riservata al presidente Touadéra al suo rientro da Bruxelles il 22 novembre, che ha precisato «Non sono rientrato a casa con i contanti, ma con la promessa di riceverli».

LO STALLO DELLA POLITICA INTERNA – La crisi centrafricana è diventata una tragedia umanitaria per via dello scontro tra due gruppi armati, ex-Seleka e anti-Balaka, coalizioni multiformi e disomogenee.  Gli Ex-Seleka appartengono alla minoranza musulmana, sono originari delle regioni settentrionali del paese, molti provengono dal Chad e dal Sudan. Gli Anti-Balaka sono gruppi di autodifesa composti da individui di fede cristiana e animista, sorti spontaneamente in reazione alla presa del potere dei Seleka a Bangui nel marzo 2013 e alle violenze perpetrate sui civili. Questo scontro tra gruppi armati è divenuto violenza inter-comunitaria, alimentata dall’identificazione dei civili con le due parti in conflitto. Questa dimensione civile del conflitto ha causato un significativo ridimensionamento della minoranza musulmana attraverso la pulizia etnica e la rimozione forzata, centinaia di migliaia di sfollati e rifugiati, e migliaia di morti tra i civili.

Fig. 2 – Rifugiati si accampano come possono nei pressi di Bangui 

Metà della popolazione centrafricana è ancora in uno stato di bisogno e di insufficienza alimentare, 385.000 sono gli sfollati interni e 466.000 sono i rifugiati nei paesi confinanti (Chad, Cameron, Repubblica Democratica del Congo e Congo). Nonostante siano in crescita i rientri degli sfollati interni (in ottobre 3500, nel 2016 circa 200000) è difficile prevedere quando e secondo quali modalità rifugiati e sfollati ritorneranno nelle loro case, anche alla luce della perenne minaccia che incombe sulla vita dei profughi residenti negli 89 siti per sfollati ad oggi presenti nel paese. L’uccisione di 37 civili, il ferimento di altri 56 e la fuga di migliaia di sfollati dal campo protetto dalle forze ONU nei dintorni della cittadina di Kaga Bandoro (nord-ovest del paese) lo scorso 12 ottobre, testimonia quanto vulnerabile sia la vita umana in Repubblica Centrafricana e quanto sia inefficace la protezione garantita dalla missione internazionale MINUSCA (ora unica forza internazionale rimasta a garantire la protezione dei civili a seguito della conclusione dell’operazione Sangaris alla fine dello scorso ottobre).

TOUADERA RISCHIA GROSSO – Al di là del favore guadagnato sul piano internazionale, la leadership interna di Touadéra corre seri pericoli di essere destabilizzata dalla frustrazione delle fazioni ex-Seleka che hanno richiesto di occupare posizioni governative, di essere reintegrati nelle forze di difesa e sicurezza nazionale e di implementare politiche più inclusive nei confronti della minoranza musulmana, come precondizione ai negoziati sul disarmo. I negoziati per il disarmo, la smobilitazione e la reintegrazione dei gruppi armati – considerati il nodo più difficile da sciogliere per un’evoluzione positiva della crisi – sono in una fase di stallo. Solo lo sblocco di questa situazione e il raggiungimento di un accordo tra le parti non renderà vani gli sforzi per risolvere questa crisi. La “luna di miele” del presidente Touadéra con il microcosmo politico di Bangui pare essersi conclusa. Malcontento nei suoi confronti è stato espresso anche da leader religiosi e organizzazioni civili. Da ultimo, nuove mire di potere vengono avanzate dal clan del ex-presidente Bozizè, nelle vesti del figlio Francis, che intende porre riparo al flop politico del padre alle presidenziali.

Fig. 3 – L’ex-Presidente della Repubblica Centrafricana Francois Bozizè

COSA FARE PER USCIRE DALLA CRISI – La crisi in corso, acuitasi a causa del conflitto, è precedente ad esso ed è multidimensionale (umanitaria, economico, politica, sociale, di sicurezza della vita umana). Ha radici profonde, difficili da estirpare: povertà estrema e sottosviluppo, sbilanciamento tra capitale e periferie del paese, svuotamento del sistema statale giudiziario, sanitario e scolastico, diffidenza ed esclusione della minoranza musulmana, mancanza di coesione sociale e forte tensione tra diversi gruppi sociali, economici, etnico e religiosi, cultura dell’impunità, potere corrotto e privo di legittimità popolare. Il nuovo corso politico cominciato nel 2016 si dimostrerà all’altezza solo se si interverrà sulle radici profonde della crisi. Questo significa offrire un’alternativa alla violenza, a cui la popolazione centrafricana ha fatto ricorso come ultima risorsa per sopravvivere a un drammatico status quo.

Un chicco in più

Il 3 marzo del 2016 è stato inaugurato un centro di ricerca sui diritti umani all’università di Bangui, all’interno del quale si svolgeranno due master su “diritti umani e governo democratico” e “gestione e prevenzione dei conflitti.

 

Foto di copertina di mripp rilasciata con licenza Attribution License

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