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La crisi della Corte penale internazionale

Istituita nel 1998 ed entrata in vigore nel 2002 con la ratifica dello Statuto di Roma da parte del sessantesimo Stato, la Corte penale internazionale è il primo tribunale permanente, con sede all’Aia, che si occupa di genocidio, crimini contro l’umanità e di guerra, sull’esempio dei Tribunali di Norimberga e di Tokyo. Dalla sua nascita, il 2016 è stato sicuramente l’anno peggiore per la Cpi

DEFEZIONI AFRICANE – Dopo la discussa vicenda riguardo la presunta e probabile complicità del Governo di Pretoria nella fuga del Presidente sudanese Omar Al Bashir dal Sudafrica (trattata approfonditamente qui), la situazione per la Corte penale internazionale non è sicuramente migliorata. Nel solo mese d’ottobre, Burundi, Sudafrica e Gambia hanno annunciato il loro ritiro dalla Cpi, adducendo come motivo il presunto accanimento del Tribunale dell’Aia contro i Paesi africani. La “fuga” di Al Bashir dal Sudafrica era già stato un duro smacco per la Cpi e, indirettamente, per la comunità internazionale tutta, in quanto ha mostrato gli evidenti limiti che hanno gli organismi internazionali di fronte alla volontà di singoli Stati sovrani.Ma la defezione dei tre Paesi dalla Cpi fa temere che le già scarse assicurazioni sul rispetto dei diritti umani in Africa siano destinate ad essere ancor più limitate, allarmando le Ong e in particolare Human Rights Watch. Infatti, con la messa in discussione della Corte penale internazionale si va perdendo uno dei pochi deterrenti, a livello internazionale, per far rispettare i diritti dell’uomo. La prima defezione del Burundi, uno Stato piccolo e senza particolare importanza dal punto di vista geopolitico, ha provocato già un pericoloso effetto domino che ha portato in un periodo di tempo limitatissimo a seguire la stessa strada una potenza regionale come il Sudafrica. Ovviamente, dati i già limitati poteri dell’Aia, non c’è stato un grande dibattito politico riguardo queste decisioni, ma le preoccupazioni causate da queste scelte sono implicite. Queste scelte appaiono come sintomo della tendenza dei Paesi africani a intraprendere politiche che attribuiscono scarsa importanza alla cooperazione internazionale, specialmente al di fuori del continente nero, ma, soprattutto, a voler negare, specialmente per quanto riguarda Gambia e Burundi, una progressiva apertura allo stato di diritto.

Fig. 1 – Il Presidente sudanese Omar Al Bashir partecipa ai lavori della Conferenza sul clima di Marrakesh, novembre 2016

LA RUSSIA SI SFILA – Il 16 novembre, il Cremlino ha annunciato la sua intenzione di ritirare la sua adesione alla Corte Penale Internazionale, che, però, non aveva mai ratificato. La decisione è stata presa dallo stesso Vladimir Putin attraverso decreto presidenziale. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha dichiarato che la Corte penale internazionale “ha disatteso le aspettative”: l’organizzazione non sarebbe infatti indipendente e il Governo di Mosca ha puntato il dito anche contro la sua scarsa efficacia, con appena 4 sentenze emesse in 14 anni al costo di 1 miliardo di dollari. Ma la causa scatenante della defezione russa è il rapporto emesso dalla Cpi riguardo gli avvenimenti accaduti in Crimea e nel Donbass. Infatti, secondo questo rapporto, l’annessione russa della Crimea, avvenuta nel 2014, è da considerarsi un atto di guerra fra due Stati sovrani ed, inoltre, i militari russi presenti nel Donbass insieme alle milizie separatiste costituirebbero una forza di occupazione nel territorio ucraino. Questa visione del conflitto, che si avvicina molto alla realtà, anche se sul conflitto ucraino ci sono ancora molti punti oscuri, si contrappone in maniera diametralmente opposta alla visione propria del Cremlino, secondo il quale i separatisti della Crimea e del Donbass si ribellano giustamente a un Governo definito dalla retorica russa “fascista”. La decisione di ritirarsi dalla Cpi, presa da Mosca, è il colpo più duro che l’organizzazione con sede all’Aia abbia mai ricevuto, poichè la Russia costituiva uno dei pochi Paesi con un certo status mondiale ad aver deciso di aderire all’organizzazione. Si puo quindi affermare che la Corte sta attraversando il momento più difficile della sua breve esistenza. La defezione della Russia dalla Cpi si inserisce in un contesto, quello attuale, in cui tutte le organizzazioni internazionali e sovranazionali appaiono in crisi, dall’ONU all’Unione Europea e, nel futuro prossimo, la crisi di queste organizzazioni sembra destinata a peggiorare ulteriormente con la politica isolazionista (“America First“) di Donald Trump. Il neo-Presidente ha infatti paventato un ruolo americano meno attivo degli USA anche all’interno di istituzioni tradizionali come la NATO. La Corte penale internazionale rappresenta l’esempio emblematico di questa crisi: istituita nel 1998, pochi anni dopo la fine della contrapposizione fra i blocchi sovietico e statunitense, nonostante la sua oggettiva scarsa importanza e attività, il suo disfacimento rappresenta il tradimento ultimo della speranza, diffusa trasversalmente soprattutto tra la popolazione occidentale nel periodo immediatamente post-Guerra Fredda, che i conflitti armati avessero finalmente raggiunto una fine. Nello stesso preambolo dello Statuto di Roma viene dichiarato “il dovere di tutti gli Stati di astenersi dal ricorrere all’uso della minaccia o della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica degli altri Stati”: paradossalmente proprio di fronte a queste minacce la Cpi non sembra in grado di resistere. A conferma di ciò, si può considerare che proprio il processo, avviato da Putin, di ritorno della Russia a potenze imperiale, abbia portato alla defezione russa da un’organizzazione internazionale, che, nei suoi intenti iniziali, doveva rappresentare la chiusura definitiva delle contrapposizioni della Guerra Fredda, avendo, peraltro, le potenzialità di diventare un organismo esente dall’influenza degli Stati Uniti. Infatti, nonostante sia stato firmato e proposto sotto due amministrazioni differenti, quella Clinton e quella di Bush jr, lo Statuto di Roma non è mai stato firmato dagli USA. In entrambi i casi, l’adesione fu bocciata al Senato: sotto la presidenza Clinton, nonostante la volontà di aderirvi del Presidente democratico e, sotto l’amministrazione Bush, assecondando la volontà del Presidente repubblicano, il quale voleva sottrarsi ad accordi in ambito internazionale che potessero in qualche modo limitare la politica estera americana.

Fig. 3 – Incontro tra Putin e Duterte durante l’ultimo vertice APEC di Lima, novembre 2016

LE FILIPPINE PROSSIME AD USCIRE? – Il giorno dopo la dichiarazione russa, anche il Presidente delle Filippine Duterte ha dichiarato di avere intenzione di intraprendere la strada dell’uscita dalla Cpi. Ad ottobre, la Corte aveva infatti dichiarato profonda “preoccupazione” per le politiche anti-droga del Governo di Manila, tristemente note, che hanno provocato dall’estate più di duemila vittime. La Cpi era stata tirata in ballo, precedentemente, da Phil Robertson, Vice-Direttore della sezione asiatica di Human Rights Watch, commentando le dichiarazioni di Duterte in cui si paragonava ad Hitler e prendeva in giro i poteri della Cpi. La scelta politica di Duterte presenta implicazioni politiche molto importanti. Infatti, seguire la scelta di Putin di abbandonare la Cpi, sarebbe anche un tentativo di stringere relazioni più strette con la Russia. Un intento espresso chiaramente da Duterte in diverse occasioni: “se la Cina e la Russia decidessero di creare un nuovo ordine mondiale, io sarei il primo ad unirmi”. In questo caso, le critiche alla Corte penale internazionale riflettono un importante cambiamento ai alleanze a livello geopolitico: le Filippine, storiche alleate degli USA, sono sempre più orientate verso Russia e Cina, nonostante con quest’ultima abbiano aperto un contenzioso riguardo l’atollo di Scarborough (Huangyan, per i cinesi) rivendicato sia dal Governo di Manila sia da quello di Pechino. Duterte sembra intenzionato a superare le contese territoriali con la Cina, al fine di inserirsi in un ipotetico asse Mosca-Pechino. Infatti, la dichiarazione di Duterte riguardo la Cpi, non solo segue la strada già battuta da Mosca, ma strizza l’occhio anche alla Cina, la quale non ha mai avuto intenzione di aderire allo Statuto di Roma. Questa decisione appare quasi scontata se si considera la tradizionale diffidenza di Pechino nei confronti delle organizzazioni internazionali.

Fig. 4 – Proteste contro le esecuzioni extragiudiziarie adottate da Duterte nella lotta contro la droga, agosto 2016

Francesco Pennetta

Un chicco in più

Il Gambia, accusando l’Aia di prendersela soltanto con gli africani, è uscito dalla Corte penale internazionale. Motivazione che appare paradossale, considerando che la procuratrice della Cpi, Fatou Bensauda, è gambiana.

Foto di copertina di romanboed Rilasciata su Flickr con licenza Attribution License

1 comments
Marco Chiparo
Marco Chiparo

Articolo molto interessante. Sono stato in visita alla Corte nel 2011 con la mia università e ricordo che i giudici si lamentavano molto della scarsa collaborazione dei paesi membri e della difficoltà di portare avanti i processi per diverse ragioni (dalla diversa formazione culturale di molti di essi, alla presenza di testimoni che parlavano solo un dialetto africano, senza che vi fossero traduttori)